domenica 2 luglio 2017

Allora vado. Poi torno. Così sono rimasta...

La valigia è pronta, ho riposato, preso il sole, letto cose, esercitato l'ozio, il silenzio e l'ascolto. Pochi giorni, ma sufficienti per non correre il rischio di abituarsi a certi ritmi da carenza di ambizioni. Domani pomeriggio ripartirò per Milano e proverò ad inventarmi un'estate in cui sperare di includere qualche dettaglio da ricordare e trovare la maniera di andare al Carroponte più spesso possibile.

L'anno scorso ricordo che vivevo questi stessi giorni con una strana ansia: mi approssimavo ai quarant'anni provando a considerarli un'età come un'altra ed evitando ogni inutile paragone con coetanei dal percorso e dalla condizione completamente differente dalla mia. Ad essere sincera non sono per nulla certa che il tentativo sia pienamente riuscito, però alla fine è stato un anno bello e pieno di sorprese, di scoperte, di nuove amicizie, di incontri interessanti, di abbandono definitivo per tutto ciò che non mi riguardava punto...ammetto che certe volte sono una tale cocciutona che solo la severità del tempo mi aiuta a vedere come stanno davvero le cose.

Oggi sono stata dalla nonna. Ha smesso di chiedermi perché non mi sono sposata, è contenta di trovarmi bene e che Milano mi non mi abbia stancato e mi crede quando le dico che non mi sento sola lassù a cavarmela senza nessuno.
Anche io la trovo sempre in gamba e ho l'impressione che riesca ad intendermi più di quanto riescano a fare i miei, che mi ripetono come un mantra sempre le stesse cose, quelle che non posso e non voglio fare. Non certo adesso.

Domani mattina andrò a zonzo con mia cugina e sono sicura che rideremo per tutto quello che ci capiterà di raccontarci, come sempre faremo delle foto da finte gnocche navigate e aspetteremo fiduciose ogni presa in giro possibile dai nostri comuni amici.
Poi sarà davvero finita la mia sosta "familiare" e salirò sul treno che mi riporterà a Milano, dove trascorrerò il mio ultimo periodo da "splendida" quarantenne con vocazione alla dolcezza, qualche smania e mille insicurezze incurabili. E pensare che avevo così paura di questi quarant'anni arrivati tutti assieme mentre mi trovavo così lontano da dove "sono cominciata".
E così oggi ho preso due biglietti per ritornare di nuovo qui. Giusto per un attimo. Saluto i quarantuno e poi riparto

venerdì 30 giugno 2017

Meno condizionata di certa brutta aria che tira

Realizzo solo adesso che ormai son quasi finite. Da sempre io sono quella che decide cosa fare delle proprie ferie senza cercare di intaccare il sacro calendario del collega vacanziere istituzionale. Le ragioni sono tante: mi piace l'ufficio semidesertico di luglio e agosto, ho spesso amato soggiornare in ameni luoghi tropicali a novembre o a febbraio, non mi ritrovo costretta a mercanteggiare le mie scelte per garantire il flusso di lavoro in ufficio, detesto le spiagge affollate, amo stare a Milano in estate.
Tuttavia, nonostante sia abituata a questa scelta ripetuta e consolidata, stavolta mi è meno familiare pensare che mi attenda una lunga estate milanese corredata dalla solita pressione troppo bassa per poter risvegliare sopiti entusiasmi. Sarà piacevole come sempre, ne sono certa, ma non mi è ben chiaro cosa davvero farò.

Una delle mie ultime attività prima di andare in vacanza è stata una verifica esterna presso un'azienda che conoscevo molto bene e di cui ho anche raccontato una volta per quanto mi aveva colpito come esempio di virtuosità e di eccellenza organizzativa. Purtroppo con stupore e rammarico quel ramo d'azienda con sede nel milanese, con casa madre in Germania, pur producendo ancora fatturati crescenti, chiuderà per trasferire l'attività in India. Nessuna proposta per i quarantaquattro lavoratori che da domani rimarranno a casa, nessuna spiegazione, nessun ringraziamento. La manager della logistica mi raccontava che ha lavorato lì per trentun anni, da fresca diplomata, prima come addetta e poi via via crescendo e facendosi conoscere per meritare la carriera successiva. Sono quattro mesi che fa colloqui e il tenore delle risposte è quello col quale ho imparato a familirizzare persino io, che per fortuna mi limito solo a scrutare con curiosità gli strani meccanismi del mercato del lavoro nostrano. Se dovessi ancora subirne le umiliazioni credo che non ne uscirei viva.
Il fatto è che sono rimasta molto scossa da quella piccola emblematica storia, così tanto da scordare persino l'increscioso episodio che in quello stesso giorno era invece capitato a me e che mi ha irrimediabilmente aperto uno squarcio malinconico sulla reale qualità dei miei rapporti di lavoro. Quel giorno successe questo: postai su fb una foto in cui mi dicevo fortunata di essere in verifica perché in ufficio l'aria condizionata era rotta. L'episodio in  sé non avrebbe nessunissima rilevanza, se non fosse per il fatto che qualche collega ha mostrato quel post al direttore, chissà a quale scopo perché neanche a tirarlo per i capelli poteva venirne fuori un richiamo...ma vabbè...intanto adesso l'idea dell'ufficio estivo e con poche possibilità di incontro mi rasserena più degli anni passati e mi fa un po' specie che la mancanza di rispetto per una "risorsa umana" possa risiedere davvero in una base di partenza qualsiasi: un dirigente, un amministratore delegato che non ti ha mai visto...ma anche un tuo pari...

Sarà una lunga estate, lo sento. Ma stavolta il compleanno lo festeggio con chi mi vuole bene, mica in ufficio come l'anno scorso: il ponte del 14 è pure il mio! E questo sarà più incondizionato dell'aria che a volte mi ritrovo a respirare a mia insaputa

martedì 27 giugno 2017

Di come cambiano le cose (pure quelle che non lo fanno mai davvero)

Tutto più o meno come nelle previsioni. Il mio soggiorno campano procede come previsto tra corse, mare, cibo ingiustificato e un caldo di cui non avevo tenuto conto. Tutto, quando ritorno qui, mi pare sempre esattamente uguale a come l'ho lasciato. E non parlo solo delle cose, che forse in realtà cambiano pure ma io non me ne rendo conto, ma proprio del mio modo di sentirmi quando vengo qui: papà che borbotta cose un po' sconnesse sui disservizi del paesello, mamma che sta sempre a mondare quintalate di verdure, che faranno pure tanto bene ma mica poi tanto se le anneghi in un barile di olio...mia sorella che nessuno ha mai compreso ma vabbè...
Non colgo mai i cambiamenti, giuro che mi pare tutto come la prima volta che ho fatto le valige e me ne sono andata via. A ventiquattro anni. E invece poi le cose cambiano e succedono e stravolgono cuori, interi assetti familiari, direi l'anima stessa di questo piccolo paese dove solo apparentemente mi pare che tutto resti cristallizzano come nella mia memoria poco aggiornata. Mi è bastato ascoltare mia madre mentre sosrseggiavo il primo caffè dell'alba, altro storico rituale, che mi raccontava di matrimoni traballanti che stanno in piedi solo perché il tradimento rientra come ingrediente concesso; del palazzo confinante che è stato sequestrato dal comune e chissà che ci faranno; di una sua ex collega diventata matta e che gira per il paese come una derelitta.

Forse quella sempre uguale sono proprio io, che in fondo ho deciso da sempre che questo non sarebbe mai rimasto il mio posto, che ho sempre trovato normale fare tentativi in un altrove che solo da poco tempo mi pare non essere più tale ma il luogo dove vorrei trascorrere il resto della vita, anche se papà ancora è convinto che io a breve ritornerò qui. "Lucia, ma che ci fai in quella casa così piccola? Ma come fai a vivere senza auto? Ma davvero non trovi faticosa quella città? Se proprio non ti fanno tornare come dici, almeno cercati un altro lavoro qui...oppure stai lì ancora un po' di anni e poi molla tutto e tornatene qua"... questo è più o meno il tenore di un tipico confronto col mio papà. Non si è mai reso conto che io me ne sono andata in senso stretto da questa casa.
Avrei voluto dirgli che quello che vedo sul percorso del lungomare dove vado a correre, mentre lui rimane tutto il tempo sotto l'ombrellone, è lo stesso identico scempio, degrado, immondizia, oltraggio ambientale che mi mettevano a disagio tanti anni fa.
Domani gli faccio vedere le foto, così ne parliamo sotto l'ombrellone e mi spiega come mai certe cose cambiano meno di me...
Pazienza, immagino che ci diremo queste cose per tutti gli anni che verranno e nei quali io non sarò ancora tornata. Per il resto, meno male che ci saranno sempre pure il caffè dell'alba e le storie di mia madre a ricordarmi che in fondo pure qua le cose cambiano parecchio. Di certo più di me e di questo sfortunato lungomare di Varcaturo...

venerdì 23 giugno 2017

Appartenenza a parte...mi sento parte

Ufficialmente in ferie. Devo dire la verità, è la prima volta che non ne sento una necessità assoluta. Non mi sento particolarmente provata né dalla stanchezza né da una condizione emotiva particolarmente problematica. È tanto tempo che non scendo giù dai miei e mi fa piacere pensare di essere un po' coccolata in quella maniera che può accadermi solo se devono sopportarmi per un tempo molto limitato.  Credo che mi porteranno al mare, che mangerò troppo, che mi allenerò anche per limitare i danni, che sarò felice di rivedere tutti, che finalmente leggerò in santa pace e senza pensare che non ho ancora lavato i piatti e steso i panni. E poi, come al solito mi mancherà Milano. Ormai credo che questa cosa qui non la risolverò mai più. Io il senso di appartenenza arrivo a riconoscerlo al massimo in modo "trasversale", anzi mi viene da pensare che il legame col posto  in cui sono nata mi sia stato possibile stabilirlo e consolidarlo solo allontanandomene, distillando il mio vissuto depurandolo da quello che non ho mai accettato di quella terra e che ora più che mai troverei intollerabile.
Ma tant'è, ormai me lo ripeto ad ogni vigilia di ritorno alla terra mia e questo mio modo di essere migrante rappresenterà per sempre la mia maniera di appartenere ad un percorso, piuttosto che ad un luogo preciso.

E sempre a proposito di legami e di sentirsi parte di qualcosa, ho provato a capire cosa consente di stabilirne la profondità. Da buona romantica "scettica" alterno le mie folli pretese di assoluto a più pacati tentativi di saggezza disincantata, durante i quali mi ripeto che tutti i sentimenti sono aleatori, volatili e volubili e non per questo rappresentino dei rischi da evitare. Ma poi, alla fine, finisco sempre per dare ragione alle folli pretese di assoluto senza mai davvero pentirmene...soprattutto quando osservo gli scarsi risultati derivanti da "combinazioni" facilmente deteriorabili. Non hanno senso, anzi sono contro ogni senso.

E così stasera, dopo aver mangiato una quantità impropria di ciliegie perché devo svuotare il frigo, e con una valigia ancora tutta da preparare, mi chiedo cosa ci faccio ancora stravaccata su questo divano, come se non dovessi andare in nessun posto o come se non fosse necessario fare nulla per passare da un luogo che ami ad un altro a cui vuoi altrettanto bene.
Meno male che i biglietti li ho presi da due mesi





lunedì 12 giugno 2017

Preludio di una notte insonne di mezza estate

Ormai mi sono rassegnata al fatto che in questo periodo dorma ancor meno del solito. In fondo ci sono delle volte in cui questo non mi dispiace e mi fa sentire in diritto di stabilire dei piccoli rituali di grande relax, come un ultimo amaro Montenegro, passare mentalmente in rassegna i fatti del giorno, godere di un silenzio irreale, addormentarmi direttamente sul divano. Orami sono due settimane che succede. Quando mi sveglio qui in cucina, con le tapparelle non abbassate, la finestra aperta, il tavolo visto da una prospettiva non usuale e una certa sciatteria trasgressiva da sprovveduta, mi diverto sempre un po'.  La mia idea di estate è tutta concentrata in certi passaggi temporanei di stato.

E poi ci sono le cose che non smetto di fare mai, neppure in estate e a temperature roventi, come percorrere a piedi, e almeno per due volte al giorno, Via Mecenate, credo la strada di Milano che amo di più. Negli anni l'ho vista cambiare persino nella luce e nella quantità di nebbia che riusciva a contenere. Da circa un anno è arrivato uno stabilimento di Gucci e poi un albergo di lusso:dei palazzoni neri molto glam che hanno "violentato" le architetture dickensiane da romantica archeologia industriale che tanta parte hanno avuto nel mio tragitto incantato. Ma tant'è, non sarà certo questo ad impedirmi di continuare a "farmi strada" in quel tratto dove concentro la parte più densa del mio silenzio e dei miei interrogativi.

Esattamente un anno fa facevo una piccola e bellissima vacanza in Portogallo. Mi ricordo che ero imbottita di antidolorifici perché avevo un braccio completamente bloccato da contratture muscolari da cui sarei guarita solo molto tempo dopo e tanta fisioterapia e che soffrivo per una persona che in realtà non ha avuto alcun significato nella mia vita. Ma nelle foto avrei detto che ero del tutto felice. Io sorrido sempre, di un sorriso che inganna persino me stessa e questa cosa mi spiazza, perché io me lo ricordo come mi sentivo davvero. Che senso hanno quelle foto così ingannevoli? Restituisco ricordi fasulli e questo mi spaventa.

Stasera fa molto caldo, sono rientrata in casa da poco e via Mecenate, così poco illuminata, così mezza proletaria e mezza deturpata dal lusso prepotente e fuori luogo, era ancora bellissima. E ho pensato che era in quel momento che avrei dovuto fare una foto. Perché adesso sì che il mio sorriso sarebbe stato sincero...

sabato 3 giugno 2017

Una taglia sulla giovinezza

Ci sto ancora dentro. È sempre un'ottima notizia per una donna sapere di entrare ancora negli abiti degli anni precedenti. In realtà so perfettamente di essere un po' cambiata, che sono meno in forma di un anno fa e che pure il mio viso e certe mie espressioni tipiche cominciano a risultarmi meno familiari. Forse quello che trovo davvero straniante nella percezione di sentirsi cambiare è che in fondo la faccenda mi traumatizza meno di quanto ne abbia avuto timore durante i miei "inviolati" anni acerbi.

Si dice che ogni età abbia la sua magia, il suo fascino, la sua bellezza...io credo che la giovinezza sia invece la sola vera irripetibile occasione, superata la quale abbiamo solo due possibilità: 1) godere di una maturità frutto di una giovinezza spesa bene, 2) tentare di perdonarsi

Io non saprei dire verso quale sentiero mi stia avviando, probabilmente, come molti, tento di prolungare la giovinezza, o il sentimento della stessa, solo per provare a darmi qualche occasione in più. Me ne accorgo quando mi rifiuto di fare bilanci, o di buttare i miei adorati quanto improponibili jeans strappati, quando al concerto degli "Stato Sociale" mi sono sentita la zia Bettina, quando ancora mi compiaccio di uno sguardo maschile che lascia pochi dubbi...Sì, direi che ho un'età anagrafica non ancora pienamente allineata a quella percepita e che in fondo in questa forma di immaturità alberghi ancora l'entusiasmo che ho il terrrore di perdere assieme al mio sfiorire.

Stasera a blob veniva raccontato in pillole l'ultimo trentennio: dall'ascesa, dominio e declino di Berlusconi al mesto epilogo renziano. E io c'ero. La mia storia personale è stata tutta scandita da fenomeni antropologici e politici di cui soltanto molti anni dopo ho potuto comprendere la reale portata. Ma non me l'hanno tramandata, io ne subivo gli effetti, crescevo all'alba di quella realtà che ben presto avrei ritenuto da combattere con ogni possibile strumento.
Io ero giovane prima dell'era digitale, mentre si imponevano i paninari, mentre Reagan si faceva fare i programmi di politica monetaria da Milton  Friedman...

Chissà se veramente tutto questo ha inciso nella mia vita, o se invece ha contato di più la piccola provincia in cui sono cresciuta, i miei compagni del liceo, quell'idiota supremo che conobbi a sedici anni. E chissà se tutto questo c'entra davvero con i miei vestitini estivi in cui riesco ancora ad entrare. Forse dovrei finalmente cambiare il mio guardaroba, magari senza più preoccuparmi della taglia, guardare blob pensando che in fondo Berlusconi non era il peggio come pensavo allora, che l'edonismo reaganiano era in fondo meno immorale dell'antiambientalismo trumpiano.

In effetti davvero potrei cominciare a rileggere la mia storia in questo modo. Ma ancora non mi riesce. Se lo facessi riterrei la mia giovinezza semplicemente una grossa occasione perduta. E proprio non mi va.
Temo, a questo punto, che mi toccherà rimanere fanciulla ancora per un bel pezzo se voglio invecchiare senza diventare matta. Se proprio devo...











giovedì 25 maggio 2017

Secondo me è colpa del metabolismo...

Mi fa sempre un po' specie notare quanto sia diffusissimo l'equivoco concettuale secondo il quale chi ha il metabolismo lento tenderebbe ad ingrassare e chi invece lo tiene veloce rimarrebbe invece sempre magro. In realtà è esattamente il contrario: chi ha il metabolismo lento vuol dire che trasforma i nutrienti in energia e in riserve con più fatica, bruciando dunque più calorie per diventare carburante. Capisco che sia controintuitivo ma non è una buona ragione per cui sia così consolidata questa errata percezione. Non so perché mi premesse così tanto chiarire questa innocua fesseria, forse perché sono ossessionata dall'idea di non riuscire mai davvero a capire come stanno le cose, dai falsi convincimenti, dal vale tutto e il suo contrario perché tanto non muore nessuno. A volte però si rischia grosso davvero, per esempio se  per te la statistica non è una materia da tenere in conto e quindi ti convinci che un vaccino, se è efficace solo al 98% dei casi, allora è da non farsi perché quel 2% smentisce tutto e pare essere abbastanza per decidere che sia meglio il ritorno all'epidemia di malattie quasi dimenticate.

A me l ' "Opinione" piace, non fosse altro perché ti salva dall'imbarazzo del silenzio in una cena conviviale tra persone che non appartengono alla comunità scientifica, o con la persona che preferiresti baciare ma l'hai appena conosciuta e poi penserebbe male, o per fare delle magnifiche riunioni di lavoro che legittimano un abbassamento produttivo a scopo pianificazione... L' "Opinione"   sta alla base di ogni sistema democratico e qualche volta ha persino contribuito a disegnare "lo spirito del tempo", quando era difficile diffonderla in modo capillare e l'attenzione se la doveva meritare con gli argomenti e una credibilità dimostrabile con qualche straccio di dato. Credo che sia questo il difetto principale dell'opinione "social", quella dei tanti "Napalm '51" di "crozziana" fantasia, fatta di livore, rabbia viscerale, nessuna verifica e meno che meno delle ragionevoli argomentazioni a supporto.

Oggi sono andata a donare il sangue. Le tre volte precedenti mi hanno rimandato indietro per una forte carenza di ferro perché non facevo mai la cura che mi prescrivevano. Poi l'ho fatta e finalmente i valori sono diventati giusti, almeno nella misura che serve a non svenire o vomitare tutte le volte che corro un po' più forte. Chiedimi perché non l'ho fatta prima. Ti rispondo, mi piacciono solo i rimedi naturali, credo che una sana alimentazione sia sufficiente, credo che uno stato d'animo rilassato riporti i valori a quelli fisiologici...tutto molto bello, quanto falso.

Io credo che la grande dicotomia natura/cultura, che in se' non avrebbe nulla di spaventoso perché si chiamerebbe progresso,  passi per un atteggiamento intellettualmente onesto e depurato da opinioni a "senso", quelle fatte di autocompiacimento delirante, di bufale... e di metabolismi troppo veloci che appesantiscono senza nutrire

domenica 21 maggio 2017

Del fare cose utili per pensare a quelle dilettevoli

Credo si chiami eterogenesi dei fini. Tu fai una cosa che, oltre ad avere lo scopo preciso per cui viene svolta, risulta essere foriera pure di risultati apparentemente slegati da quella matrice generatrice. A me succede spesso con certe attività domestiche apparentemente banali e noiose che la tecnologia ha contribuito ad esorcizzare: lavare i piatti, lavare i panni a mano, spolverare...io, che sono una donna di casa piuttosto mediocre, quando mi dedico a questo tipo di attività ho bisogno di avere qualcosa che mi stia molto a cuore a cui pensare. Credo che la mia migliore fonte di ispirazione sia stato il catino pieno di pentole da scrostare e che sciorinare i panni in vasca mi abbia aiutato a dipanare alcuni dei miei più spinosi dilemmi esistenziali. Ma è quando preparo da mangiare che colgo il vero scopo di operazioni che in fondo eviterei volentieri. Io cucino solo pensando o immaginando di farlo per persone che amo, mi è impensabile mettermi ai fornelli con la coscienza di brasare soltanto per me. Lo trovo insensato e quando i miei ospiti, reali o immaginari, mancano risolvo il mio pasto solo con cibi che non richiedono cottura.

Credo che sia molto divertente vivere facendo cose che servono anche a tutt'altro, ho l'impressione che sia una formula applicabile ad una infinita di attività umane apparentemente insensate o noiose, moltiplicandone motivazione, visione trasversale del mondo, divertimento e compensazione tra noia e sorpresa. Come impegneranno mai il proprio tempo quelli che usano la lavastoviglie!?!? È una domanda stupida la mia e non rende giustizia di quello che voglio intendere. Lo ammetto. Forse quello che mi fa davvero paura è l'eccesso di comodità di cui diventiamo vittime quando by passiamo certe attività primarie e che ci lasciano sbracati sul divano ad abbassare la soglia delle pretese da noi stessi. Oppure la verità è che io, come tutti i pigri devastati dal senso di colpa, tendo a fare più del dovuto e finisco per trovare imprescindibili attività che in realtà trovo detestabili.

Sono stata sette anni senza la TV e non so se sia stato per paura di rimanerne dipendente o per senso del rifiuto per la quasi totalità di quanto proposto. L'anno scorso l'ho riammessa in casa con la diffidenza e la cautela che si riservano a quelli che non ci hanno fatto del bene ma alla fine li abbiamo perdonati. Mi sono accorta che rimaneva spenta per tutto il tempo tranne la sera per blob, Gazebo e qualcosa su Paramount channel, che in tutti questi anni ho fatto bene a rimanere appassionata alla radio e a tutto quanto mi tenesse lontana dal risucchio del divano, ma in fondo avere una TV in casa non è così drammatico come mi ero cocciutamente persuasa. E così ho pensato che quando i rapporti, con cose e persone, diventano risolti non c'è nessun pericolo nel reciproco concedersi, che si può vivere benissimo facendo a meno di quello che non ci convince del tutto, ma che ci sta sempre del buono da recuperare pure in quello e così, alla fine, ammetti che non ci sta motivo di essere sempre così drastici.

Forse se smettessi di lavare i piatti a mano, di cucinare, di spolverare...sarei felice lo stesso. Ma per ora mi pare ancora alquanto improbabile


martedì 16 maggio 2017

(Sotto)scrivere un patto narrativo tra controparti ignote

Forse la vera ragione è che comincio a far prevalere il condizionamento da giudizio altrui rispetto al bisogno di raccontare i fatti miei sperando in qualche spunto di analisi, una cosa buffa, una qualche riflessione o semplicemente un ricordo. È che mi vergogno di parlare di ciò che in questo momento sto davvero pensando. Non era mai successo da due anni che scrivo qui sopra, in questo confessionale immaginario in cui mi è davvero capitato di riuscire a riferire di tutto, stando attenta solo a non fare mai nomi o degli attacchi diretti. Ci mancherebbe altro, ma credo che questa sia stata proprio la mia unica regola.
Da un po' di tempo sta succedendo una cosa: c'è una persona, di cui non posso conoscere ovviamente l'identità, che ha preso a leggere i miei post più vecchi. Ne ha letti un numero sufficiente da farmi pensare che se non sapesse chi sono, leggendo quei post ora sa più o meno quasi tutto di me.
Mi ha fatto molta impressione e siccome io stessa non ricordavo cosa diavolo si celasse dietro quei titoli, che non fanno capire niente neppure a me che li ho inventati, ho preso a rileggerne i contenuti. E così mi sono resa conto di quanto spesso ho parlato di solitudine senza riuscire mai davvero a capire bene se mi piaccia davvero oppure per nulla, dei miei proverbiali inciampi del cuore verso persone del tutto inadeguate, di quasi tutti i film che vado a vedere, del mio rapporto di odio/amore per lo sport, del mistero per cui sono capitata a fare il lavoro che svolgo ormai da tanti anni.

Ho provato a mettermi nei panni del mio lettore misterioso, mi sono chiesta cosa lo abbia spinto ad investire il proprio tempo per scegliere di leggere tutti quei post, ne ho contati almeno dieci, c'era dunque della convinzione! Ho provato a fare l'esercizio di guardarmi dal di fuori e mi sono resa conto di quanto sia magico avvertire il percorso accidentato ma pervicace di cambiamento di uno stato d'animo in cerca di pace: due anni fa raccontavo cose che vivevo con forte tensione e forti aspettative, l'anno scorso ero immersa in una specie di limbo in cui preferivo aspettare piuttosto che comprendere. Quest'anno direi che sono davvero proprio tutt'altro e ancora non mi spiego come sia stato possibile.

Un mese fa, un amico mi ha confidato che mentre era ammalato ha fatto proprio questo esercizio di rilettura dei miei vecchi post (...vedi un po' che succede a non sapere come ammazzare il tempo...). Io sono rimasta di stucco, sia perché mi conosce da tanto tempo, e di persona, e poi perché mai avrei immaginato che uno come lui potesse fare una cosa del genere. E così mi sono detta che forse la verità è che io sono sempre stata anche altro da ciò che ho scritto e tuttora scrivo, pure se nulla di quanto raccontato è stato inventato. Ma forse la cosa che più mi stupisce è che è altrettanto vero che i lettori sono essi stessi sempre degli sconosciuti. Pure se li conosci da sempre. 

mercoledì 10 maggio 2017

Passaggi obbligati. Scelti o subiti poco cambia

Prima o poi mi tornerà la voglia di raccontare i fatti miei con cadenza quasi quotidiana. Non perché questo debba mai interessare a qualcuno, però credo sia un utile esercizio quello di partire dalla semplicità quasi banale dell'ordinario quotidiano di una persona qualunque, per poi provare ad estrarre un qualche pretesto di riflessione condivisa. È solo che non mi viene più così naturale e non ne capisco davvero le ragioni. Credo sia un po' vera quella cosa che diceva Tenco, senza ovviamente azzardare il minimo confronto o similitudine creativa, che scriveva sempre canzoni tristi perché quando era felice usciva.

Io sono capace di gestire il dolore che mi cerco io stessa, non per sadismo ma per tensione a obiettivi precisi o forse soltanto perché in realtà a me il disagio piace, mi rassicura molto di più di un banale stato di benessere che però non mi dà il senso profondo del mio stare al mondo. È per questo, forse, che sono davvero soddisfatta solo quando mi alleno tanto e mi stanco fino a stramazzare a terra, o se mi impongo certe forme di metodica disciplina quotidiana (doccia fredda appena sveglia, caffè solo amaro che ho sempre trovato disgustosissimo, andare e tornare a piedi dal lavoro per un totale di 8,3 km). Però il dolore che non mi scelgo no, quello mi annienta, non lo comprendo e non mi aiuta a codificare la mia realtà. E allora lo metto su carta (o su roba del genere) e provo a raccontarlo a modo mio. Di solito passo dal più totale smarrimento, poi per delle non bene precisate forme di rabbia o rancore, per arrivare alla pacificazione e finalmente ad un ritorno allo stato emotivo pre trauma, come se nulla fosse stato, ma in realtà parecchio è cambiato. Sì, credo che la lezione più chiara che mi ha dato questo diligente "quadernone" biografico sia che davvero il dolore passa sempre, pure quando pare proprio di no, e che tu nel frattempo puoi solo subirlo, lasciarlo agire, farti plasmare da lui e vederlo andar via col suo volto disteso mentre ti saluta con un sorriso indulgente. È una formula che si ripete sempre uguale a se stessa, necessaria e meccanica.

Stasera avrei cercato ogni pretesto per evitare le ripetute in pista. Ogni runner le odia perché comportano un carico sovradimensionato di attività cardiaca e per questo sono estremamente stancanti e per nulla divertenti. Eppure quando il coach mi ha detto che ho mantenuto una media di 4:55 (per me un tempo record) mi è sembrato di sollevarmi da terra per quanto ero felice. E io che non ci volevo venire!
Succede sempre. Il dolore passa sempre. Ma quando smetto di averne paura certe volte ne rimango incantata. Anche questo dovrei raccontarmelo, ogni tanto.

lunedì 1 maggio 2017

Procedere a caso. Per un tempo indeterminato

-Ti tocca ammetterlo, cara la mia lavoratrice festante. Ormai puoi anche definirti una persona fortunata, data la tua "testa gloriosa", i talenti che mi sfuggono, i tentativi random, i percorsi scelti senza troppa convinzione...ammettilo che sei stata fin troppo fortunata. No, non ti accigliare, non mi riferisco a tutto, però non negherai che il primo maggio arriva sempre a sottolinearti il privilegio immenso che ti è stato concesso nonostante tu sia fatta così...

- Ah, guarda che io non ho proprio nessun problema ad ammettere di essere una vera miracolata. Ma in fondo se guardi bene a modo mio me lo merito. Vediamo se ti convinco. Mi dissero che dovevo fare lo scientifico. E io lo feci, rimpiangendo così per sempre il liceo classico e il greco perduto. Poi venne il momento di decidere il campo di studi grazie al quale definire un ipotetico futuro professionale. La matematica non mi è mai piaciuta. Non è una buona ragione per non scegliere economia, vuoi mettere quante cose puoi fare con un titolo di studi così spendibile? E va bene facciamo economia. Brava. E ora che hai ventiquattro anni vedi che devi fare. Ma che ne so...a me pare di non saper fare proprio niente. E allora specializzati. Va bene. E adesso? Mah...io veramente...non saprei...Uh, in Coop adriatica ci sta una specie di master a scopo assunzione, ti è sempre piaciuto il sistema cooperativo, sai come sarebbe interessante lavorarci. Ok, partiamo per San Benedetto del Tronto. Due anni. No, il modello cooperativo non è bello come credevi e ora che lo sai non ti ha fatto specie licenziarti. Hai ventisette anni, ma sei pazza!?! E ora che fai? Voglio fare il dottorato. Ma se hai fatto così fatica ai tempi...ti ricordi cosa hai passato per matematica finanziaria? Sì però l'economia ha anche dei lati interessantissimi e affascinanti. Io ci provo, ho un mese per preparare il concorso per entrare. Hai visto, l'ho passato. Tanto tre anni passano in fretta.

- E qui ti voglio. Ti ricordi cosa successe quando finisti il dottorato?

- Eccome! Sono rimasta un anno senza lavorare. Avevo trent'anni e una gran paura. Paura di aver sbagliato tutto, osato troppo, che non avrei avuto altre possibilità, che avrei fatto meglio a capire quale fosse davvero la mia vocazione piuttosto che scelte formative spendibili...tutto vero in fondo...

- E com'è che poi sei arrivata al posto fisso a tempo indeterminato? Secondo me non te lo meriti. Non te lo meriti perché non hai assecondato la tua natura, perché per anni hai fatto dei meri tentativi a caso, perché non sei destituita di particolari qualità, perché hai osato troppo e ti ha detto bene per pura buona sorte...conosco almeno trenta persone più intelligenti e in gamba di te che non stanno come te e lo meriterebbero molto di più

- Hai ragione...il mio sviluppato senso di gratitudine trova il suo fondamento nella coscienza di una sorte fin troppo indulgente con me. Eppure ogni tanto ancora mi scappa di chiedermi come sarebbe andata se avessi capito davvero cosa volevo

- Bello sbaglio mia cara. Piuttosto, tanti auguri che oggi è festa anche per te

In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...