domenica 11 ottobre 2020

Lode agli anni che passano. Se tutto torna

 Sono passati esattamente vent’anni. Per la precisione il 31 di questo mese, nel 2000, mi sarei laureata. Quando  me ne sono ricordata mi è mancato il respiro per qualche secondo. Non è possibile avere un ricordo così nitido di una tappa certamente fondamentale ma di fatto accaduta davvero tanto tempo fa. Non è possibile che io oggi sia qui a rendermene conto senza avvertire il peso di un percorso che ha ormai concluso la sua fase “costruens”.  Il ricordo di quel pomeriggio, in una chiesa sconsacrata di via Medina, col mio tailleur in velluto, i capelli corti e lo sguardo smarrito, preoccupata soprattutto di ben figurare per un prof che non volevo assolutamente deludere e che non ho voluto abbandonare neppure negli anni successivi, con un master e poi un dottorato per cui mi ha fatto da tutor. È incredibile come certe persone, incrociate in periodi precisi della nostra vita, arrivino a rappresentare in modo del tutto involontario dei mentori capaci di condizionare una vita intera. Avevo diciotto anni quando conobbi il mio prof, mi fece ripetere il suo esame per tre volte prima di darmi trenta e lode. È stato lui l’ultima persona che ho salutato prima di venire a Milano. Avevo ormai quasi trentatré anni. E io, nonostante lui, per l’economia ho sempre avuto la stessa armoniosa sintonia che può esserci tra le cozze e la nutella. Grazie, grazie e ancora grazie anche per questo strano e assurdo miracolo di “innesto” mio amatissimo prof.

È una giornata uggiosa qui a Milano ma io sono di buon umore perché domani viene Moretti a raccontar cose all’Anteo e poi il mio papà starà qualche giorno a risolvermi un po’ di problemi qui in casa e con gli operai che forse finalmente finiscono lavori che sulla carta dovevano concludersi il 14 agosto. Alla fine si sono fatti perdonare facendomi un forte sconto ed in più la lavatrice slim perché i loro errori di progettazione non consentivano alla mia di entrare nel nuovo bagno. Tutto si aggiusta alla fine, se conservi pazienza, fiducia e un po’ di buon senso persino quando nulla pare averne.

I contagi hanno ripreso a galoppare. Stavolta anche io ho l’opzione allo smartworking e sono pronta a riammettere un periodo di clausura, se necessario. Come la prima volta non avverto paure particolari e non mi spaventa l’idea di trascorrere di nuovo intere giornate in quattro mura. Se c’è una cosa che ho capito questi anni, fatti -  come un po’ per chiunque - di solitudini, incontri belli o anche sbagliati, tantissimi viaggi, una città da vivere senza riserve...che la cosa che mi interessa davvero è convivere pacificamente con le mie fragilità senza più voler pretendere di ridimensionarle con esercizi estenuanti. Non sono un’estroversa. Alla lunga questo lo capiscono tutti. Comincio a sentire la socialità soltanto come una necessità imprescindibile piuttosto che una parentesi piacevole che amplia i miei orizzonti oltre la mia confortevole soglia individuale. Non mi dispiace che mi si imponga un nuovo isolamento: stavolta lo vivrei con ancor più metodo e divertimento. Lo sento.

Spesso racconto con ironia o (finto) rammarico del fatto di non vivere un amore. La verità è che mi piace solo l’idea perfetta dell’amore. Nei fatti nessuno può farmi felice. E viceversa. Ho l’anima da geisha e questa è una condanna perché nessun uomo è in grado di provare davvero amore per una donna così. Alla lunga si smette di apprezzarla e si finisce per darla per scontata. Mentre si guarda altrove. E io dal canto mio non so immaginarmi in altro modo.

Mi sono laureata vent’anni fa. Ho preso persino la lode e ancora oggi mi chiedo come sia stato possibile. Poi però ci penso bene e mi dico che no. È del tutto ragionevole. Anzi la lode era il minimo.

Modestia e insicurezza comprese.




venerdì 2 ottobre 2020

Sazia di leggerezza

 Sono due giorni che mi chiedo come si possano restituire le sensazioni più significative di un’esperienza in fondo neppure così eccezionake o rara ma, garantisco, profondamente intensa. Forse per parlarne come intendo può avere senso una premessa personale. Io credo che esistano essenzialmente due modi di liberarsi di una dipendenza o di un’ossessione: uno è azzerarne la gestione, invece di provare a darsi delle regole restrittive (smettere di fumare, lasciarsi e non vedersi mai più, smettere di bere...), oppure provare a rivoluzionare completamente il rapporto tossico che si genera dall’interazione col motore stesso delle nostre ossessioni. Detto questo, racconto di quello che ho fatto e cosa ho imparato. Sono anni che mi interesso di pratiche del digiuno. Le ragioni sono tantissime, partono dalla passione per il rapporto perfetto corpo/alimentazione ad un’idea più spirituale legata ad una forma di purificazione che parte dal corpo per toccare le corde più profonde del proprio essere. Uso un linguaggio improprio perché in realtà non ho ben chiaro cosa ho fatto davvero. È andata così: ho seguito e letto il libro di un dottore italiano che lavora in California, Valter Longo, e che si occupa di longevità. Una delle cose che ha sviluppato è un protocollo  alimentare chiamato mima-digiuno: devi stare cinque giorni ad assumere solo quello che c’è dentro un pacchettino. Il kit si compone, appunto, di cinque pacchettini. Nulla di più. In quel pacchettino ci sono integratori e fibre che ti aiutano a stare in piedi mentre il corpo percepisce lo stato di perfetto digiuno. Così per cinque giorni. Mi ha convinto. L’ho preso e l’ho fatto. Non è stato proprio facile, ma i benefici sono così tangibili che non vedo l’ora di ripeterlo. È stato così che ho capito che posso non bere tutto il caffè che sono solita prendere e che ho sempre creduto irrinunciabile, che sono spariti come per incanto quasi tutti i dolori articolari e la concentrazione e la lucidità sono aumentate in modo impressionante (sempre ammesso che ne avessi qualche barlume prima). Oggi il mio rapporto col caffè si è normalizzato e percepisco gli alimenti con una sensibilità completamente nuova. E questo per me significa davvero moltissimo. Il rapporto col cibo, come quello col denaro, è qualcosa con cui facciamo inevitabilmente i conti per una vita intera. Stare attenti a come decliniamo noi stessi rispetto a loro vuol dire raccontare praticamente tutto di noi stessi e di quello che siamo. Sono stati cinque giorni di un po’ di sacrificio, pazienza e attesa, ma pure di grande consapevolezza e autostima.

Oggi ho preso un giorno di ferie perché stamattina dovevo fare un brainstorming con delle mamme di bambini dai sette ai nove anni e ho capito che non è una colpa non avere istinto materno, è semplicemente un modo di essere rispettabilissimo: sarei stata una madre inadeguata, diversa non per capriccio ma per condizione di fatto. E questo di solito significa bambini disadattati. Sono salva dalle chat di signore che non comprendo e da bambini che avrebbero faticato ad amarmi. Sono salva dai miei errori inevitabili. E forse pure da quelli degli altri. Mah...anche non porsi più il problema è una vera liberazione.

Ora, come ieri, vado al museo del cinema, per vedere dei film e altre cose, ma soprattutto per ritrovare persone che amo molto e che mi aiutano a riposizionarmi in questa città in un tempo indecifrabile e asfittico come questo. Sono fortunata. O forse solo riconoscente. Il che, se ci penso bene, è un po’ la stessa cosa. O forse, per la prima volta, mi sento davvero sazia


mercoledì 23 settembre 2020

Presente in attesa

Alla fine è solo quello. Tutto si riduce al modo in cui si ordinano i pensieri. È questo che ci fa amare uno scrittore più di un altro, cercare gli articoli di un giornalista piuttosto che un altro e in generale che ci fa trovare più o meno interessanti le persone che incrociamo. E’ questo che a me fa innamorare oppure no. Non l’identità di vedute, non il merito delle questioni affrontate, ma il modo di confrontarsi con quello che possa riguardare chi si approccia a certe riflessioni. È solo questo che trovo davvero carismatico negli altri e che mantiene viva la mia curiosità. Perché dico questo? Perché me lo voglio ricordare quando ne avrò bisogno, perché un giorno la smetterò di tirare un sospiro di sollievo tutte le volte che mi piace qualcuno che però è già impegnato solo perché penso che tanto non avrebbe funzionato lo stesso. Un giorno giuro che la smetterò di trovare interessanti solo gli amori immaginari o quelli con la data di scadenza incorporata. Ma dovrò essere pronta. Oltre che paziente.

Ho ripreso ad andare un po’ al cinema, ho ancora un po’ di problemi con la casa, sono tornata a dormire nel mio lettone sotto il tetto, le giornate tornano ad accorciarsi sempre di più e io, che vivo di mancanze e qualche malinconia, non riesco a non sentirmi grata lo stesso di tutta questa normalità. Sì, io credo che i continui litigi dei vicini e di tutte le coppie che non riescono a convincermi della loro riuscita siano un’ottima ragione di tutto ciò che sono stata disposta a perdermi in questi miei anni così strani e necessari.

Il mio bagno nuovo è davvero figo. Hanno sbagliato quasi tutto, ma la pazienza mi sta premiando. Mi piace lo specchio grande, con la luce sopra che mi fa truccare meglio e quello sfondo fantastico di piastrelle blu che mi fanno sentire in un albergo a cinque stelle. Mi piace rendermi conto di quanto incidano certe piccole novità anche nella semplicità di un’esperienza che non ha pretese. Anche il mio vecchio bagno era carino e funzionale. Ma chissà perché all’improvviso non bastava più. 

Sto per fare una cosa che durerà cinque giorni e che mi impedirà di bere caffè. Non so se ci riuscirò ma conto di parlarne appena capisco bene quali effetti avrà. Mi hanno assicurato che avrò un gran mal di testa ma che ne varrà la pena. E io, se ne vale la pena, ci rimetto pure la testa.

È incredibile quanto sia facile raccontare la propria vita anche quando non succede molto. Deve trattarsi di  un talento che viene dato a noi appassionati di attese. E di presente che le ospita




lunedì 14 settembre 2020

Certe volte non tornano

 Continuano a non tornarmi troppe cose in questo anno assurdo in cui tento di ridefinire i confini del mio spazio d’azione e di quello vitale. Non credo di essermi mai sentita così disorientata, invece qualche volta penso che in realtà  sia sempre stato così e che questa fosse solo l’occasione per farci caso. E poi quali sarebbero le cose che non mi tornano? È una serata piuttosto calda e io sono un po’ stanca, non vorrei arrischiarmi in labirintiche elucubrazioni per scoprire che mi sarebbe bastato un triplo cioccolato con panna e granella alla qualunque purché granella come se piovesse.

 Sono rientrata da una settimana: ho ritrovato il mio piccolo bagno ancora da finire assieme a qualche problema piccolo pure lui ma dalle grandi potenzialità di crescita, un amico mi ha regalato l’abbonamento ai film in streaming di Venezia e io ho ripreso i ritmi di una vita in fondo tranquilla, pacificata da sogni che non pretendono pure di realizzarsi e che si accontentano di dettare la linea. Mi illudo ancora di non avere alcun diritto al lamento e questo qualche volta mi sembra parecchio frustrante.

Qui in casa ho creato lo spazio per mettere il divano nell’altra stanza. Al suo posto ci sarà un televisore grande che presumo vedrò stando seduta per terra su grossi cuscini e sul tappeto. Sono giunta ormai ad una età in cui credo di essere certa che non smetterò mai davvero di avere quindici anni. Il prossimo week end si andrà a votare e con ogni probabilità si deciderà per  un taglio dei parlamentari. Io, pur senza tutta la convinzione che richiederebbe l’orrore di un ridimensionamento della rappresentatività e quindi della democrazia, spero che vinca il No. Nella mia regione ci saranno anche le elezioni regionali: pare che vincerà  De Luca, soprattutto grazie a suoi irresistibili siparietti. I suoi colpi di teatro ai miei occhi celano solo un uomo dispotico, poco orientato al dibattito democratico e un millantatore. Ma indubbiamente la sua formula comunicativa è efficacissima. E poi l’alternativa è assai peggio.

Ho fatto il risotto con le verdure. Non avrei dovuto usare il riso integrale. Credo che sia per questo che non è venuto cremoso. Invece ormai sono un asso dei pancake alla farina d’avena. È stato così che ho scoperto che mi sono persa troppo burro d’arachidi nella mia vita. Ho pulito casa per ore eppure mi sembra ancora tutto in disordine, un disordine che pare volermi dire qualcosa che però ancora non comprendo. Nella mia casa in Campania invece mi piace tutto. Tutto mi pare avere un suo senso preciso. È facile quando quello spazio non ha dovuto ospitare tutta una vita e il suo carico di variabilità emotiva.

Credo che dormirò sul divano anche stasera. Poi domani lo sposto e io tornerò a stare nel mio lettone sul soppalco. Fa ancora molto caldo ma io l’estate non la sento già più

E ancora troppe cose non mi tornano


martedì 8 settembre 2020

pausa pranzo

 Come quando ti buttano senza preavviso in piscina per la prima volta quando sei troppo piccolo per ribellarti. Superi quel timore (qualche volta è un vero trauma) soltanto vivendoti meglio che puoi una situazione a cui non puoi opporti. Un atto di prepotenza che ha in sè l’ineluttabile dolore che affianca la crescita. Così mi sono sentita io quando ho varcato la soglia della mia cuccia milanese, quella da cui mi sono assentata per un tempo che non mi ero mai concessa da quando sono qui. Avevo persino rimosso l’odore  di calce dovuto al lavoro lasciato in sospeso per rinnovare il bagno. Che delusione pure questa. Gli errori di progettazione imporranno un ulteriore prolungamento dei tempi, io sarò costretta a lavorare da casa e tutti i benefici effetti del sole e del mare saranno inesorabilmente azzerati. Tutto in perfetto mood 2020 direi. In fondo la sto prendendo bene.

Dicevo che mi ritrovo catapultata nel mio ufficio con le mia carte, intatte come le avevo lasciate, e con altri documenti appoggiati sulla sedia a testimonianza del passaggio di chi era qui mentre io cercavo di fissare un ricordo accettabile di me in bikini, o di qualcosa di appassionante o mentre guardavo un film per esorcizzare la noia del tapis roulant. Chi lo sa cosa viveva Milano mentre non mi  tratteneva a sè.

 In fondo io ho semplicemente trascorso le ferie a casa mia, non ho esplorato posti nuovi in cui testare le colazioni e il mare cristallino. L’anno scorso ero a Venezia e provavo a mediare lo stupore per un’esperienza bella come quella della mostra col disagio delle file, della folla e di  una città che trovo ostile e avida, prima che bella e poetica. 

È da ieri che non faccio che pensare a un film che ho visto su Netflix per due volte di seguito. “Sto pensando di finirla qui” di Charlie Kaufman mi ha letteralmente lasciato senza ossigeno, pietrificato come non mi capitava da tanto tempo. Forse per questo il viaggio di ritorno mi è parso brevissimo. Ci sono tanti modi di giocare con la “sregolatezza temporale“ e Nolan non è l’unico a cimentarsi con questo genere di esperienza narrativa, onirica e legata ai temi dell’esistenza e della condizione umana. Per fortuna. Lo stile di Kaufman tocca corde differenti ma che mi riguardano molto più da vicino. Dopo ogni suo film sento che l’infelicità abbia il diritto di rientrare a pieno titolo nell’atteggiamento razionale di un individuo e che, come tale, esso non sia nè colpevole nè vittimistico. Un lavoro di scrittura e di adattamento a cui mi inchino con ogni riverenza.

Ho ricominciato. Era tutto tranquillo qui in ufficio. Ma io lo so già che in realtà ho un sacco di cose da fare. La mia cuccia milanese mi pare più piccola del solito. Il bagno è ancora da finire e io proverò a lavorare da casa come gli altri colleghi. 

Stanno per cambiare un sacco di cose


giovedì 3 settembre 2020

“‘Na grazje e’ Die”

 Eh, ma stavolta non ci voleva mica molto. Tanti giorni di ferie, tutti destinati a riposo, mare vicino e soltanto di mattina, la comodità di una casa con uno spazio che a Milano non mi permetto neppure di inserire nell’immaginario più ambizioso. Per questa estate incastonata nell’anno più assurdo della mia vita non sarei riuscita a fare niente di diverso: allontanarmi da una città che mi ha blindato, isolato, affaticato, complicato la vita e azzerato ogni mia consuetudine assodata. Ora in questa molle transizione da agosto a settembre, quando l’aumento dei contagi pare evocare un passato recente che non ho ancora fatto in tempo a metabolizzare, mi chiedo già cosa significherà per me ritornare a Milano. Perché non è mica così normale per me tornare ad affrontare la quotidianità problematica di una città in cui sono ancora alle prese con una ristrutturazione che mi ha creato una serie assurda di problemi, un lavoro che non so quanto ancora cambierà in modalità e contenuti. E la paura, nuova compagna dall’aspetto variabile che ha cominciato a fare il suo ingresso anche tra le mie scelte più elementari. Io non lo so proprio cosa proverò stavolta al mio rientro. Il bello di non avere scelta in fondo è solo questo: non ha alcuna importanza quello che sento io. Farò tutto quello che c’è da fare, troverò giocoforza delle soluzioni. E di sicuro mi chiederò come mi ci sono ficcata in queste situazioni. Io sono così, credo che tutto quello che faccio sia in realtà soltanto un pretesto per poi bacchettarmi.

Oggi in spiaggia, durante la mia solita passeggiata, un ragazzo che faceva la stessa cosa con degli amici, venendomi incontro mi ha detto in dialetto stretto che ero una vera grazia di Dio. È stata una cosa del tutto inattesa per me e direi pure molto divertente. Lui era piuttosto giovane e io non sono più abituata da anni a ricevere quel genere di apprezzamenti. E così ho pensato che forse se qualcuno mi trova ancora carina è perché in realtà io sto ancora aspettando di piacere all’unica persona che mi piacerebbe incontrare e che tutto quello che ho ancora voglia di fare, capire, imparare trova il suo senso solo in questa assurda aspirazione. Non mi salvo, lo sento. Camminare molto, in una spiaggia quasi desertica, ma nella quale all’improvviso succede qualcosa e io la traduco così. In fondo credo che avrò bisogno anche di questo piccolo bagaglio di sensazioni al mio rientro a Milano, lì dove incontrare qualcuno capace di improvvisare siparietti simili è un’ipotesi non contemplabile, dove non ho più voglia di uscire e frequentare nessuno Lì, dove mi faccio bastare gli spunti creativi della rete. E poi basta.

La mia estate sta finendo così: con un’abbronzatura dorata, tutto il riposo di cui avevo bisogno, il mio carico di amore platonico, sempre perfetto e privo di nevrosi e gelosie, su cui ho meditato pure durante le mie passeggiate marine. A tutto si aggiunge questa inedita paura del futuro unita a quella da rientro in una città in cui ho fatto una fatica crescente per fare qualsiasi cosa. 

Ho riposato bene. Direi che sono stata “nella grazia di Dio”. E non lo so quanto questa sia, di fatto, davvero una buona notizia


 


giovedì 27 agosto 2020

Sogno asintomatico di mezza estate

Sì. Stavolta era necessario. Staccare completamente da questi mesi e dal luogo che li ha visti trascorrere e abusare della mia capacità di affrontarli. Certe volte si riesce ad avere l’esatta misura della stanchezza proprio dal tempo che è necessario a sentirsi in grado di pensare ad una nuova partenza. Credo che dipenda pure dal tipo particolare di stanchezza che ti porti appresso, quella che non si mostra solo bisognosa di buone dormite, di ozio e pensieri rilassati ma che ti impone pure di immaginarti in qualche altro modo.

Sono in vacanza da cinque giorni. Tornare a casa dopo così tanto tempo mi dà diritto al trattamento “ospite di riguardo”, ovvero una trappola, di cui mi accorgo sempre molto presto, ordita dai miei per farmi desiderare il ritorno. Ma per il momento non attacca. Le mie giornate in questo tempo lieve e di azioni lente si articolano così: La mattina al mare, a pranzo si prepara quello che propongo io, nel pomeriggio me ne sto in mansarda a fare quello che faccio sempre nel tempo libero e cioè vedere film o fare sport. La mia capacità di adattamento a ritmi di questo tipo devo dire che è stata immediata. Sto già molto meglio di cinque giorni fa e questo nonostante i problemi da cui decisi di allontanarmi quando andai via tanti anni fa siano rimasti intatti da allora. I problemi che non si possono risolvere di solito fanno così, non mostrano i segni degli anni e ti ricordano che il futuro ti chiederà una forza che adesso non sai ancora dove trovare.

Il mare mi mette pace. Mi rende “asintomatica” alle mie stesse malinconie. Mi aiuta a ridimensionare o ingrandire tutto quello che nella sua dimensione normale mi sembra sempre stonato, mi fa ricordare col sorriso le persone a cui voglio bene e pure a quelle che ho allontanato. Mi aiuta a pensare a chi vorrei incontrare.

Qui al sud il distanziamento è abbastanza rispettato, tranne in spiaggia dove è il caso di stare molto “al largo” .
E comunque forse dovrei smetterla di guardare nei carrelli della spesa degli altri per provare a capire il dilagante tasso di obesità che mi pare di rilevare in questa parte della popolazione. Ognuno si consola come vuole e si abbandona ai piaceri che crede. Ma so che non è la verità vera questa. E già che ci sono dovrei anche provare ad avere pensieri meno cinici sul sistema scolastico attuale: io credo che sia del tutto fallimentare, a prescindere dal tipo di banchi e di cautele adoperate. Io credo che un bambino cresca molto meglio con uno sport perseguito con molta passione, i cartoni e videogiochi. Lo penso senza alcuna ironia. E comunque meno male che questo non è un mio problema,  pure perché la scuola secondo me è stata del tutto inutile pure ai miei tempi.

La mia estate comincia adesso. Sono ancora un po’ stanca, ma sono lontana da Milano, dal mio vicino scemo, dal mio bagno ancora da finire e da una scuola inutile di cui non mi toccano le modalità di riapertura. E così ho pensato che in fondo non c’è proprio niente di male se, in quanto “ospite di riguardo”, lascio che nulla di ciò che ai miei occhi appare sbagliato, falso e inutile possa in questi giorni riguardarmi. Non ne ho i sintomi. E questo è positivo ☺️👌😊 

martedì 18 agosto 2020

Partire? O semplicemente ripartire?

 Forse dovrei smetterla di sdrammatizzare e ironizzare sempre su tutto. La verità è che sono veramente, irrimediabilmente, bollita. Per tutto. Sono stremata per l’assurdità di questo periodo, del caldo, dei lavori in bagno, del sudamericano col vocione, della mia pressione bassa, della fatica di vivere in una città così cambiata e irriconoscibile. Sì, sono stanca e svuotata e non ho più voglia di offrirmi chiavi di lettura indulgenti per tutto quello che non va solo per dare una giustificazione razionale a ciò che non riesco più a sopportare. In fondo che male faccio se per una cazzo di volta mi lamento non per quanto sono fatta male o per i miei limiti ma di tutto quello che mi sta intorno e pare divertirsi ad avvilirmi e a farmi desiderare la fuga. 

La settimana prossima scenderò giù dai miei. Per allora il mio bagno dovrebbe essere pronto, nonostante un ritardo che mi ha procurato una dose non indifferente di difficoltà, disagio e salti mortali al lavoro. Se sento ancora qualcuno che parla male della PA lo gonfio.

Non ne vengo fuori: il tempo mi pare sfuggirmi dalle mani, sono indebolita e faccio fatica a far tutto, tutto questo mentre provo a sorridere della mia effettiva capacità di sistemare tutto come si deve. Non sarà così. Non ora. Perché non ho più forza. Rivedere la mia casa come è adesso mi ha riportato al tempo in cui ci ho messo piede per la prima volta, un felicissimo gennaio di undici anni fa.  Avevo solo il letto e il microonde. Ricordo che fu in quelle condizioni che una sera vidi “l’ora del lupo” (rivisto da pochi giorni). Neppure il riscaldamento c’era ancora. Eppure non mi pesava niente, ero felicissima. All’epoca lavoravo in un ufficio lontanissimo, in zona gratosoglio, che mi imponeva tre mezzi e 1 ora e venti di viaggio per arrivarci. Ma io ero tutta contenta lo stesso. Oggi al lavoro ci vado a piedi e ho trasformato quella casa gelida e umida in una festosa e accogliente abitazione per ragazze inutilmente ottimiste. Eppure la questione è un’altra e mai avrei immaginato che un giorno ci avrei davvero fatto i conti. La questione è: quando si parte e si decide di andare lontano da casa per lavorare lo si fa principalmente per ragioni del tipo: migliorare la propria condizione economica, esistenziale, di crescita individuale e di consapevolezza. Altrimenti non ha senso partire. E allora ho pensato che per il mio bilancio personale posso fare così: andare per esclusione. Per esempio partirei con:

La questione economica: io appartengo alla categoria di coloro che trovano inconcepibile non lavorare e questo indipendentemente dal tipo di lavoro svolto, da quanto piaccia o costituisca o meno la nostra vocazione. Non mi immagino proprio a dire “io non lavoro”. Se solo penso al concorso, alla folla oceanica, alle attese, all’ansia...mio Dio. Lavorare a Milano ha significato comprare una casa che altrimenti non avrei preso, soldi che non avrei speso e che non compenserò certo con il mio reddito corrente. Quei soldi sono soltanto una perdita, un minus nel mio bilancio, così come tutte le spese che comporta lo stare lontano dalla famiglia in una città estremamente cara. Dunque, questione economica direi non rilevabile. Hanno ragione quelli che ritengono che di fatto i guadagni dal lavorare fuori sede siano quasi sempre inferiori al mancato costo derivante dallo starsene a casa. E ora che Milano si è svuotata per lo smart working forse ci si sta rendendo conto di che immani risorse si stia per privare.

La socialità. Forse la mia nota più dolente. Ho conosciuto una marea di persone, ma sono irrimediabilmente pochissime quelle che ho mantenuto vicine. Nessun incontro ha meritato l’appellativo di amore. Una perdita incalcolabile per la mia crescita affettiva. Ho fatto e visto un sacco di cose. Milano è una città strepitosa. Ma io sono rimasta la “solita solitaria” con vocazione agli affetti stabili. Nessun progresso evidente neppure stavolta

Crescita individuale: e che ne posso mai sapere? Come posso sapere cosa mi sarei inventata per sopravvivere alla noia del paesello. In fondo Napoli è a pochi minuti. Cosa posso saperne degli incontri mai  avvenuti, degli interessi inespressi, della fatica a cui mi sono sottratta  per adattarmi ad un sud sempre più  dimenticato. Che ne so...


Il mio bagno blu è quasi finito. Con un ritardo inqualificabile ma è tanto bellino. C’ho visto troppogiusto con le piastrelle. E poi il ragazzo nuovo che c’era oggi è molto carino e simpatico, mi ha fatto trascorrere una buona giornata.  Mi sembra di aver appena traslocato. Tanta polvere, tanto disordine. Credo che mi attenda un po’ di fatica prima delle vacanze.

Magari ho solo bisogno di ricominciare tutto da capo. Anche se questo poi significa semplicemente ripartire, ancora una volta, da qui.



giovedì 13 agosto 2020

Palindromi. I miei anni di “scapigliata” simmetria

 E così sono arrivati anche loro. Puntuali come lo scoccare della mezzanotte per Cenerentola proprio quando cominciava a divertirsi sul serio. Il mio esperimento è riuscito anche quest’anno, ma già sapevo di non aver bisogno di ulteriori prove. Oggi compio 44 anni. Non so dire come me li porti. Mi è sufficiente sapere che mi stanno ancora i vestiti di sempre, che c’è ancora qualcuno che mi fa dei complimenti e che mi chiede di uscire, che ho ancora la forza di fare un sacco di cose e conservo interessi e qualche passione inossidabile. 

L’esperimento riuscito è la mia solita prova degli “affetti di buona memoria”, quelli di chi mi vuol bene davvero perché ricorda senza sforzo il mio compleanno. E infatti le sole persone su cui conto davvero se ne sono ricordate da primo mattino. Gli altri, senza averne colpa alcuna, l’hanno scordato. E va benissimo così. In altri tempi mi sarei offesa un po’ perché io di loro mi ricordo eccome. Oggi invece penso che il pensiero non vada preteso e, se appare mancante, non vada per questo giudicato. Così è e non me ne devo dispiacere.

I lavori in bagno procedono bene, io provo a sopportare questa enorme tornata di caldo, la polvere, il lavoro e pure una certa tristezza a cui non so ancora dare un nome. Forse sono solo un po’ stanca e non vedo l’ora di andare un po’ al mare anche per concentrarmi su quello che vorrei cambiare nella mia vita a partire da questo autunno in poi. 

Come è strano avere un’età “palindroma” . Ricordo perfettamente il compleanno dei miei 33 anni: nel pomeriggio di quel 13 agosto sarei partita per la Grecia per il matrimonio di mia cugina. Avevo appena concluso il mio tirocinio a Suzzara ed ero stata confermata a Milano, che all’epoca conoscevo solo perché qualche anno prima ero stata al politecnico per sostenere il TOEFL: era stato durante il dottorato e a quell’epoca sognavo di andare a Londra per un ph.d. o un M. Sc. Quante “sterzate” che ho offerto al mio futuro! Eppure nessuna ha avuto una reale conferma: ho sempre preferito cambiare e poi cambiare ancora e ancora. È come se le strade tracciate mi spaventassero Sempre un po’ di più dei “fuori pista”...in fondo non è andata male e ad osservarli bene questi 11 anni mi sono sembrati piuttosto ganzi proprio nel loro essere così scapigliati.

Ho scordato di prepararmi la torta e come al solito non ho candeline su cui spegnere desideri che ho imparato a non rivelare neppure a me stessa. Stamattina ho scongelato un pan brioche alla crema che avevo preparato un po’ di tempo fa per una colazione di lusso, l’ho inzuppata nel latte gelato e mi è sembrata la coccola più gustosa che potessi farmi da undici anni a questa parte. 

Direi che non manchi proprio nulla per i miei prossimi sorprendenti undici anni. Intanto grazie a tutti. Ma proprio tutti. Pure agli smemorati che non mi vogliono abbastanza bene da ricordarsi di me ma che non sanno quanta ricchezza, in consapevolezza e accettazione, mi hanno regalato proprio loro.


lunedì 10 agosto 2020

Sento le mie mancanze. E per il momento non potrebbe andar meglio

 E così anche i lavori per il bagnetto nuovo sono cominciati. I ragazzi che sono venuti a smantellare tutto sono simpatici ed educati. Spero che la mia fiducia non sia mal riposta. Ora non c’è nessuno e io ne ho approfittato per fare due passi in un quartiere totalmente desertico. Molte altre volte ho visto questa città in agosto ma mai, giuro mai, ho avvertito un simile senso di desolazione tanto che persino io, che amo ogni forma di tranquillità e di pace, comincio ad avere con questo luogo quello stesso strano senso di passione affievolita che prende due fidanzati quando, allo stremo di un rapporto ormai logoro, si dicono “o ci sposiamo o ci lasciamo”. Forse è per questo che mi sono decisa a fare i lavori in casa: nel profondo di me comincio a pensare che una sintonia si sia ormai rotta e che potrei anche immaginarmi non soltanto o per sempre a Milano. E no, non ha a che fare col sud americano un po’ scemo che parla sempre e neppure con la possibilità di immaginarmi in smart working anche da Napoli, o che i corsi sul cinema ormai ci sono pure in line e che quindi sto via via perdendo ogni legame diretto con questa città. No, è proprio che mi pare di non riuscire più a crescere ad avere stimoli, ad evolvermi. Milano è cambiata troppo repentinamente, ai miei occhi non ha più il fascino delle possibilità che si realizzano. Forse stare più vicino a chi potrebbe aver bisogno di me avrebbe molto più senso anche per me e per questo strano smarrimento a cui non riesco a dare una definizione. Mah forse è solo che mi fa impressione vedere il mio bagno in quelle condizioni. Tanta polvere e macerie e nell’altra stanza i saponi e i trucchi e gli accappatoi ammassati alla meno peggio in attesa della nuova collocazione di lusso. Mi sembro una sbaraccata. Se non sai come complicarti la vita vieni pure a chiedermi consiglio.

Forse comincio a sentire il contraccolpo di mesi che solo in apparenza non mi hanno segnato. Ho trascorso davvero tanto tempo da sola, ho modificato alcune abitudini quotidiane che davo per assodate, avuto dei dolori lancinanti alle ossa di cui non so bene le ragioni se non associandole ad un allenamento un po’ più intensivo. La verità è che probabilmente sto semplicemente invecchiando e certi sforzi non posso più permettermeli e qualche volta penso che dovrei cominciare ad accettare non solo le mie attuali mancanze, ma farmi una ragione pure di quelle future e non illudermi che sia sufficiente mangiare sano e fare ginnastica per essere carina e sperare di farmi riconoscere da qualcuno che per il momento non so se e dove sia. Ma resisto lo stesso. Bisogna essere pronti a tutto. Persino ad una bella sorpresa.

Il mio bagno nuovo sarà pronto entro venerdì. Nel frattempo cambieranno un po’ di cose in questo strano mese di passaggio e di vuoto che mi pesa. E poi ho appena imparato la ricetta dei pancake proteici, fatto una maschera idratante e ringraziato la sorte anche per ciò che non mi ha concesso. Sono decisamente troppo sola in una città che mi ha ben allenato ad esserlo sempre di più. Ma l’alternativa è stata troppo spesso peggiore. Non sono ancora pronta per quello che voglio davvero. Ma vorrei almeno sapere dove dovrei farmi trovare per quel momento lì 


domenica 2 agosto 2020

Spazio liber(atori)o

Sarà che non mi sono ancora mossa da qui da quando tutto è cominciato, sarà che ho fatto in tempo a prendermi delle ferie per il mio viaggio invernale, o che sto continuando ad andare in ufficio immersa in un silenzio quasi assoluto. Sarà che mi porto appresso una astenia che non mi spiego. Sta di fatto che questa estate mi sta scivolando dalle mani senza che io abbia neppure vagheggiato la possibilità di offrirle una qualche narrazione alternativa alla mia routine, quella solita e buona per tutte le stagioni. Resterò qui ancora per tutta la prima metà di agosto, farò i lavori nel mio bagno - forse pentendomi di non aver pensato di lasciare la mia attuale casa per una più bella e meno periferica o per tornare giù dai miei - e continuerò a buttar via cose come se volessi circondarmi solo dello stretto necessario. Per il resto vorrei solo vedere film in continuazione o starmene al parco sulla mia panchina dell’immaginazione e delle possibilità.
Fa un caldo bestiale, ho dolori alle ossa che non ricordo di aver mai avuto, per il resto continuo a stupirmi di questa serenità in fondo abbastanza assurda persino per me che “mi” vivo sempre in modo troppo critico e problematico. Sto riordinando casa, ho ritrovato cose che credevo perdute e che invece fanno parte dei primi tentativi di estetica dell’arredo dei primi tempi in cui sono venuta ad abitare qui. Mi accorgo solo ora che il mio è stato un progressivo togliere e ridurre al minimo, come se le mie sicurezze aumentassero via via che riducevo le mie - presunte - necessità.

Mi gira un po’ la testa e mi fanno malissimo le mani e questa è l’unica novità. Sto per compiere 44 anni. Quando ero lontana da questa età la consideravo vecchiaia avanzata e invece oggi mi pare una condizione più che accettabile, soprattutto se evito di pensare che certi passaggi “obbligati” li ho allegramente by passati senza preoccuparmi troppo delle conseguenze. Di fatto ho semplicemente azzerato ogni mia aspettativa, provo ad assecondare gli eventi lasciandomi suggerire le azioni. E mi basta così. L’ambizione non mi riguarda più e sono ormai persuasa che le sole persone che mi vogliono davvero bene sono esclusivamente quelle che ricordano il mio compleanno. Le altre rientrano nel volume degli incontri inevitabili, necessari, sorprendenti, divertenti, minacciosi...ma non rientrano nella mia sfera emotiva di lungo termine.

Qualche volta provo a fare un esercizio che mi diverte proprio nella sua plausibilità. Provo ad immaginare cosa potrei fare, oggi, per cambiare totalmente vita, ma non nella maniera di quelli che dicono “mollo tutto e mi metto a vendere panini su una zattera a Cuba”. No, io mi previsualizzo nella concretezza di un progetto da realizzare, ma che imporrebbe un cambio cosi radicale che mi limito a sistemarlo tra gli scaffali del limbo sospeso sulle favolose utopie Mi piacerebbe tornare all’università e prendere una laurea in lettere moderne, fare uno di quei master fighissimi sulla radiofonia organizzati dal sole24 ore nei quali insegna pure Nicoletti per poi chiedergli di lavorare nella sua redazione a ragionare sugli argomenti del giorno prepararando la scaletta in mezzo a panini vegani. Vorrei poter conoscere una persona buona e divertente con cui andare sempre d’accordo su tutto, a cui preparare piatti che non si stancherebbe mai di apprezzare o a  cui si abituerebbe presto. Vorrei ritrovare la voglia di andare in giro, assieme al gusto per le novità al posto di ogni certezza stagnante.
Neppure nel mio “previsualizzarmi” in una rivoluzione esistenziale vedo bambini e bomboniere.

Ho rimesso a posto il ripostiglio e c’erano cose che non ho usato quasi per nulla, come le scarpe col tacco, certi trucchi troppo accesi, libri che non ho portato a termine, abiti troppo eleganti, vecchie foto con persone che ho scordato...ho ritrovato un sacco di roba accantonata e che proprio non mi riguarda. Persino un souvenir che mi portò da un viaggio una coppia a cui avevo fatto un piccolo esame che non superò. Si dai la racconto. Sapevo che lei era un’amante appassionata di caffè, lui meno. Un giorno preparai per loro la mia miscela prediletta e mi cimentai nella produzione della famosa schiumetta fatta col primissimo caffè che fuoriesce e lo zucchero sbattuti molto energicamente. Misi tutta quella meraviglia in una sola delle due tazzine, sperando che lui lasciasse che fosse lei a prenderla. Non fu così. Me ne rammaricai e fui certa che quello non fosse amore (intatti un paio di anni dopo lui la tradì...una caso? Io sono sicurissima di no),

Oggi fa meno caldo di ieri. Non ho ancora fatto colazione: voglio avere abbastanza fame per apprezzare il dolce che mi sono preparata ieri. Il ripostiglio è in ordine. E adesso ho un sacco di spazio. Che mi riempie perfettamente.





Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...