venerdì 21 luglio 2017

Sì, viaggiavo

Non ero mai stata alla pinacoteca ambrosiana e non avrei mai immaginato di essermi persa così tanto. A volte penso di essere troppo fortunata per quante prove mi fornisco da sciagurata disattenta, quando solo il caso o il coinvolgimento di persone generose mi indirizzano verso esperienze di cui mi lascerei sfuggire come un'impunita la reale portata. Mi salvo così io. Troppo spesso mi capita e altrettanto troppo spesso mi salvo rispetto a quanto meriterei.

Sono passati sette anni dal mio primo viaggio intercontinentale fatto tutta sola. Altri ne sarebbero seguiti, ma quello in India rimane il mio viaggio della vita: un tour molto lungo e ricco di suggestioni e di strane casualità, di pericoli e imprevisti e durante il quale ho visto coesistere senza conflitto apparente la più assoluta povertà con la più smisurata ricchezza. Partii in un piovoso novembre e mi sembrò molto normale decidere di farlo. Normale è stato andare anche altrove da sola. Eppure da un paio d'anni non lo faccio più. Perché il pregiudizio esiste e non c'è stata occasione in cui questa percezione non si sia riproposta ad ogni viaggio e, d'altra parte, la storia che sono tanto più fortunata quanto più sono sprovveduta non so che "copertura" preveda.

Però mi manca molto quell'assenza di remore che ha animato tutta la fase di pianificazione del mio primo viaggio "serio", quella valigia tutta sbagliata (con gli anni avrei capito quanto studio ci sia dietro il bagaglio perfetto), nessuna precauzione, le condizioni igieniche spesso fatiscenti, gli strani compagni di viaggio conosciuti strada facendo, il traffico di Nuova Delhi che manco il peggiore traffico di Napoli... e tutto quel riso e quel pollo, un cameriere che all'improvviso si innamorò di me omaggiandomi con un dolce a forma di cuore pieno di panna e di cioccolata.
Mi manca molto pure l'Africa e chi mi aiutò quella volta che non riuscivo a tornarmene in albergo perché mi ero persa.
Mi manca Miami e le due ore che mi trattennero in aereoporto all'arrivo. Bastardi. A momenti mi era più facile tornarmene in Italia...però poi si è fatta perdonare diventando la città in cui vorrei vivere per sempre se Londra non esistesse più.
Mi mancano le Maldive e il senso rassicurante del viaggio vacanza che pensa al posto tuo. Ma quelle mi mancherebbero comunque. E mi mancano gli animatori:erano gli stessi di Zanzibar, uno di loro si ricordava di me e quando mi vide disse: "ciao! Tu sei la fanciulla iPad! Per noi avevi questo nome". E stasera mi viene da pensare che allora forse è vera la storia che da tanto tempo l'iPad è per me una roba che Nicoletti definisce "protesi emotiva". Tutta la mia memoria, le mie impressioni le mie emozioni stanno tutte qua dentro. E cos'è tutto questo se non tentare di essere sempre altrove?

Ci sono così tanti luoghi in cui avrei ancora voglia di andare. ma adesso temo rischi ed imprevisti. Probabilmente non sarei neppure così felice di partire da sola. O forse sì. Non lo so davvero cosa cambierei nel mio nuovo approccio al viaggio. Eppure so per certo che se oggi decidessi di partire non sarebbe più la stessa cosa
Uh...ci sono! Io non sarei la stessa cosa...










venerdì 14 luglio 2017

La "giovinezza" del cambiamento

Che poi forse le cose possono anche cambiare piuttosto rapidamente, pure quando pensi che sia impossibile perché certe gabbie mentali e alcuni schemi rigidi protratti nel tempo ti portano ad ottenere risultati sempre uguali a se stessi con meccanismi in fondo piuttosto prevedibili. E invece no. Ad un certo punto il primo pensiero del mattino non è più quello che ti ha ossessionato per anni, che ti piacciono cose nuove e insospettabili e che, se pure continui a pensare di essere sempre un po' troppo timida e solitaria, adesso almeno te ne compiaci di meno. Che bello, non ci avrei scommesso un centesimo...dei rituali mattutini maniacali conservo soltanto il pizzicotto sui fianchi per testare se o quanto sto ingrassando, un bicchiere d'acqua a temperatura ambiente e la papaya fermentata che non ho mai capito a cosa diavolo mi faccia bene ma guai a stare senza. Tutto come prima, tutto totalmente diverso da prima. Se non provassi a congelare certe suggestioni almeno appuntandomele non mi sarebbe così intuitivo notare le differenze. E pure la sezione informazioni inutili è completata.

Esattamente tre anni fa adottavo un micino, Pablito, che è stato con me circa un anno prima di trasferirsi in un luogo più confortevole e affettivamente appagante come quello che gli garantisce la mia famiglia in Campania. A quel tempo volevo bene ad una persona per la quale ho impiegato molto tempo a smettere di volerne senza per questo provare alcuna forma di odio. Ora, tutte le volte che ci penso e che mi rendo conto di quanto teneramente ingenua sia stata, sorrido pensando che non c'era niente di sbagliato. Non tutte le cose inutili e afinalistiche sono sbagliate e la vera goduria è capire che ad un certo punto, e senza un vero perché, non fanno più alcun male.

Oggi mi è arrivato il pacco che avevo ordinato alla Feltrinelli. Ci stanno dentro film molto divertenti, due libri di Murakami e uno che coincide con quella felice idea di nuovo risveglio che mi porto dentro da un po' di tempo a questa parte, ma non posso rivelare di cosa si tratta...
Stasera danno "Youth". Lo vidi a cinema, in un divertente pomeriggio di cui ho memoria inutilmente nitida. Mi piacque davvero molto. Stasera voglio riverderlo, con la quasi certezza che stavolta non ho nessun bisogno cambiare idea. Per certe cose serve il risveglio dopo un lungo sonno. Ristoratore a prescindere.









giovedì 6 luglio 2017

Mi metto scomoda...che sennò mi stanco

Ancora non ho disfatto del tutto la valigia. È che martedì ero molto stanca, mercoledì sono rientrata tardissimo dal lavoro e oggi pure. Dormo ancora sul divano perché ho troppo caldo e mangio cose a caso tra quello che mia madre mi ha impacchettato. Mi piace sempre molto questo strano salto logico/spazio/temporale tra due maniere completamente diverse di gestirmi la quotidianità. Sì perché non è solo una questione legata al fatto che quando sono giù è perché sto in ferie, quello è il meno, è proprio un modo diametralmente opposto di intendere lo spazio domestico, quella strana idea di comodità, il tempo così dilatato dedicato alla cucina, quello strano rituale dei programmi preserali...tutto questo mi pare divertente nei limiti di un'esperienza limitata, perché se così non fosse mi sembrerebbe addirittura colpevole. C'è una poetica quasi tragica in quadretti familiari che sono stati anche altro in un altro tempo, una casa più piccola e meno confortevole, problemi diversi assieme ad altri sempre uguali, ma ci si abitua presto a certe forme divoranti di comodità e in fondo chi sono io per pensare che tutto questo sia sbagliato?

Quando sono rientrata a Milano, nella mia casa piccola piccola, senza nessun tipo di comodità se non il fatto stesso di essere così essenziale, mi sono sentita in pace. Io abito al pian terreno, da marzo tengo le finestre aperte tutto il giorno, anche quando non ci sono. Se qualcuno volesse entrare gli basterebbe fare un salto neppure troppo atletico e andare via indisturbato. Non lo so perché non è ancora successo e in fondo la cosa, tranne per qualche dvd a cui sono affettivamente legata, non mi turberebbe più di tanto. Quando i miei devono chiudere casa, tra cancelli e antifurti se ne passa un quarto d'ora...in fondo da loro sono già passati due volte e riconosco che non fu affatto piacevole entrare in una casa completamente a soqquadro nella quale sono passati degli sconosciuti a violare delle intimità.

Le cose da gestire per me sono sempre state un'ossessione. È per questo che ho deciso di non possedere troppa roba. Mi farebbe perdere tempo ed energie  rispetto al reale beneficio che ne traggo. È così che ho capito che due stanze da pulire e ordinare sono meglio di quattro e che non avere l'auto è meglio che smadonnare per trovare parcheggio o litigare per un sorpasso. E no, non sono una micragnosa o una pauperista, ho soltanto imparato ad aver maggiormente bisogno di "prodotti immateriali" che mi producano piacere e utilità senza occupare spazio togliendomi aria o sovrapponendosi alle cose davvero essenziali. 
Sì, io così mi trovo bene...soprattutto dopo dieci giorni che me la sono goduta in una casa grande, comoda, con un sacco di cibo buono preparato da altri e una macchina che mi ha portato a zonzo per tutta la costiera. 
In realtà non lo so cosa sia davvero giusto o sbagliato fare del tempo e delle risorse. A me fare la freakettona piace perché mi semplifica la quotidianità. Ma interromperla un po' mi aiuta ad apprezzarla davvero e un po' mi fa capire che ci stanno davvero troppi altri modi di stare al mondo. E quando ci penso mi pare quasi sempre un'esagerazione


 

domenica 2 luglio 2017

Allora vado. Poi torno. Così sono rimasta...

La valigia è pronta, ho riposato, preso il sole, letto cose, esercitato l'ozio, il silenzio e l'ascolto. Pochi giorni, ma sufficienti per non correre il rischio di abituarsi a certi ritmi da carenza di ambizioni. Domani pomeriggio ripartirò per Milano e proverò ad inventarmi un'estate in cui sperare di includere qualche dettaglio da ricordare e trovare la maniera di andare al Carroponte più spesso possibile.

L'anno scorso ricordo che vivevo questi stessi giorni con una strana ansia: mi approssimavo ai quarant'anni provando a considerarli un'età come un'altra ed evitando ogni inutile paragone con coetanei dal percorso e dalla condizione completamente differente dalla mia. Ad essere sincera non sono per nulla certa che il tentativo sia pienamente riuscito, però alla fine è stato un anno bello e pieno di sorprese, di scoperte, di nuove amicizie, di incontri interessanti, di abbandono definitivo per tutto ciò che non mi riguardava punto...ammetto che certe volte sono una tale cocciutona che solo la severità del tempo mi aiuta a vedere come stanno davvero le cose.

Oggi sono stata dalla nonna. Ha smesso di chiedermi perché non mi sono sposata, è contenta di trovarmi bene e che Milano mi non mi abbia stancato e mi crede quando le dico che non mi sento sola lassù a cavarmela senza nessuno.
Anche io la trovo sempre in gamba e ho l'impressione che riesca ad intendermi più di quanto riescano a fare i miei, che mi ripetono come un mantra sempre le stesse cose, quelle che non posso e non voglio fare. Non certo adesso.

Domani mattina andrò a zonzo con mia cugina e sono sicura che rideremo per tutto quello che ci capiterà di raccontarci, come sempre faremo delle foto da finte gnocche navigate e aspetteremo fiduciose ogni presa in giro possibile dai nostri comuni amici.
Poi sarà davvero finita la mia sosta "familiare" e salirò sul treno che mi riporterà a Milano, dove trascorrerò il mio ultimo periodo da "splendida" quarantenne con vocazione alla dolcezza, qualche smania e mille insicurezze incurabili. E pensare che avevo così paura di questi quarant'anni arrivati tutti assieme mentre mi trovavo così lontano da dove "sono cominciata".
E così oggi ho preso due biglietti per ritornare di nuovo qui. Giusto per un attimo. Saluto i quarantuno e poi riparto

venerdì 30 giugno 2017

Meno condizionata di certa brutta aria che tira

Realizzo solo adesso che ormai son quasi finite. Da sempre io sono quella che decide cosa fare delle proprie ferie senza cercare di intaccare il sacro calendario del collega vacanziere istituzionale. Le ragioni sono tante: mi piace l'ufficio semidesertico di luglio e agosto, ho spesso amato soggiornare in ameni luoghi tropicali a novembre o a febbraio, non mi ritrovo costretta a mercanteggiare le mie scelte per garantire il flusso di lavoro in ufficio, detesto le spiagge affollate, amo stare a Milano in estate.
Tuttavia, nonostante sia abituata a questa scelta ripetuta e consolidata, stavolta mi è meno familiare pensare che mi attenda una lunga estate milanese corredata dalla solita pressione troppo bassa per poter risvegliare sopiti entusiasmi. Sarà piacevole come sempre, ne sono certa, ma non mi è ben chiaro cosa davvero farò.

Una delle mie ultime attività prima di andare in vacanza è stata una verifica esterna presso un'azienda che conoscevo molto bene e di cui ho anche raccontato una volta per quanto mi aveva colpito come esempio di virtuosità e di eccellenza organizzativa. Purtroppo con stupore e rammarico quel ramo d'azienda con sede nel milanese, con casa madre in Germania, pur producendo ancora fatturati crescenti, chiuderà per trasferire l'attività in India. Nessuna proposta per i quarantaquattro lavoratori che da domani rimarranno a casa, nessuna spiegazione, nessun ringraziamento. La manager della logistica mi raccontava che ha lavorato lì per trentun anni, da fresca diplomata, prima come addetta e poi via via crescendo e facendosi conoscere per meritare la carriera successiva. Sono quattro mesi che fa colloqui e il tenore delle risposte è quello col quale ho imparato a familirizzare persino io, che per fortuna mi limito solo a scrutare con curiosità gli strani meccanismi del mercato del lavoro nostrano. Se dovessi ancora subirne le umiliazioni credo che non ne uscirei viva.
Il fatto è che sono rimasta molto scossa da quella piccola emblematica storia, così tanto da scordare persino l'increscioso episodio che in quello stesso giorno era invece capitato a me e che mi ha irrimediabilmente aperto uno squarcio malinconico sulla reale qualità dei miei rapporti di lavoro. Quel giorno successe questo: postai su fb una foto in cui mi dicevo fortunata di essere in verifica perché in ufficio l'aria condizionata era rotta. L'episodio in  sé non avrebbe nessunissima rilevanza, se non fosse per il fatto che qualche collega ha mostrato quel post al direttore, chissà a quale scopo perché neanche a tirarlo per i capelli poteva venirne fuori un richiamo...ma vabbè...intanto adesso l'idea dell'ufficio estivo e con poche possibilità di incontro mi rasserena più degli anni passati e mi fa un po' specie che la mancanza di rispetto per una "risorsa umana" possa risiedere davvero in una base di partenza qualsiasi: un dirigente, un amministratore delegato che non ti ha mai visto...ma anche un tuo pari...

Sarà una lunga estate, lo sento. Ma stavolta il compleanno lo festeggio con chi mi vuole bene, mica in ufficio come l'anno scorso: il ponte del 14 è pure il mio! E questo sarà più incondizionato dell'aria che a volte mi ritrovo a respirare a mia insaputa

martedì 27 giugno 2017

Di come cambiano le cose (pure quelle che non lo fanno mai davvero)

Tutto più o meno come nelle previsioni. Il mio soggiorno campano procede come previsto tra corse, mare, cibo ingiustificato e un caldo di cui non avevo tenuto conto. Tutto, quando ritorno qui, mi pare sempre esattamente uguale a come l'ho lasciato. E non parlo solo delle cose, che forse in realtà cambiano pure ma io non me ne rendo conto, ma proprio del mio modo di sentirmi quando vengo qui: papà che borbotta cose un po' sconnesse sui disservizi del paesello, mamma che sta sempre a mondare quintalate di verdure, che faranno pure tanto bene ma mica poi tanto se le anneghi in un barile di olio...mia sorella che nessuno ha mai compreso ma vabbè...
Non colgo mai i cambiamenti, giuro che mi pare tutto come la prima volta che ho fatto le valige e me ne sono andata via. A ventiquattro anni. E invece poi le cose cambiano e succedono e stravolgono cuori, interi assetti familiari, direi l'anima stessa di questo piccolo paese dove solo apparentemente mi pare che tutto resti cristallizzano come nella mia memoria poco aggiornata. Mi è bastato ascoltare mia madre mentre sosrseggiavo il primo caffè dell'alba, altro storico rituale, che mi raccontava di matrimoni traballanti che stanno in piedi solo perché il tradimento rientra come ingrediente concesso; del palazzo confinante che è stato sequestrato dal comune e chissà che ci faranno; di una sua ex collega diventata matta e che gira per il paese come una derelitta.

Forse quella sempre uguale sono proprio io, che in fondo ho deciso da sempre che questo non sarebbe mai rimasto il mio posto, che ho sempre trovato normale fare tentativi in un altrove che solo da poco tempo mi pare non essere più tale ma il luogo dove vorrei trascorrere il resto della vita, anche se papà ancora è convinto che io a breve ritornerò qui. "Lucia, ma che ci fai in quella casa così piccola? Ma come fai a vivere senza auto? Ma davvero non trovi faticosa quella città? Se proprio non ti fanno tornare come dici, almeno cercati un altro lavoro qui...oppure stai lì ancora un po' di anni e poi molla tutto e tornatene qua"... questo è più o meno il tenore di un tipico confronto col mio papà. Non si è mai reso conto che io me ne sono andata in senso stretto da questa casa.
Avrei voluto dirgli che quello che vedo sul percorso del lungomare dove vado a correre, mentre lui rimane tutto il tempo sotto l'ombrellone, è lo stesso identico scempio, degrado, immondizia, oltraggio ambientale che mi mettevano a disagio tanti anni fa.
Domani gli faccio vedere le foto, così ne parliamo sotto l'ombrellone e mi spiega come mai certe cose cambiano meno di me...
Pazienza, immagino che ci diremo queste cose per tutti gli anni che verranno e nei quali io non sarò ancora tornata. Per il resto, meno male che ci saranno sempre pure il caffè dell'alba e le storie di mia madre a ricordarmi che in fondo pure qua le cose cambiano parecchio. Di certo più di me e di questo sfortunato lungomare di Varcaturo...

venerdì 23 giugno 2017

Appartenenza a parte...mi sento parte

Ufficialmente in ferie. Devo dire la verità, è la prima volta che non ne sento una necessità assoluta. Non mi sento particolarmente provata né dalla stanchezza né da una condizione emotiva particolarmente problematica. È tanto tempo che non scendo giù dai miei e mi fa piacere pensare di essere un po' coccolata in quella maniera che può accadermi solo se devono sopportarmi per un tempo molto limitato.  Credo che mi porteranno al mare, che mangerò troppo, che mi allenerò anche per limitare i danni, che sarò felice di rivedere tutti, che finalmente leggerò in santa pace e senza pensare che non ho ancora lavato i piatti e steso i panni. E poi, come al solito mi mancherà Milano. Ormai credo che questa cosa qui non la risolverò mai più. Io il senso di appartenenza arrivo a riconoscerlo al massimo in modo "trasversale", anzi mi viene da pensare che il legame col posto  in cui sono nata mi sia stato possibile stabilirlo e consolidarlo solo allontanandomene, distillando il mio vissuto depurandolo da quello che non ho mai accettato di quella terra e che ora più che mai troverei intollerabile.
Ma tant'è, ormai me lo ripeto ad ogni vigilia di ritorno alla terra mia e questo mio modo di essere migrante rappresenterà per sempre la mia maniera di appartenere ad un percorso, piuttosto che ad un luogo preciso.

E sempre a proposito di legami e di sentirsi parte di qualcosa, ho provato a capire cosa consente di stabilirne la profondità. Da buona romantica "scettica" alterno le mie folli pretese di assoluto a più pacati tentativi di saggezza disincantata, durante i quali mi ripeto che tutti i sentimenti sono aleatori, volatili e volubili e non per questo rappresentino dei rischi da evitare. Ma poi, alla fine, finisco sempre per dare ragione alle folli pretese di assoluto senza mai davvero pentirmene...soprattutto quando osservo gli scarsi risultati derivanti da "combinazioni" facilmente deteriorabili. Non hanno senso, anzi sono contro ogni senso.

E così stasera, dopo aver mangiato una quantità impropria di ciliegie perché devo svuotare il frigo, e con una valigia ancora tutta da preparare, mi chiedo cosa ci faccio ancora stravaccata su questo divano, come se non dovessi andare in nessun posto o come se non fosse necessario fare nulla per passare da un luogo che ami ad un altro a cui vuoi altrettanto bene.
Meno male che i biglietti li ho presi da due mesi





lunedì 12 giugno 2017

Preludio di una notte insonne di mezza estate

Ormai mi sono rassegnata al fatto che in questo periodo dorma ancor meno del solito. In fondo ci sono delle volte in cui questo non mi dispiace e mi fa sentire in diritto di stabilire dei piccoli rituali di grande relax, come un ultimo amaro Montenegro, passare mentalmente in rassegna i fatti del giorno, godere di un silenzio irreale, addormentarmi direttamente sul divano. Orami sono due settimane che succede. Quando mi sveglio qui in cucina, con le tapparelle non abbassate, la finestra aperta, il tavolo visto da una prospettiva non usuale e una certa sciatteria trasgressiva da sprovveduta, mi diverto sempre un po'.  La mia idea di estate è tutta concentrata in certi passaggi temporanei di stato.

E poi ci sono le cose che non smetto di fare mai, neppure in estate e a temperature roventi, come percorrere a piedi, e almeno per due volte al giorno, Via Mecenate, credo la strada di Milano che amo di più. Negli anni l'ho vista cambiare persino nella luce e nella quantità di nebbia che riusciva a contenere. Da circa un anno è arrivato uno stabilimento di Gucci e poi un albergo di lusso:dei palazzoni neri molto glam che hanno "violentato" le architetture dickensiane da romantica archeologia industriale che tanta parte hanno avuto nel mio tragitto incantato. Ma tant'è, non sarà certo questo ad impedirmi di continuare a "farmi strada" in quel tratto dove concentro la parte più densa del mio silenzio e dei miei interrogativi.

Esattamente un anno fa facevo una piccola e bellissima vacanza in Portogallo. Mi ricordo che ero imbottita di antidolorifici perché avevo un braccio completamente bloccato da contratture muscolari da cui sarei guarita solo molto tempo dopo e tanta fisioterapia e che soffrivo per una persona che in realtà non ha avuto alcun significato nella mia vita. Ma nelle foto avrei detto che ero del tutto felice. Io sorrido sempre, di un sorriso che inganna persino me stessa e questa cosa mi spiazza, perché io me lo ricordo come mi sentivo davvero. Che senso hanno quelle foto così ingannevoli? Restituisco ricordi fasulli e questo mi spaventa.

Stasera fa molto caldo, sono rientrata in casa da poco e via Mecenate, così poco illuminata, così mezza proletaria e mezza deturpata dal lusso prepotente e fuori luogo, era ancora bellissima. E ho pensato che era in quel momento che avrei dovuto fare una foto. Perché adesso sì che il mio sorriso sarebbe stato sincero...

sabato 3 giugno 2017

Una taglia sulla giovinezza

Ci sto ancora dentro. È sempre un'ottima notizia per una donna sapere di entrare ancora negli abiti degli anni precedenti. In realtà so perfettamente di essere un po' cambiata, che sono meno in forma di un anno fa e che pure il mio viso e certe mie espressioni tipiche cominciano a risultarmi meno familiari. Forse quello che trovo davvero straniante nella percezione di sentirsi cambiare è che in fondo la faccenda mi traumatizza meno di quanto ne abbia avuto timore durante i miei "inviolati" anni acerbi.

Si dice che ogni età abbia la sua magia, il suo fascino, la sua bellezza...io credo che la giovinezza sia invece la sola vera irripetibile occasione, superata la quale abbiamo solo due possibilità: 1) godere di una maturità frutto di una giovinezza spesa bene, 2) tentare di perdonarsi

Io non saprei dire verso quale sentiero mi stia avviando, probabilmente, come molti, tento di prolungare la giovinezza, o il sentimento della stessa, solo per provare a darmi qualche occasione in più. Me ne accorgo quando mi rifiuto di fare bilanci, o di buttare i miei adorati quanto improponibili jeans strappati, quando al concerto degli "Stato Sociale" mi sono sentita la zia Bettina, quando ancora mi compiaccio di uno sguardo maschile che lascia pochi dubbi...Sì, direi che ho un'età anagrafica non ancora pienamente allineata a quella percepita e che in fondo in questa forma di immaturità alberghi ancora l'entusiasmo che ho il terrrore di perdere assieme al mio sfiorire.

Stasera a blob veniva raccontato in pillole l'ultimo trentennio: dall'ascesa, dominio e declino di Berlusconi al mesto epilogo renziano. E io c'ero. La mia storia personale è stata tutta scandita da fenomeni antropologici e politici di cui soltanto molti anni dopo ho potuto comprendere la reale portata. Ma non me l'hanno tramandata, io ne subivo gli effetti, crescevo all'alba di quella realtà che ben presto avrei ritenuto da combattere con ogni possibile strumento.
Io ero giovane prima dell'era digitale, mentre si imponevano i paninari, mentre Reagan si faceva fare i programmi di politica monetaria da Milton  Friedman...

Chissà se veramente tutto questo ha inciso nella mia vita, o se invece ha contato di più la piccola provincia in cui sono cresciuta, i miei compagni del liceo, quell'idiota supremo che conobbi a sedici anni. E chissà se tutto questo c'entra davvero con i miei vestitini estivi in cui riesco ancora ad entrare. Forse dovrei finalmente cambiare il mio guardaroba, magari senza più preoccuparmi della taglia, guardare blob pensando che in fondo Berlusconi non era il peggio come pensavo allora, che l'edonismo reaganiano era in fondo meno immorale dell'antiambientalismo trumpiano.

In effetti davvero potrei cominciare a rileggere la mia storia in questo modo. Ma ancora non mi riesce. Se lo facessi riterrei la mia giovinezza semplicemente una grossa occasione perduta. E proprio non mi va.
Temo, a questo punto, che mi toccherà rimanere fanciulla ancora per un bel pezzo se voglio invecchiare senza diventare matta. Se proprio devo...











giovedì 25 maggio 2017

Secondo me è colpa del metabolismo...

Mi fa sempre un po' specie notare quanto sia diffusissimo l'equivoco concettuale secondo il quale chi ha il metabolismo lento tenderebbe ad ingrassare e chi invece lo tiene veloce rimarrebbe invece sempre magro. In realtà è esattamente il contrario: chi ha il metabolismo lento vuol dire che trasforma i nutrienti in energia e in riserve con più fatica, bruciando dunque più calorie per diventare carburante. Capisco che sia controintuitivo ma non è una buona ragione per cui sia così consolidata questa errata percezione. Non so perché mi premesse così tanto chiarire questa innocua fesseria, forse perché sono ossessionata dall'idea di non riuscire mai davvero a capire come stanno le cose, dai falsi convincimenti, dal vale tutto e il suo contrario perché tanto non muore nessuno. A volte però si rischia grosso davvero, per esempio se  per te la statistica non è una materia da tenere in conto e quindi ti convinci che un vaccino, se è efficace solo al 98% dei casi, allora è da non farsi perché quel 2% smentisce tutto e pare essere abbastanza per decidere che sia meglio il ritorno all'epidemia di malattie quasi dimenticate.

A me l ' "Opinione" piace, non fosse altro perché ti salva dall'imbarazzo del silenzio in una cena conviviale tra persone che non appartengono alla comunità scientifica, o con la persona che preferiresti baciare ma l'hai appena conosciuta e poi penserebbe male, o per fare delle magnifiche riunioni di lavoro che legittimano un abbassamento produttivo a scopo pianificazione... L' "Opinione"   sta alla base di ogni sistema democratico e qualche volta ha persino contribuito a disegnare "lo spirito del tempo", quando era difficile diffonderla in modo capillare e l'attenzione se la doveva meritare con gli argomenti e una credibilità dimostrabile con qualche straccio di dato. Credo che sia questo il difetto principale dell'opinione "social", quella dei tanti "Napalm '51" di "crozziana" fantasia, fatta di livore, rabbia viscerale, nessuna verifica e meno che meno delle ragionevoli argomentazioni a supporto.

Oggi sono andata a donare il sangue. Le tre volte precedenti mi hanno rimandato indietro per una forte carenza di ferro perché non facevo mai la cura che mi prescrivevano. Poi l'ho fatta e finalmente i valori sono diventati giusti, almeno nella misura che serve a non svenire o vomitare tutte le volte che corro un po' più forte. Chiedimi perché non l'ho fatta prima. Ti rispondo, mi piacciono solo i rimedi naturali, credo che una sana alimentazione sia sufficiente, credo che uno stato d'animo rilassato riporti i valori a quelli fisiologici...tutto molto bello, quanto falso.

Io credo che la grande dicotomia natura/cultura, che in se' non avrebbe nulla di spaventoso perché si chiamerebbe progresso,  passi per un atteggiamento intellettualmente onesto e depurato da opinioni a "senso", quelle fatte di autocompiacimento delirante, di bufale... e di metabolismi troppo veloci che appesantiscono senza nutrire

domenica 21 maggio 2017

Del fare cose utili per pensare a quelle dilettevoli

Credo si chiami eterogenesi dei fini. Tu fai una cosa che, oltre ad avere lo scopo preciso per cui viene svolta, risulta essere foriera pure di risultati apparentemente slegati da quella matrice generatrice. A me succede spesso con certe attività domestiche apparentemente banali e noiose che la tecnologia ha contribuito ad esorcizzare: lavare i piatti, lavare i panni a mano, spolverare...io, che sono una donna di casa piuttosto mediocre, quando mi dedico a questo tipo di attività ho bisogno di avere qualcosa che mi stia molto a cuore a cui pensare. Credo che la mia migliore fonte di ispirazione sia stato il catino pieno di pentole da scrostare e che sciorinare i panni in vasca mi abbia aiutato a dipanare alcuni dei miei più spinosi dilemmi esistenziali. Ma è quando preparo da mangiare che colgo il vero scopo di operazioni che in fondo eviterei volentieri. Io cucino solo pensando o immaginando di farlo per persone che amo, mi è impensabile mettermi ai fornelli con la coscienza di brasare soltanto per me. Lo trovo insensato e quando i miei ospiti, reali o immaginari, mancano risolvo il mio pasto solo con cibi che non richiedono cottura.

Credo che sia molto divertente vivere facendo cose che servono anche a tutt'altro, ho l'impressione che sia una formula applicabile ad una infinita di attività umane apparentemente insensate o noiose, moltiplicandone motivazione, visione trasversale del mondo, divertimento e compensazione tra noia e sorpresa. Come impegneranno mai il proprio tempo quelli che usano la lavastoviglie!?!? È una domanda stupida la mia e non rende giustizia di quello che voglio intendere. Lo ammetto. Forse quello che mi fa davvero paura è l'eccesso di comodità di cui diventiamo vittime quando by passiamo certe attività primarie e che ci lasciano sbracati sul divano ad abbassare la soglia delle pretese da noi stessi. Oppure la verità è che io, come tutti i pigri devastati dal senso di colpa, tendo a fare più del dovuto e finisco per trovare imprescindibili attività che in realtà trovo detestabili.

Sono stata sette anni senza la TV e non so se sia stato per paura di rimanerne dipendente o per senso del rifiuto per la quasi totalità di quanto proposto. L'anno scorso l'ho riammessa in casa con la diffidenza e la cautela che si riservano a quelli che non ci hanno fatto del bene ma alla fine li abbiamo perdonati. Mi sono accorta che rimaneva spenta per tutto il tempo tranne la sera per blob, Gazebo e qualcosa su Paramount channel, che in tutti questi anni ho fatto bene a rimanere appassionata alla radio e a tutto quanto mi tenesse lontana dal risucchio del divano, ma in fondo avere una TV in casa non è così drammatico come mi ero cocciutamente persuasa. E così ho pensato che quando i rapporti, con cose e persone, diventano risolti non c'è nessun pericolo nel reciproco concedersi, che si può vivere benissimo facendo a meno di quello che non ci convince del tutto, ma che ci sta sempre del buono da recuperare pure in quello e così, alla fine, ammetti che non ci sta motivo di essere sempre così drastici.

Forse se smettessi di lavare i piatti a mano, di cucinare, di spolverare...sarei felice lo stesso. Ma per ora mi pare ancora alquanto improbabile


In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...