venerdì 14 febbraio 2020

E niente di più

Credo che non mi sia mai successo. Forse solo un’altra volta, una quindicina di anni fa, quando facevo un lavoro così estenuante che ad un certo punto ero così bollita che il giorno dopo non riuscii a svegliarmi in tempo. Mi sono svegliata tardi e non sono andata al lavoro. Ne ho approfittato per chiudere la valigia, pulire casa, fare il bucato, cambiare le lenzuola, pensare che è San Valentino.
Ieri sera sono andata a dormire molto tardi. Mi capita sempre più spesso ultimamente. Ho scoperto che la tarda serata mi affascina proprio come la mia amatissima alba delle cinque. A pensarci bene potrebbe essere un bel guaio. Ma vabbè. Domani vado in Islanda. Non ne ho nessuna voglia. Non ho mai voglia di partire eppure continuo a cascarci ogni volta che mi viene curiosità di un luogo, per dovermi poi sempre ricredere, perché l’esperienza si rivela meno faticosa di come credevo, meno accidentata e più divertente di ogni aspettativa da basso profilo che mi ostino ad assumere per la mia costante paura delle delusioni. E quindi spero di essere smentita anche stavolta.

Oggi è San Valentino e la cosa ormai non mi riguarda da un sacco di tempo. Penso all’amore in ogni singolo istante della mia vita eppure ogni sua prova di esistenza effettiva finisce per risultarmi estranea e mai desiderabile. Perché? Uscirò mai da questo perenne corto circuito? 
Certe volte vorrei aver voglia di cimentarmi in uno di quegli appuntamenti al buio raccattati sui siti ad hoc, o uscire messa giù da gara coi tacchi e un rossetto da richiamo col solo scopo di irretire qualcuno, oppure assecondare la solita amica che vuole presentarmi qualcuno che vede proprio bene per me...è che mi pare tutto terribilmente assurdo, improponibile, insensato. Non sono una sociopatica, conosco un sacco di persone belle, piacevoli e interessanti, sono più o meno sfiziosa, a detta altrui ancora bellina...mi basta l’umanità con cui ho a che fare e non mi piace che debba esserci l’applicazione di un metodo per facilitare un incontro affettivo.
Il guaio è che non mi riesce più di innamorarmi. Ormai credo che il problema sia tutto soltanto mio. Quando è successo è stato per persone assurde e con cui oggi non avrei voglia neppure di prendere un caffè. Oppure già impegnate, ma solo perché non lo sapevo. Gli uomini impegnati, da mio regolamento interiore, non esistono come mete amorose e spesso mi è sembrato un enorme peccato...ma non esiste proprio lo stesso . E così  alla fine faccio in modo che resti poco, che l’attesa sia un valido espediente per farmi trovare pronta per chi da qualche parte sta esistendo solo per me ma neppure lui sa come trovarmi. E poi non so più come si fa: io non lo so più come si vive l’impegno fatto di tentativi per capire come si sta con l’altro. Per me non è questa la strada.

Una volta un prof. che ho molto adorato mi disse che avevo un ottimo intuito e che avrei dovuto ascoltarlo sempre perché la mia parte irrazionale gli pareva che funzionasse molto meglio di quella che pondera. Ecco, io vorrei semplicemente intuire che la mia attesa si sia finalmente conclusa.
Ormai ho superato tutti quelli che chiamo “ostacoli distorsivi”, quelli che ti fanno pensare che sia amore e invece era solo: attrazione, necessità riproduttiva, una vita sessuale regolare, interessi economici, paura della solitudine, progetti condivisi. Tutto questo per me non ha più alcun ruolo nella mia idea d’amore, che è solo sentimento profondo e assoluto, affinità intellettuale, concentrazione reciproca. E niente di più.
Ho 43 anni e mezzo e (ovviamente) non mi è mai capitato di trovare un amore simile. Forse non accadrà mai, ma sono assolutamente sicura che esista.

Domani partirò per un luogo dominato solo dalla natura non contaminata. Non contaminata proprio come quell’amore che non riesco a trovare in nessun posto. E che il mio maledetto intuito si ostina a riconoscere come l’unico possibile. E niente di più 

venerdì 7 febbraio 2020

Febbraio. Se gli faccio largo ci vede lungo

Se gennaio è un mese a durata illimitata la vera prova di resistenza in vita per me si rivela febbraio. Per noi, che amiamo San Remo a patto di non sfiorarlo neppure di striscio e recuperare su you tube un paio di canzoni per poi pensare che, pure quest’anno, dovrebbe vincere Gabbani, e che viviamo il San Valentino come si fa con certe sconfitte immeritate, febbraio è una roba proprio dura. È complicato perché ricominciamo a sognare che arrivi maggio, noi che abbiamo sempre freddo e che in casa siamo talmente unsexy che ci vergogniamo pure di quelli che ci guardano dalla tv mentre fanno la pubblicità del dulcosoft. È complicato perché la luce è ancora poca ma le giornate cominciano ad allungarsi quasi ad accampare pretese di vitalità che dopo il lungo inverno non si sente ancora di possedere.

È un mese complicato. Ma qualche volta mi dà ragione. È stato in questo mese che una volta ho giurato che se avessi ancora incontrato qualcuno che mi piace tanto avrei subitissimo dato per assodato che lui abbia già un’altra. Pure se non lo si direbbe mai, pure se mi avesse fatto capire in tutti i modi di piacergli, pure se questo pare impossibile perché lo vedo sempre per conto suo, se mi scrive pure di notte, pure se mi invita ovunque e pare che voglia passare tutto il suo tempo con me. Lui sta sicuramente con un’altra. O in qualche modo un’altra si metterà di traverso e renderà in ogni caso terribilmente doloroso e inutile il mio interesse per lui. Ci sarà sempre un’altra che avrà la meglio su di me. Questo è diventato il mio mantra da allora. E questo credo sia stato provvidenziale per me e il mio bisogno di vedere le cose per quello che sono e non per come mi ostinerei a vederle io, col rischio inevitabile di pagare tutto dopo con interessi che mi strozzano la gola e mi gonfiano gli occhi.

I febbraio precedenti mi hanno insegnato che non sono fatta per competere con altre donne: non si lotta per un uomo che non sa chi scegliere senza alcuna ombra di dubbio. Negli anni qualche “indeciso ravveduto” mi ha poi cercato. Lo ha fatto in modo dolce, rammaricato e gentile. Di solito torna ad evocare un paio di ricordi e il rimpianto di ciò che poteva essere e non è stato per le ragioni più disparate. E del tutto false. Ma io adoro lo stesso questo strano epilogo delle favole mancate (;o forse soltanto mancanti) perché è la prova, senza i fatti, che non avrebbe mai funzionato lo stesso. Un piccolo capolavoro amoroso pure questo, se ci penso bene. Più di uno, a dirla tutta perché più di uno dei miei “non” amori perduti ha fatto così. Com’è buffo e malinconico tutto questo, anche adesso, che dormo ancora abbracciando il cuscino senza più immaginarlo come la mia persona preferita e ci affondando ancora il viso come per baciarlo quando in realtà voglio soltanto proteggermi dal suono della sveglia. Come è assolutoria l’attesa dopo una delusione che già conoscevi.

Ho tanto sonno, febbraio mi stanca con i suoi ricordi, le sue mancanze, la sua luce non richiesta, gli incontri sbagliati che tolgono spazio a quelli che non riescono ancora a trovare la strada.
Febbraio, più che un mese, mi pare sempre una interminabile attesa che riesce lo stesso a durare il giusto. Resto trepidante in vista di sue esagerazioni future


lunedì 3 febbraio 2020

Che paura

Penultimo giorno a casa. Domani sera sarò di nuovo a Milano. E poi forse riuscirò a tornare qui ad aprile. Credo di aver riposato, di certo ho fatto un po’ di sport, visto i miei cari, mangiato bene e dimenticato per un po’ almeno qualcuna delle mie ragioni di tristezza. In questi pochi giorni di “vita da nido” c’è stato soltanto un unico grave imprevisto che mi ha procurato uno spavento enorme e che ho provato a gestire nella maniera che ho potuto. Tutto è poi finito per il meglio ma se dovessi coglierlo come un monito per ritarare le mie intenzioni future, allora penserei che mi sia davvero richiesto di cambiare di molto la mia prospettiva.

È successo questo.
Primo pomeriggio di due giorni fa. Io ero nella mia mansarda e avevo appena terminato una delle mie solite sessioni sul tapis roulant. Di solito faccio immediatamente una doccia bollente e ho la musica ad un volume così alto che se mi chiamano dal piano di sotto non sento nulla. Invece stavolta ho aspettato un po’, mi sono distesa a terra in silenzio per cercare di riportare il mio battito cardiaco ad un livello normale. Ero molto stanca, molto sudata, ma tranquilla e piuttosto soddisfatta per tutta quella fatica. All’improvviso sento urla indecifrabili dal piano di sotto. Non mi rendo subito conto della gravità, poi ad un certo punto “Non si sveglia! Non si sveglia! Muoviti, vieni. Lucia! Lucia!”.
Io per qualche secondo non riesco a muovermi, sento che sono terrorizzata, credo di aver capito ma ho paura. Una paura matta. Poi mi alzo, sono ancora tutta sudata, vado verso la camera da letto dei miei e c’è mia madre che dice cose sconnesse ad alta voce e accanto a lei il mio papà che non risponde ai comandi. Io chiamo il 118, ripeto tre volte l’indirizzo alla persona che mi risponde e che mi chiede cose semplici che però mi paiono tanto inutili e intanto penso “non verranno in tempo, siamo al sud, qui la sanità non funziona, proprio come tutto il resto”. Papà non reagiva a nessuna sollecitazione. In attesa del soccorso ho chiamato anche amici e parenti che sono corsi immediatamente. Ma è arrivata in tempo pure l’ambulanza. La dottoressa ha subito capito che si trattava di un coma diabetico (il mio papà è insulinodipendente da 41 anni) e che se avessimo aspettato altri dieci minuti non ce l’avrebbe fatta. Aveva la glicemia a 29 e il minimo dovrebbe essere 100.  Dopo pochi minuti dall’iniezione il papà si è svegliato, ha parlato e la piccola folla attorno al suo capezzale ha esultato.
Io mi sono calmata ma intanto morivo di freddo perché il sudore dell’allenamento mi si era gelato addosso. Quando tutto è rientrato sono salita nella mia mansarda, ho fatto una doccia bollente e ho provato, per la seconda volta, a far tornare al suo livello normale il mio battito cardiaco.

Domani tornerò a Milano. Come sempre i miei mi diranno che devo fare qualcosa per farmi trasferire perché loro non possono stare da soli per molto tempo ancora. Ora hanno anche delle ottime ragioni concrete per perorare più efficacemente la causa.
Stavolta credo che me ne starò zitta e non dirò come al solito che voglio stare ancora a Milano e che mi pare una grossa ingiustizia dovervi rinunciare. E credo anche che comincerò a cercare risposte diverse a domande che, fino ad ora, non mi ero mai seriamente posta. Forse un giorno mi sembrerà persino giusto così 

giovedì 30 gennaio 2020

Mi “fisso” sempre col cambiamento

Qualche volta farei bene a star zitta. Non mi succede mai di offendere o di inveire contro qualcuno con cui sono in disaccordo: appartengo alla categoria di coloro che credono poco al valore chiarificatore della discussione o di un litigo e così appena avverto disarmonie o potenziali conflitti fingo di assecondare, di sottomettermi, lascio cadere la discussione, mi zittisco, non cedo alla provocazione, mi ritraggo. Non è sempre stato così ma ho capito presto che l’orgoglio e gli atteggiamenti stizziti sono sterili anche nella vittoria. Non ci si comprende mai davvero quando le posizioni sono discordanti: il compromesso è una labilissima e ipocrita forma di adesione al patto sociale. E poi io rappresento il prodotto perfettamente riuscito di una educazione repressiva e farmi valere con gli strumenti della persuasione è una pratica che conosco poco e male...ma garantisco che anche noi “non combattenti” possiamo ugualmente “non perdere”.
Eppure capita che qualche volta le situazioni mi appaiano più chiare del solito, anche nei risvolti futuri che avranno, e mi dispiace così tanto che forse poi la dico male.
- Ti sei incattivita
- No è che le cose cambiano. Io non ho più voglia di esserci sempre, per tutto, come da sempre mi tocca fare
- Ma sei l’unica che avrei preso come esempio per quella maniera stupenda che hai di essere moglie, mardre, amica, figlia...sei sempre tutta giusta. Non puoi cambiare pure tu come tutte le persone normali che ad un certo punto decidono che la priorità sono loro stesse e che anzi adesso presentano il conto di tutto quello che hanno fatto prima. No, tu no. Tu sei bella e dolce. Non puoi permetterti di essere qualcos’altro!

No,  non le ho detto tutto questo. Solo che è più cattiva. Però il resto l’ho pensato con rammarico. Ricordo che quattro anni fa un mio post fu tutto scritto per parlare di lei e di come costituisse un modello inarrivabile per me sotto ogni aspetto. Con gli anni ne ho scoperto anche i lati più fragili,
certe spigolositá in fondo del tutto comprensibili, ma ho sempre conservato l’idea che fosse più brava di tutte noi altre ad interpretare bene l’amore che rimane uguale a se stesso anche nei giorni che consumano tutto con famelica superficialità. E invece si è stancata anche lei. È arrivato anche per lei il tempo  delle ripicche, delle reazioni indispettite, della necessità di riappropriarsi di uno spazio tutto privato. Forse fa più male a me che dall’esterno assisto ad un cambiamento in fondo persino  fisiologico.
Dovrei occuparmi solo di cose che mi riguardano direttamente e ammettere che notare un cambiamento non significhi necessariamente che riesca a coglierne la vera natura o gli stati d’animo che lo hanno provocato. Però che peccato davvero assistere ad un amore che si trasforma, faccio fatica persino io che con tutti i film che sto vedendo sulla parabola discendente di tutti i legami moderni dovrei essere pronta anche al verificarsi di certe derive. E invece proprio non mi va giù.

Gennaio non è ancora finito e io m porto addosso una stanchezza di cui non conosco le vere ragioni.
Certe volte penso che potrebbe essermi utile fare un breve percorso di analisi. Non sto male e in realtà neppure ho mai pensato che andare a raccontare a qualcuno i fatti miei, per farmi dire cose che con ogni probabilità già so di me, non abbia un reale valore terapeutico. Ci andrei con uno spirito diverso, fatto di curiosità piuttosto che di inquietudine. Poi però abbandono sempre l’idea e mi faccio bastare il tempo che posso dedicare a qualche pagina di un buon libro o, meglio ancora un buon film che mi mostra di quante ipotesi più o meno realizzate il mondo sia composto.

Da un po’ di giorni ho scurito i capelli e ancora non mi ci sono abituata. Non credo che mi piacciano molto. Però resisto, perché qualche volta gioco a non riconoscermi per provare che il mio cambiamento è sempre il frutto di una scelta rimediabile mentre la parte fondamentale di quello che ho deciso di essere rimane cocciutamente ancorata a ciò che è, a dispetto di ogni variazione.

A volte il tempo sembra passare solo per darci torto, altre pare fermo al punto da non rendere
percepibile nessun cambiamento. Altre ancora è come se volesse soltanto suggerirci di usarlo proprio perché una convinzione profonda si conservi tale per sempre.
Io nel frattempo mi sono annotata tutto. Una buona analisi potrebbe in fondo partire proprio da questo






venerdì 24 gennaio 2020

A mali estremi la media rimedia

In fondo può essere anche una fortuna. O in un certo senso un differente orizzonte di possibilità su cui puntare. Io non credo di appartenere a nessuna statistica media dei fenomeni più significativi per la lettura del contemporaneo. Non mi trovo a combattere con la precarietà (o perlomeno non in questo preciso momento), con affitti o mutui da pagare e non sono una madre perennemente in biblico tra esigenza di autodeterminazione e bisogno di accudimento e preservazione degli affetti. Non mi ritrovo neppure a gestire le nuove forme di incomunicabilità della vita di coppia. E poi non sono una capitalista che vive di rendita o ambirebbe a farlo e neppure una donna in carriera rampante e competitiva, non sono alla ricerca di consenso constante o di nuovi amici. Vivo nella periferia per scelta e non per costrizione, amo la mia solitudine e i miei silenzi e però adoro altrettanto le persone che scelgo e che stimo. Sono un cosiddetto outlier, un valore che si discosta così tanto dalla media da generare uno scostamento che può risultare difficile interpretare. Per la statistica sono una specie di piccolo guaio nella lettura dei fenomeni aggregati. Per me stessa invece sono un espediente “esistenziale” piuttosto divertente. Ci pensavo giusto oggi, dopo un film che mi è proprio tanto piaciuto. “Figli” è per lo più una divertente ma molto efficace analisi della “famiglia media” in un contesto che di medio non conserva più nulla, se tale si definisce un certo ordine sociale nel quale risulta relativamente semplice contare su una sufficiente rete di relazioni per andare avanti senza troppo sforzo o tensioni.

Non ho mai pensato di sposarmi. Meno che meno che avrei avuto dei figli. È proprio l’idea di formare una famiglia che mi è sempre stata estranea. Non saprei dirne tutte le ragioni. Qualcuna sì, ma credo che ci siano questioni più profonde che non ho mai osato maneggiare. Potrei partire dal fatto che delle famiglie mi interessa solo la coppia e che mai una volta mi è capitato di trovarne una che con gli anni mi paresse più bella degli inizi.
Fino a qualche anno fa provavo a chiedermi come avrei voluto che fosse un eventuale figlio partorito proprio da me, o meglio, se lo avrei amato pure se fosse stato malato, brutto, antipatico, problematico, fascista...la risposta è sempre stata no. Era questo il mio modo per garantirmi che non merito di essere genitore.
La crisi economica del 2008 mi ha portato un lavoro pubblico a tempo indeterminato, e da allora ancora non mi è chiara la retorica della nostalgia delle radici o del valore superiore degli anziani come maestri di vita (sono loro quelli a cui devo continuamente ribadire di spegnere il cellulare al cinema e che non sanno, o non vogliono, fare bene la differenziata), non credo neppure nel valore supremo nella tradizione: secondo me è soltanto un veleno lento che uccide e mortifica l’evoluzione e il progresso e sono convinta che questo paese sia fermo proprio grazie a chi continua a ripeterlo in pensieri, parole, opere e omissioni...è fermo perché la famiglia non funziona e ci si ostina a formarla secondo un modello limitante e arcaico che agevola solo l’incomprensione e la reciproca distanza.

Pare che ci siamo dati appuntamento. Su “propaganda live” c’è Mastandrea che fa il monologo dei
primi minuti del film. Si parla di capitalismo, e pure di agenzia delle entrate. Essì è un film proprio da vedere. Anche da qualcuno come me, che non c’entro niente con quel mondo raccontato così, per libera scelta o forse per necessità di fatto, ma in fondo cosa cambia? È questione che non mi procura nessuna angoscia e allora c’è qualcosa di non sbagliato di sicuro.
“Ognuno vive la crisi a modo proprio” dice adesso Valerio.. Io la vivo amando così come sogno da sempre di fare e senza davvero esserci (ancora) riuscita.
Forse non è un caso neppure il fatto che proprio adesso mi sono ricordata di una cosa che disse Remo Remotti in un‘intervista allegra e scanzonata poco prima di morire. Diceva che la capacità di amare si acquisisce davvero solo dopo i cinquant’anni, quando si è vissuto abbastanza per conoscere, accettare e poi finalmente amare tutto, pure l’orrore. Soltanto dopo si riconosce anche il cuore da corrispondere. Non ho mai più scordato questa cosa.
E da allora mi dico sempre che forse per me è semplicemente troppo presto. In realtà la media statistica è lì, proprio lì visibile persino dal mio orizzonte, che aspetta anche me. In qualche modo aspetta anche me.


domenica 19 gennaio 2020

Lo stretto e il necessario

Ho ripreso a fare spazio. Butto, regalo, metto in valigia per la casa d’origine. Vorrei riuscire a circondarmi soltanto dell’essenziale: il servizio buono, i vestiti più belli, le scarpe più comode, i libri più amati, il rossetto più luminoso, le candele più profumate. Vorrei che questa casa avesse la stessa concezione della stanza di un albergo di lusso: solo cose di cui posso godere in pieno e totale assenza di quello che è sì bello e utile, ma non abbastanza bello e utile.
Quando decidi questo la prima cosa di cui ti rendi conto è che non è per nulla un’operazione semplice: io spesso mi confondo tra i miei “affetti tangibili” e nell’associazione tra ricordi, funzione d’uso, fascinazione dell’oggetto mi illudo che possa risultarmi indispensabile, ma di fatto non è così. Non riesco a farmi trovare pronta per un distacco liberatorio. Di quante zavorre siamo composti? Quanto è grande certe volte il bisogno di tenerci ancorati a terra con pesi che ci impediscono di fluttuare liberamente col pensiero e le azioni solo per un umanissimo bisogno di certezze e di schemi sempre uguali?

Poco più di un anno fa mi è capitato di vedere un bellissimo documentario sulla vita di Ingmar Bergman, che assieme a Moretti è in assoluto uno di quelli che mi dettano la linea da sempre. Si raccontava, tra l’altro, una cosa che mi colpì molto e cioè che in realtà tutto quel carico di dolore, di visione tendenzialmente apocalittica e malinconica dell’esistenza non erano dovuti ad una vita difficile o infelice. Io avevo sempre pensato che la figura paterna così autoritaria e terrorizzante lo avesse condizionato tanto da alimentarne la visione cupa. E invece no: pare che suo padre fosse stato così severo soltanto con il suo fratello maggiore e che tutta la sua ispirazione fosse il frutto di esperienze altrui e di intuizioni non elaborate da un vissuto personale. Mi sembrò molto strano, ma in fondo non lo è affatto: l’artista può anche semplicemente limitarsi ad osservare il mondo con la sensibilità che
gli è propria ed elaborarlo con gli strumenti che maneggia meglio. Lui non ha bisogno del peso
dell’esperienza diretta per poter toccare le corde più profonde, ed essenziali, della condizione umana.
Oggi non mi sarei di certo messa a pensare a questo fatto se non avessi deciso di fare spazio pure nella mia videoteca e se non mi fosse capitato tra le mani “Sinfonia d’autunno”, uno di quei film di Bergman che ho fatto di tutto per dimenticare per quanto mi pare un furto della mia vita. Quando ci penso mi vengono i brividi. Forse è per questo che un bel giorno di tantissimo tempo fa lo avevo messo nell’angolo estremo più buio dello scaffale, coperto da tutti i ninnoli inutili e lontano dai film che mi sono piaciuti di più come “Persona” e “Un mondo di marionette”. Ma non è servito. Mi sono ritrovata quel dvd tra le mani senza rendermene conto, proprio mentre riemergeva dalle bomboniere inutili, forse a ricordarmi che ciò che rientra tra le cose essenziali è quello di cui non potrò mai liberarmi veramente, che in qualche modo troverà la maniera di capitarmi tra le mani. E nel mio “albergo interiore”. È inutile illudermi di fare spazio liberandomi dell’essenziale.
Quel film rimane uno dei miei pugni al cuore, la montagna troppo alta da scalare, la sceneggiatura che sono riuscita a cambiare soltanto in parte, il finale che vorrei cambiare ma non si può.
Poi ho rimesso a posto la mia “Sinfonia d’autunno”. Stavolta accanto ai film che mi piacciono di più. E poi ho pensato che potrei rivederlo di nuovo. Dopo tanti anni. E magari scoprire che si nasconde lì tutto lo spazio che ancora mi serve




giovedì 16 gennaio 2020

I passi indietro che faccio bene solo da ferma

Non lo faccio quasi mai. Tranne ieri, e in pochissime altre occasioni. Di solito quando scrivo su questo diario pubblico per me è assodato ammettere che qualcuno possa potenzialmente venire a sapere che cosa io pensi e poi sperare che ne capisca davvero il senso, che si identifichi in parte o del tutto con ciò che racconto o intuisco. O anche per nulla. Ma ieri avevo scritto una cosa un po’ autoreferenziale su quale cuoca eccellente di me stessa sono diventata, grazie alla mia parmigiana ultralight, che ha raggiunto delle vette di prelibatezza tali che non ha nulla più da invidiare a quella bisunta. E dopo mi sono ritrovata a raccontare pure di quando ero piccola e andavo sempre in chiesa e che una volta da un balcone uno che mi vedeva sempre andarci assieme a mia madre mandò la sua di madre da mia nonna per chiedermi in moglie. Tutto vero. Succedeva negli anni ‘90 nell’entroterra “difficile” di una provincia del profondo sud. Ho impiegato un sacco di tempo a scrivere quel post e altrettanto a sforzarmi di non provare alcuna malinconia per un periodo della vita che avrei voluto avesse altre forme e colori. L’ho riletto tante volte, mi sono chiesta perché cucinare bene sia così importante anche per me che in realtà ho sempre paura di diventare grassa e di mangiare troppo, e poi  avrei voluto sapere perché a quel tempo andavo a messa tutte le domeniche mattina alle 7:30 anche se non sono mai stata credente e facevo una fatica incredibile a ripetere quel rituale domenicale. Mi sono sentita a disagio per tutto questo. Poi oggi ho forse capito qualcosa in più .

Oggi Amadeus ha detto una cosa tremendamente infelice sulle donne di certi uomini a cui è pubblicamente riconosciuto un valore. Ha detto che devono stare un passo indietro. In mezzo al popolo degli indignati per quella dichiarazione, tanto più grave in quanto pronunciata con la più naturale leggerezza, c’ero anche io. Ma mica saprei dire davvero il perché. In realtà anche a me verrebbe normale fare proprio così. Lo so benissimo, ed è proprio questo che mi spaventa più di tutto della mia maniera assurda di concepire i rapporti d’amore in cui la dimensione dell’io viene completamente annullata. Potrei cominciare parlando di certi “amori immaginari” che mi creo così
spesso tutte le volte che voglio fare le cose in quel modo che solo da innamorata sono capace di fare. Tanto per dirne una: se voglio cucinare bene ho bisogno di pensare di farlo per una persona precisa. Altrimenti il piatto non riesce. Non mi è sufficiente pensare di appagare un mio personalissimo bisogno di piacere gastronomico perché così è certo che il piatto non verrà bene. Mi viene naturale stare un passo indietro rispetto a chi amo, persino se non lo sa o non esiste davvero. O forse solo in questi casi. Chi lo sa. So solo che quando esco a correre, o scelgo un film da vedere o un libro da leggere mi chiedo sempre se a lui piacerebbe o che penserebbe se...
Ci sono stati periodi interi della mia vita in cui ho immaginato persino con piacere di vivere in funzione di qualcuno come se fossi stata la sua geisha, una che non si metterebbe mai in competizione e che asseconda soltanto il suo volere. Quando me ne rendo conto provo sempre un enorme dispiacere, per me, per la mia condanna ai rapporti effimeri o solo” immaginari”, per la mia incapacità di darmi altri parametri interiori di comportamento affettivo...Ma è così: sbagliato e insostenibile come sono certi rapporti incapaci di reggere tutta questa responsabilità per un tempo indefinito.
Ieri  mi raccontavo di essere diventata la miglior cuoca (di me stessa) che potessi immaginare.
E questo nonostante nulla di quanto avessi preparato fosse stato fatto per me. Non ho fatto passi indietro, non ero una geisha. Eppure ho mangiato divinamente.


giovedì 9 gennaio 2020

Giudizio “compreso”

Dovrei ripetermelo molto più spesso di quanto già provo a fare. La prima legge dell’antropologia dice “comprendere senza giudicare”, ma io non sono molto brava in questo. Io giudico quasi sempre sia me stessa (e ci mancherebbe altro) che gli altri. Senza snobismo o aprioristico disprezzo, ma lo faccio. E in fondo non credo sia concettualmente sbagliato quando una “sentenza” si proponga come la sintesi elaborata di una quantità e qualità sufficiente di dati. Però forse dovrei imparare ad astenermi comunque e preferire un metodo basato sullo sforzo costante di comprensione svincolata da qualsiasi giudizio. Ecco, se dovessi darmi un obiettivo per i miei nuovi anni, da questo e per tutti quelli che mi auguro, vorrei che fosse questo: “comprendere senza giudicare”

Ho cominciato questo anno zero degli anni ‘20 correndo per un’ora in un’alba ghiacciata nella quale all’improvviso un sole gigantesco spuntava da una nebbia fittissima. Mentre mi scaldavo gradualmente man mano che mi sfinivo, lasciavo che i pensieri fluissero. Mi è tornata in mente una cosa assurda che avevo fatto tanto tempo fa, precisamente l’ultimo giorno prima di venire a stare a Milano per sempre: volevo incontrare “per caso” una persona che non vedevo da più di tre anni e che avevo adorato per tantissimo tempo senza alcuna pretesa che ci fosse nulla tra di noi, perché era giusto così. No, all’epoca non lo trovavo giusto, ma oggi invece sì. Avevo bisogno di consacrare un definitivo distacco attraverso quell’ultimo incontro. Così fu: lo incontrai “per caso” col presupposto che ne avrei ricevuto un saluto al massimo un po’ stupito, ma nulla di più. E invece per tutti i minuti che chiacchierammo gli tremava la voce così tanto che non riuscì a controllarla fino alla fine della conversazione. Fu soltanto allora che mi resi conto quanto poco avessi capito fino ad allora del mio rapporto così strano, assurdo e struggente con quella figura così imponente e fondamentale per la mia vita di quel periodo. Quanto tempo avevo impiegato per comprendere davvero. E quanto tempo è passato da allora senza che io abbia davvero scordato né ritrovato nulla anche di solo vagamente simile a quella roba lì.

Qualche volta uso questo blog con finta ingenuità. Faccio così: fingo di non sapere che quello che scrivo potrebbe essere letto anche dai diretti interessati. E così pur non facendo nomi racconto della questione e dico la mia. Ho fatto così qualche anno fa per un collega terrificante che per fortuna si è trasferito: il giorno dopo tutto l’ufficio e il diretto interessato sapevano che cosa avevo detto e cosa pensavo di lui. E io non mi pentii mai di quella formula comodissima di litigio unilaterale in cui in fondo la voce è stata soltanto la mia. Ho aspettato che i fatti mi dessero ragione e che fosse lui a rivolgermi la parola e a cercare chiarimenti. Quella volta ho capito che si può anche giudicare, se poi è solo in questo modo che si può anche comprendere meglio. E poi quanto mi sono divertita. Ho replicato altre volte questo giochino di finta ingenuità. Ha funzionato sempre. Ma la maggior parte delle volte racconto di persone che adoro, di esperienze che mi segnano, di cosa posso fare per imparare ad amare tutto.

In questo momento sono sulle scale del cinema Anteo: ho preso il mio primo giorno di permesso dell’anno per sbrigare delle commissioni e per vedere il film di Gianni Amelio. Mi sono allenata pure stamattina all’alba e ad un certo punto ho pensato di morire assiderata. Ho fatto la spesa all’Esselunga e ho comprato i peanuts al Wasabi, che non so neppure cosa diavolo siano ma c’erano i punti fragola, e poi tra poco lascerò piena libertà di taglio alle forbici del mio parrucchiere. Chi penserebbe mai che una così sia pure capace di adottare delle “raffinate” strategie di calcolo per incontrare qualcuno “per caso” o per vendicarsi di colleghi orribili. Eppure...
“Comprendere senza giudicare”, chissà, un giorno potrei farlo funzionare persino su me stessa



venerdì 3 gennaio 2020

In teoria va tutto bene. In pratica (forse) ancora meglio

- No guarda, tu proprio non mi freghi...
- In che senso, scusa...
- Tu mi chiami solo quando non sai che dire ma hai tanta voglia di farlo lo stesso
- Seee...ma figurati. Avevo voglia di confrontarmi con te. Sono giorni che ci penso e mi chiedevo cosa potresti dirmi tu. Ecco, per esempio, tu che pensi dell’esperienza che si fa dopo una certa età, in quella fase in cui ormai hai della vita vissuta alle spalle ed elaborato un po’ di questioni che hanno contribuito a formare un tuo definito modo di pensare. Pensi che sia ancora così utile il “fare esperienza” piuttosto che limitarsi a pensare e riflettere, leggere (che poi è un modo di fare propria un’esperienza altrui), ascoltare le storie degli altri, insomma dare priorità alla teoria piuttosto che alla pratica? Eh? Tu che pensi?
- Mah...prima di provare a risponderti devo capire se la tua non sia la solita maniera un po’ astuta di dirmi che non hai più voglia di far nulla, che stai considerando come assodato il tuo percorso e non ne vuoi sapere mezza di sperimentare cose nuove. Lo sai benissimo che questo, tu ed io, lo chiamiamo invecchiare. Ce lo siamo già detto una marea di volte mi pare. Poi ti lamenti che ti tratto male...per forza, periodicamente mi tiri pipponi assurdi solo perché vuoi fare la nichilista di ‘sta...scusami, sono pur sempre una signora...
- No, credimi ci penso da un sacco di tempo. Io credo da sempre nel valore superiore della teoria rispetto alla pratica, perché non è “sporcata” dall’imprecisione del caso...e del caos. In teoria tutto sta in piedi, è coerente, fisso, stabile. Almeno fino a quando una teoria più robusta non la rinneghi, ma fino ad allora non ci sono prove contrarie e  tutta la verità è contenuta in quello schema preciso, rigoroso e coerente. Il mondo, in teoria, non ammette vuoti e anomalie. È perfetto e bellissimo.. L’esperienza invece è limitata, spesso fornisce un’ottica sbagliata. E poi cambia il proprio tenore a seconda di chi la sta facendo. L'esperienza rimane la sorellina rachitica della conoscenza. Non ti
pare?
- No. Non mi pare. Che intenzione hai, comprendere il senso di tutto il resto della tua vita standotene seduta a farti spiegare come va il mondo, e te stessa da un libro o da un film?
- Beh...perché no?
- Perché l'esperienza può essere molto più divertente proprio grazie alla sua imprecisione. O perché può aiutarti a definire una teoria nuova, una visione diversa, ad essere “rivoluzionaria”. E tutto questo non puoi saperlo prima, da seduta a contemplare cose fatte da altri.
- Sì, può darsi. Ma ieri ho letto una frase di Lynch che dice che l’idea è molto importante affinché l’azione che la realizzerà possa essere efficace
- Oh, ma questa è un’altra cosa. Tu ora mi stai dicendo che ti pare di vivere una vita “a caso” (o a caos) perché non hai idee chiare a sostegno delle tue azioni
- Sì, credo che sia proprio così. Lo vedi che fai la cinica severa ma poi sei l’unica che mi capisca davvero
- Eh, non a caso ti sopporto da una vita...
- E quindi?
- E quindi fai quello che dice Lynch. Fatti venire una buona idea, concentrati e osservala bene. Falla tua. Poi alza il sedere con più convinzione di come hai fatto fino ad ora e mettila in pratica. Fai di quella idea la migliore esperienza della tua vita
- E cioè?
- E che ne so. Appena mi viene un’idea te la passo...
- Mi sei sempre di grandissimo aiuto
- Lo so. Lo so...un giorno mi ringrazierai
- Sì e sarà la mia esperienza migliore

giovedì 26 dicembre 2019

Lumachina 2.0

Stavolta me lo merito. Decisamente. Non lo faccio mai, ma stavolta ho deciso che per una volta parlerò tanto bene di me. Non c'è pericolo che mi ci possa abituare: mi diverte molto di più prendermi in giro e deridermi del mio eterno incespicare piuttosto che decantare meriti che molto probabilmente sono solo frutto del caso o di una congiuntura particolarmente favorevole. Ma oggi me lo devo. Anzi è da ieri che me lo devo. Più precisamente dal pranzo di Natale.
A mia memoria credo di non aver mai cucinato così bene in tutta la mia vita. Era tutto perfetto dall’antipasto al dolce. Non ho sbagliato nulla dalla scelta dei piatti, condimento, sale, il punto di cottura della parmigiana al forno, financo la consistenza della crema al limone per la frolla alla vaniglia era esattamente come la sognavo. Persino il caffè mi è venuto più buono del solito.  La casa era perfettamente pulita e in ordine e io ho trovato il tempo di andare a correre all’alba, leggere e finire la serie de “La fantastica signora Maisel” che è una delle mie attuali ragioni principali di gioia e benessere. Ieri e oggi sono stati due giorni perfetti. Si può far festa anche così, lontani dalla famiglia ma senza nessun rancore, semplicemente sfruttando l’occasione di un tempo speciale per trovare una dimensione tutta propria e piena di tante cose. Oltre che di tanto silenzio. E di “tracce” da ripercorrere.

Dieci anni esatti che vivo in questa casa. Venni ad abitarci che avevo a disposizione solo il microonde e il letto. Mancava pure il riscaldamento, e all’epoca nevicava. Sì, dieci anni fa di questi tempi a Milano faceva veramente freddo. Solo dopo sono arrivati il divano, i mobili dell’ikea, la cucina montata da un signore marocchino che mi fece morire dal ridere per un pomeriggio intero. E poi tante cene affollate e che col tempo si sono diradate. E poi altre persone ancora, da cui mi sono lasciata ferire senza alcuna ragione. E poi la solitudine, di cui parlo sempre più spesso come se fosse la migliore consolazione da quando non riesco a perdonarmi i miei eccessi di ingenuità. Pensa che oggi
le ho dedicato un commento sull’huffington post che è arrivato a 110 like! Paradossalmente non sono sola.

Dieci anni esatti. Gli stessi che sto su fb, grazie al quale mi è più facile seguire la mia traiettoria proprio come la traccia lasciata da una lumachina che procede lenta ma inesorabile. È davvero molto comodo ripassare i ricordi così: foto, pensieri scemi, repost di articoli del tempo, arrabbiature , faccende buffe...un meltin’’ pot piuttosto efficace per ricostruire il mio spirito di quel tempo. Un percorso tutto sommato fedele quando si usano i social con la mia stessa costanza un po’ ottusa.
Non ho mai parlato di uomini già sposati o impegnati che confessavano di esserlo giusto un po’ in ritardo col candore di chi vorrebbe dirti “eh, ma mica me lo avevi chiesto”. E anche allora in fondo che problema c’era...se non cerchi marito e non vuoi riprodurti, che problema c’è. In effetti non fa una piega. Non ne ho mai parlato...ma riconosco le mie sottotracce e questo vale come promemoria corredato dalla dignità e dalla discrezione.

Dieci anni esatti. Sempre nello stesso ufficio e adesso il mio collega di stanza va in pensione.
All’inizio litigavamo sempre perché io lo trovavo un bigotto integralista davvero intollerabile. Poi ad un certo punto ho smesso. Ho capito che nessuno dei due avrebbe cambiato idea da quei litigi e così, per tutti questi ultimi anni, non abbiamo mai più  litigato e siamo stati sempre in armonia e in pace. E quando ci penso mi viene sempre in mente l’incipit di “velluto blu”...

Dieci anni esatti. Tutto soltanto per arrivare a questi ultimi due giorni perfetti. Volevo soltanto correre, leggere, mangiare molto bene, vedere per ore la mia serie preferita del momento e poi una casa perfettamente pulita e in ordine.
Ho impiegato un sacco di tempo solo per godermi esattamente questa cosa qui.
A Napoli, quando si tarda a fare gli auguri per le feste che verranno si dice una cosa assurda e apparentemente priva di significato come “buone feste fatte”. Se penso alle mie feste appena fatte credo proprio di starci dentro perfettamente.
Sono stata proprio brava. Quasi quanto quella lumachina che si porta sempre dietro la sua casa. E senza mai smettere di lasciare la sua traccia





venerdì 20 dicembre 2019

Io non ti conosco. Ma un po’ lo so chi sei

La metro rossa in questo periodo è una cosa davvero difficile da descrivere. Ero pronta alla folla oceanica, alla mancanza d’aria, alle micro risse da inevitabile intolleranza da eccesso di vicinanza, anche perché ormai sarebbe sciocco da parte mia sorprendermi ancora per questo carico di disagio legato ad una fase ciclica tanto prevedibile come questa. E così ho approfittato di quel tempo carico di mestizia per fare una cosa: recuperare ad ogni costo quel vecchio post. Sì, assolutamente. Come lo avevo intitolato? Quando lo avevo scritto? E perché all’epoca fui spinta così fortemente a parlare proprio di lui? Ma certo! Trovato. Era il 27 gennaio 2018.
Procederò per ordine. Premessa. Io sono una persona timida, pure quando faccio la disinvolta, anzi, soprattutto allora. Per questo odio la parte del mio lavoro che prevede il contatto col pubblico. Ma mi tocca e così per due volte a settimana sono costretta a stare giù allo sportello per quattro ore di fila. In questo periodo, che sono tutti in ferie, i due giorni diventano più o meno tutti i giorni. Per me è sempre una vera tortura e questo nonostante riceva spessissimo, e inopinatamente, complimenti per la mia calma, il sorriso, la pacatezza, la dolcezza...si sbagliano. Ma tant’è: mi godo una percezione altrui di me che io stessa non so spiegarmi. Vengo alla storia.

Mercoledi scorso. Si siede un intermediario per registrare degli atti e, prendendo a pretesto le ferie che nessuno di noi due farà per il Natale, ha cominciato a parlarmi delle sei volte che è stato in Perù e che però non è mai stato a Napoli e neppure a Firenze, che vorrebbe andare da Michele a mangiare la pizza più buona di Napoli, ma che in fondo anche Pizzium qui a Milano è un’ottima alternativa.
- Oh no, devi assolutamente rimediare. Napoli negli ultimi anni è diventata molto bella
-Certo, lo immagino. Ci andrò di certo. Il fatto è che conosco così bene il Perù solo perché la mia ex moglie viene da lì 
(Oh ma certo! Ora mi ricordo di lui. Mi parlò della sua storia tormentata di separazione, di una figlia che è morta, delle battaglie legali per l’affidamento del figlio, del judo a livello agonistico...ma certo
è lui! L’unico sconosciuto a cui abbia dedicato un mio post l’anno scorso. Non so neppure come si chiama. Chissà se si ricorda di me o mi sta dicendo queste cose pensando davvero che io non le sappia già)
-Il mio viaggio del cuore rimane quello in India, ma non perché sia tornata cambiata. È stato lì che ho
capito che la democrazia basata su una forma di sottomissione religiosa può essere deplorevole quanto quella americana basata sulla sottomissione al consumo illimitato
-Vero. Ma io per l’india non sono ancora pronto
Abbiamo continuato a chiacchierare di cose del tipo che aveva perso venti chili (ecco perché non l’ho subito riconosciuto!), del judo (eh si ora ricordo tutto) come secondo sport più faticoso al mondo anche se sembra totalmente statico e poi di altre cose che non ricordo ma per cui sorridevo mentre gli sbrigavo le pratiche per cui mi stava seduto di fronte. Gli ho detto che a febbraio andrò in Islanda e che mi auguro di vedere l’aurora boreale. Lui mi ha detto che è un’ottima idea. Poi ci siamo salutati e abbiamo sorriso. Non saprò mai se anche lui si sia ricordato di me mentre si chiacchierava.

Oggi 
-Ben ritrovato! 
- Ciao!
-Allora? Nel fine settimana hai stabilito una meta diversa dal Perù verso cui indirizzarti?
-Ma figurati io col Sud America ho chiuso. Però ti devo portare una cosa. Lunedì ci sarai?
-Ahimè sì. A Natale sono una tappabuchi per gli sportelli
-Allora ti porto delle foglie di coca
-Cosa!?!?
-Ma no! È del tutto legale. Serve per fare il mate. Vedrai. Quello che trovi nei supermercati non è la stessa cosa
- uh, allora grazie
-Allora chiedo di te e te la porto. Come ti chiami?
(guarda il timbro sull’atto). Lucia. Ok, ci vediamo lunedì

Era il 27 gennaio del 2018 e io scrivevo un post su una persona di cui non conoscevo neppure il nome e che pensavo che non avrei mai più rivisto. Se lunedì prossimo si ricorderà davvero di portarmi la coca per il mate saprò di non aver fatto male a dar tutto questo peso ad una persona con cui, in fondo,  ho condiviso giusto una manciata di minuti. Che spesso è proprio quello che basta per capire tutto.


In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...