martedì 8 giugno 2021

In apparenza inganno (soprattutto me stessa)

 I paradigmi sono cambiati. E’ innegabile. Pure per me che ho avuto così paura di interrompere ogni mia routine, che mi sono ostinata a fare tutto quello che ho sempre incluso nel mio quotidiano con la disciplina di chi sa che abbassare la guardia, rilassarsi troppo o, peggio, cadere vittima di paure e pessimismo, significa quasi sempre lasciarsi andare, diventare preda facile di abulia, depressione, rilassatezza tossica. Ho avuto così paura che questo accadesse che ho imparato a vivere certa mia periodica e forte stanchezza come l’indicatore di un comportamento corretto, la mia solitudine come pretesto di riflessione e accoglienza per pensieri nuovi, le mie albe come preziose parentesi a cui aggiungere all’attività fisica di impatto anche quella preparatoria  di meditazione e movimenti dolci. E’ cambiato tutto lo stesso, anzi, forse proprio per questo carico di attenzione indotta. Ma me ne rendo conto soltanto ora.

Penso tuttavia  che questa fase stia ormai passando: persino io comincio a convincermi che stavolta ne usciremo davvero. E mi sento pronta a questo sedicente ritorno alla normalità. Mi sono tenuta allenata solo per questo in fondo. eppure il mio solo, primo ed unico desiderio in questo momento, è mettermi in viaggio. Ne ho bisogno come credo di non averne mai avuto prima d’ora ed è una sensazione quasi spiazzante. Farò il vaccino senza malincuore solo in nome di questo obiettivo, lo ammetto.

In questi  ultimi tempi ho fatto una cosa che trova le sue ragioni in parte in una certa forma di vanità per ravvivare la fragile autostima che curo come si fa con certi esserini un po’ indifesi e un po’anche per fare una sorta di esperimento “antropologico” sulla percezione, i valori, le priorità delle persone con cui a vario titolo mi trovo ad interagire…ho fatto questo: ho postato molto spesso le foto del mio stato post work out dell’alba, quello che mi sparo tra le 5:30 e le 6:30 più o meno. Faccio in modo che si capisca che ho fatto una fatica vera, che sono contenta di tutto quel sudore che prova la verità del mio impegno e che addirittura sono abbastanza in forma nonostante i miei prossimi 45 anni. L’altra parte dell’esperimento consisteva nel fotografare il mio cibo impiattato con tutta la cura di cui fossi capace. Ecco, io sono molto felice dei like e delle attestazioni di stima, ci mancherebbe altro. Poi però mi sono arrivati pure  i messaggi privati, quelli dove anche chi non mi ha mai conosciuto dal vivo trova normale pure affermare che sia da sposare semplicemente sulla scorta di quello che vede e percepisce di me. E la cosa mi diverte moltissimo: mi conferma che per un uomo sia più che sufficiente pensarsi accanto ad una donna apparentemente piacente e in grado di cucinare sempre. Forse si scherza soltanto, ma per me è un indicatore pure questo. In fondo che male c’è, se non fosse che per me un uomo che mi apprezza per queste sole ragioni è già di per sé fuori dalla mia orbita di interesse. Un corto circuito da cui non esco: perché essere così, mopstrarmi così, se poi non vorrei piacere per ragioni così banali e arcaiche?

Io cucino sempre pensando a qualcuno. Mi alleno trovando l’energia dal pensiero di qualcuno a cui voglio bene. E’ così, altrimenti non mi verrebbe voglia di fare nulla. Comincio chiedendomi  cosa potrebbe piacergli, quanto gli farebbe bene, se lo ha mai assaggiato, in quali varianti potrebbe apprezzarlo. Io faccio così. Di solito si tratta di persone che forse non arriveranno neppure mai a saperlo, che spesso sono già impegnate (meglio, così metto subito da parte ogni inutile turbamento romantico), persone che mi piacciono per motivi che io stessa non saprei spiegarmi ma a cui torno sempre col pensiero, che vorrei trascinare con me in una  gara di ripetute in salita, a cui chiederei di aiutarmi a fare la verticale o dei test di potenziamento del core per stare in equilibrio su una gamba sola. Lo confesso, io traggo la mia motivazione solo così: pensando a qualcuno con grande affetto e a cui vorrei piacere altrettanto, fermo restando che so già che non funzionerebbe alcun tipo di dinamica amorosa non platonica. Perché sono io a mancare di ogni presupposto necessario: al netto di un po’ di foto allegre, passo la vita a temere di sprecare il mio tempo e non fare mai abbastanza né di essere particolarmente meritevole e quando ci penso mi trovo così noiosa e pedante che, parafrasando Allen (che forse parafrasava a sua volta Groucho Marx), non frequenterei mai un club che vanti tra i suoi iscritti gente come me.

E così, mentre tento anche io questo ritorno a una qualche ipotetica forma di normalità collettiva, meno male che ci sono i social: in mezzo a certi miei post allegri, sportivi e mangerecci, mi ritrovo addirittura a ridere per qualche mia battuta. E così penso che forse nelle mie trappole, chi ci casca davvero, sono proprio io


 

martedì 1 giugno 2021

Dare “lustri” allo sguardo

 Forse sono troppo corti. Me lo dico sempre quando esco dal parrucchiere e decido di fidarmi della fantasia di una di quelle fatine della bellezza che mi scelgo per alleate. Ogni volta mi ripeto che in fondo i capelli crescono, che anzi è importante proprio provare a non abituarsi al proprio aspetto (perché tanto quello cambia con una certa qual noncuranza del nostro volere) e che sperimentare è quasi sempre un bene, se gli esiti non risultano senza rimedio. In realtà dipende molto anche da come sono capace io di sistemarli: ad esempio mi rendo conto che un po’ tirati con la mezza coda e la frangia spettinata  sembro più sbarazzina che se li tengo lisci a coprirmi le orecchie, dandomi un’aria da prof un po’ seriosa.  Nei fatti il risultato non mi convince mai del tutto e così alla fine mi ritrovo a desiderare capelli più lunghi che rinnoveranno la lunga attesa delle volte precedenti.  La verità è che non mi piaccio abbastanza.  La fortuna  è che per un po’ me ne dimentico oppure mi metto a pensare che delle persone che mi piacciono e che vorrei imitare mi attira soprattutto  il loro modo di ordinare i pensieri, la capacità di farmi ridere, di strutturare il ragionamento e di coinvolgermi nello scambio dialettico, la sintassi, persino la modulazione della voce.  Mi importa davvero poco di quanto mi piaccia il loro viso. Posso farci caso, ma non è per questo che li vengo a cercare. Ma  noi insicuri abbiamo costantemente necessità di illuderci che possa bastare sentirci carini agli occhi degli altri. E’ così.

In questo periodo dormo  ancora meno del solito, ma per fortuna non mi sento  particolarmente stanca e così riesco ancora ad essere disciplinata nella mia routine di allenamento (mi chiedo quanto riuscirò ancora a tenere quei ritmi assurdi. E soprattutto perché…) e a sperimentare ricette che sembrano delle cose ma in realtà sono tutt’altro (a proposito di apparenza e dei suoi inganni). E’ molto divertente e poi mi scarica, mi aiuta a pensare alla mia vita un po’ buffa, semplice eppure assurda, alla mia incapacità di andare incontro a qualcuno, di cercarlo davvero. Forse sento già chiaramente quanto sia ormai troppo tardi e la fatica di ammetterlo mi spinge a credere che l’attesa sia più importante di ogni strategia. Chissà. Fatto sta che se incontrassi una persona come me  troverei automatico chiedermi come mai sia sola a questa età: un brutto carattere? Delle stranezze imbarazzanti da nascondere? Il fatto di essere noiosa e insignificante? Se lo si pensasse di  me ne soffrirei molto eppure non credo che sarei davvero capace di spiegare che invece sono sola semplicemente perché mi piace e che non vorrei esserlo soltanto per una sola ed unica persona. Non credo nei tentativi, nella legge dei grandi numeri, negli incontri dove la gente va per vederne altra. Non mi piace, non ne ho voglia. Ma se mi incontrassi non penserei questo di me, lo ammetto.

Alla fine di questo mese rinnoverò il passaporto. Credo che non farò il vaccino prima di agosto e che cercherò di conservare più ferie possibili per riuscire a fare un viaggio lungo. E  lontano .  Anzi lontanissimo, in onore del primo timbro di questo vecchio documento con sopra la foto di una che ormai mi somiglia sempre meno. Ricordo l’India come se ci fossi andata ieri, così come tutti i luoghi raggiunti in questi anni pazzi e incoscienti. Ora dovrò fare una foto col taglio nuovo e troppo corto. Ma ho il viso un po’ più sottile e il corpo più tonico di allora. Del sorriso non saprei dire, ma mi pare di ricordare che non fosse troppo onesto neppure quello di  allora. Se smetto di pensare che intanto ci ho rimesso dieci anni penserei addirittura di essere più bellina oggi di allora. Forse quello di non piacersi abbastanza è come certi timbri che ti ritrovi stampati sul passaporto ma che fatichi a capire a che meta si riferissero. Poi ti viene in mente e pensi che certi viaggi siano meno memorabili di altri, ma fanno numero e alla fine sei soddisfatto pure di quelli.

Stavolta punterei tutto sugli occhi per una bella foto che mi porterò dietro per altri dieci anni. Dice che sono l’unica cosa di noi che rimane immutata per tutta la vita. Cosa mi importa di come stanno i capelli. Quelli crescono. Continuamente 

 

lunedì 24 maggio 2021

Il lunedì. La pioggia. E lo Yoga

 E’ lunedì. E sta piovendo. Mi pare già un ottimo esercizio di accettazione e di riassetto dei punti di vista. Credo che la mia sessione di yoga di ieri pomeriggio stia dando i suoi frutti malgrado il mio scetticismo sull’utilità di certe pratiche “innestate” in mentalità irrimediabilmente contaminate da principi e valori profondamente differenti. Che poi quali sono stati davvero  i miei principi? Mi ci sono voluti tutti questi anni via da casa per comprendere quanto sia importante, per evolversi e osservare il proprio vissuto, stare molto lontana dalla propria famiglia perché, pure quella più riuscita, amorevole, presente,  si rivela essere inevitabilmente ricattatoria: devi stare vicina, devi riprodurti, ti devi sistemare (mai capito questo concetto del “sistemarsi”)... 

Mi ci sono voluti degli anni per capire che il rapporto che si ha col denaro è la sola cosa che racconti davvero tutto di noi. E quando dico tutto, intendo proprio ogni più piccolo aspetto di noi. In realtà questa è una riflessione che sentii dire tantissimi anni fa, durante una intervista, da Giuliana De Sio. Ne rimasi profondamente  colpita soprattutto perché non capivo che cosa intendesse davvero. Poi mi sono resa conto che è la verità. Lo è per me, che sono cresciuta senza che i miei mi dessero mai una lira: io non ho mai conosciuto il concetto di “paghetta”,  ma solo quello di chiedere, sempre, ogni singola volta e per ogni minima cosa, la possibilità che mi si comprasse ciò che mi serviva. Così è stato fino a quando non sono stata economicamente indipendente. Giuro. E ho sempre pensato che non vi fossero altri modi, visto che (come tutti in età scolare. E poi anche universitaria) non lavoravo e quei soldi non mi erano dovuti (almeno secondo loro). Oggi il mio rapporto col denaro è il frutto di una consapevolezza magnifica  che mi procura solo piacere:  ho imparato a risparmiare solo il minimo e a spendere senza troppo preoccuparmi tutto quello che posso in tempo di formazione, progetti da sostenere, esperienze e viaggi . sempre tenendo  presente  quell’idea all’inizio per me così ostica della De Sio. Poi in realtà faccio fatica a pensare di andare a ristorante…ma davvero quello  non mi interessa nulla. Ho avuto bisogno di tutto questo tempo per rendermi conto che avere più di una casa può non avere alcun senso, che il provincialismo borghese fa più danni di una dittatura sulle generazioni future, che più “cose” si possiedono e più tempo  sprechiamo per  doverle gestire.  E’ faticoso e insensato eppure è una trappola di cui spesso si diventa facilissime prede.  Non sono affatto sicura che mi sarebbe stato tutto così chiaro continuando a stare dove sono cresciuta. E quando mi soffermo su quello che considero un mio enorme progresso mi perdono di certa mia “primigenia” grettezza.

Ma ci sono aspetti di me di cui continuo a vergognarmi molto. E invece dovrei confessarli, trovarmici al cospetto e capire come risolvere il disagio che mi procurano. Ok ci provo (almeno in parte). Mi vergogno di non trovare divertente e neppure interessante il tempo trascorso con un bambino e poi di frequentare pochissime persone perché tali sono quelle che mi vanno a genio davvero e di non essere assolutamente incline al perdono. Mi vergogno di certo mio cinismo verso i riti: nella luce dello sguardo della fresca sposina io riesco soltanto a vedere l’imminente disincanto per una vita matrimoniale tutta diversa da quella ipotizzata. E questo non è bello. Mi vergogno pure del mio rifiuto delle radici: non ne ho mai fatto mistero eppure non è una bella sensazione non amare il posto in cui si è nati.  Ci si sente perennemente zoppicanti. In realtà non capisco neppure dove sia l’errore: ci sono luoghi che non hanno meriti e non è obbligatorio avere a che fare con dei bambini se non ne hai neppure di tuoi. Credo ci sia della grettezza  piccolo borghese anche in questo in effetti.  Ma io mi vergogno lo stesso.

Forse dovrei solo fidarmi ancora un po’ di più dello Yoga. Ho deciso di dargli più fiducia. Altrimenti, tutto sommato, sono già contenta pure così

Buon lunedì. Qua piove. 

Pazienza

sabato 15 maggio 2021

P.S. Presto o tardi (in ogni caso...non è mai troppo)

 Questo tempo variabile mi sta uccidendo. A parte questo trascorro giorni che fatico a comprendere. Non riesco a trovare neppure un piccolissimo dettaglio del mio tempo sufficientemente degno di essere ricordato e messo per iscritto. E adesso che ci sto provando un senso di rammarico molto forte si impossessa del mio forzato ottimismo e ne fa coriandoli. Eppure ci provo a rendermi degna del grande privilegio di star bene e darmi degli obiettivi che ancora mi offrono qualche motivazione. Mi sento mancante. Forse mi ci sono abituata alle mancanze, o semplicemente mi sono rassegnata alla volatilità dei miei legami: in realtà credo che questo valga per tutti, pure quando faticano ad ammetterlo. Le distanze, anche quelle fisiche, separano e rendono deboli tutti affetti che non si coltivano. La prossimità è fondamentale perché uno sguardo, un abbraccio, la chimica dell’attrazione si consolidino anche a livello emotivo. Ma saperlo non mi aiuta molto.

L’altro ieri sono andata a correre dopo tanto tempo e ho scelto apposta di non portare musica. Me ne sono stata un’ora in perfetto silenzio nella campagna assolata del parco sud. Mi pareva di mettere piede nel mondo per la prima volta perché, se da un lato sono più anziana è pur vero che sono molto più forte di un tempo e più consapevole del mio corpo. Mi è sembrata una bella sorpresa che si è portata dietro le mille cose a cui riesco a pensare solo quando metto a dura prova i miei polmoni. La consapevolezza è sempre fatta di tempo e di fatica. Intuirla presto è un colpo di pura fortuna oppure, molto più spesso, una solenne cantonata.

Alla tele c’è un film romantico con Hilary Swank, con le sue irresistibili labbra carnosissime, e Lisa Kudrow che va in giro a chiedere a tutti gli uomini se sono single, gay e se hanno un lavoro. Se le risposte sono “congrue” lei li bacia e testa in questo modo le possibilità di riuscita di un ipotetico rapporto. Mi pare un metodo davvero molto efficace se ci penso bene. Dovrei provarciJ , anche solo per avere qualcosa di folle sa raccontarmi. E invece non ne ho nessuna voglia, come al solito. Di certo non quanto mi interessa tenere sotto controllo la mia casa, gestire i miei pasti e l’attività fisica, vedere film, provare a lavorare meglio che posso. E soprattutto non lasciarmi offendere da tutto quello che non posso controllare. Forse è questo il mio limite più grosso (unitamente alla totale assenza di ogni desiderio…), tanto che ceerte volte penso che la mia vera vocazione fosse l’ascetismo J

Alla tele, nel film di cui sopra, c’è uno che è morto giovane e che fa arrivare, post mortem, delle lettere alla moglie (la Swank di cui sopra) per aiutarla a guardare la vita con rinnovato entusiasmo, malgrado la sua assenza. Comodo. Uno che hai amato alla follia, ma che non puoi più avere, e che adesso ti aiuta ad amare tutto quello che ti resta al netto di lui. Lo voglio pure io. Mi pare una formula indovinata: se non puoi avere chi vuoi, fai almeno in modo che sia lui a stabilire cosa sia il meglio per te, anche se questo vuol dire vivere senza di lui. Adesso me lo segno e faccio così: darò il mio indirizzo a tutte le persone per cui perderò la testa, li rassicurerò che sono disposta a fare a meno di loro ma e che mi farò bastare come atto d’amore i loro suggerimenti su come riuscirci conservando la gioia. Mi pare un percorso logico ineccepibile.

Ora la Kudrow sta dicendo che ritiene di meritare il meglio, che per il momento però pare essere impegnato con le donne sbagliate, e per questo lei se ne resta sola. Io la trovo così ganza che può dire ciò che vuole. Per quanto mi riguarda,  credo di meritare ciò che mi porto nel cuore qualunque cosa io faccia: dallo spolverare, alle corse a perdifiato, alle cose che mi annoiano fino a quelle che mi appassionano e mi assorbono completamente. E non ho la minima idea di come e dove possa trovarlo.

P.S I love you (non è mai troppo tardi)

E’ questo il film che sta andando alla tv

P.S. qualche volta, invece, è soltanto troppo presto. Mi auguro 

martedì 4 maggio 2021

La tranquillità parla poco, ma racconta meglio

 Alla fine è vera quella cosa che si scrive di più quando si sta male. Credo che la creatività in generale abbia molto a che fare con la tristezza, una perenne sensazione di inappagato, di inquietudine e insoddisfazione, che non sono esattamente una cosa da augurarsi, eppure a modo loro mi sono di ispirazione e restituiscono il senso del mio stare al mondo. Invece questo è un periodo “buono”, di quelli in cui il senso di gratitudine e riconoscenza supera l’afflizione per un tempo che in fondo continuo ad interpretare a modo mio. Trascorro gran parte del mio giorno in un ufficio ancora semi vuoto: ora ho pure una stanza singola tutta per me e le sole persone che incrocio sono i nuovi assunti che stanno accanto. Per il resto coltivo interessi sempre uguali ma che mi mettono molta allegria e calma. E poi mi alleno tutti i giorni, macino decine di km a piedi, cucino cose che mi piacciono tantissimo, butto continuamente via cose vecchie o che non mi rappresentano più. Faccio spazio che poi provo a riempire con altro. 

Sapevo già che non mi sarebbe tornata subito  la voglia di fiondarmi in sala e neppure di fare chissà che cosa di pazzo rispetto a quest’anno di attività sociale molto contenuta. Mi confermo la solitaria di sempre che smette di esserlo solo al prezzo di uno sforzo enorme e giusto per particolari ragioni. Questo è tutto, che poi è quasi nulla ma a me piace così. Però confesso che rimane davvero poco da dire o provare a raccontare: non ho tormenti amorosi, risolvendo ogni questione con “quello che non è tutto mio non lo tocco neppure col pensiero” o ambizioni da soddisfare. Ho quasi 45 anni e in fondo sento di non aver mancato nessuna tappa, Milano rimane ancora il posto in cui voglio restare e mi piace sempre gironzolare tra le corsie di un supermercato immaginando un menu che non piaccia soltanto a me. Mi sono assestata su un equilibrio fragile, ma in fondo sostenibile, nel quale non capisco bene se mi stia accontentando oppure se mi sia più che sufficiente. Di certo sono contenta di non avere un “salone di rappresentanza”, dei primi appuntamenti in cui ci si debba “annusare” mentre tenti di rassicurarlo che la cena che ti ha offerto non mi sta facendo pensare che sia una regola ma rimane una forma strettamente necessaria di galanteria al primo incontro, o di trovarmi a gestire l’equa distribuzione dei ruoli, il mutuo, le spese comuni e quelle non comuni, i dialoghi insulsi sull’importanza del dialogo, i suoceri,  qualcuno a cui dire come comportarsi. Di tutto mi manca davvero solo la possibilità di viaggiare e di farlo con la leggerezza e la libertà delle mie ultime volte: col bagaglio a mano e il detersivo in polvere (così da portare pochissimi abiti da tenere sempre puliti), un po’ di soldi e delle scarpe molto comode. In mancanza, non mi manca altro.

Ogni tanto mi capita di trovare qualche avventore di questo blog che sceglie di leggere dei post molto vecchi e così io clicco sul titolo e me li rileggo pure io. A volte mi diverto moltissimo perché ricordo esattamente quello che provavo mentre raccontavo certi episodi della mia vita di quel tempo e penso a quanto mi sia bastato che passasse del tempo perché tutto mi fosse chiaro e certi problemi sono fatti apposta per risolversi da soli. Altre volte invece esprimevo dei punti di vista sui trend topics del tempo e che all’improvviso hanno smesso di significare alcunché. È curiosa la passione che si estingue semplicemente perché si cresce e ci si lascia distrarre da quello che succede immediatamente dopo. Mi chiedo cosa possa pensare davvero di me quel lettore sconosciuto, mentre legge cose che in fondo ormai non mi riguardano più.

Ho un sonno tremendo. Continuo a dormire troppo poco, eppure il mio sonno è tranquillo, credo. Prima dell’alba ho bisogno di stare in piedi, bere una tazza di caffè, gettarmi acqua gelata sul viso ed essere sinceramente curiosa della giornata che sta per cominciare. E se ci penso bene è un fatto proprio strano quello di volersene stare tranquilla eppure non vedere l’ora di cominciare una giornata che ci si immagina ricca di sorprese. E così mi sono detta che in fondo è davvero divertente  questa mia fissazione  di svegliarmi presto: forse mi serve per cominciare a sognare prima degli altri la giornata che comincia e che perlomeno mi riporti alla sera con la stessa stanchezza che ho adesso. Tra qualche anno capirò meglio anche questo.


domenica 25 aprile 2021

A passeggio fra i pensieri

 Che bello. Certe giornate sembrano progettate proprio per realizzare le tue intenzioni senza che tu faccia sforzi particolari: tutto segue una sua linea di implementazione con la cronologia esatta dell’impegno efficace. Così è stato fino ad ora (sono circa le 17:30). Ho trascorso la mattina a cucinare le mie solite cose sane che volevo fossero anche belle, mi sono allenata, fatto una bellissima doccia e sono uscita a camminare per dieci kilometri in mezzo alla natura e agevolata da una temperatura ideale. Non ricordavo di sentirmi così bene da tantissimo tempo. Forse continuo a farmi bastare davvero poco, ma per quello che ne so la smania e i desideri non mi hanno mai guidato verso mete pronte ad attendermi. Io voglio stare in pace e stancarmi solo per cose in cui credo davvero, frequentare poco piuttosto che forzarmi ad assecondare iniziative che mortificano i miei bisogni e che mi fanno sentire usata piuttosto che cercata per quello che sono e il bene che mi si vuole. Oggi è stata una giornata perfetta per questo. Il mio vicino argentino ha cominciato a farsi sentire credo alla ventisettesima birra e a quel punto ho capito che avrei potuto approfittare di questo bel sole, godermi un paio d’ore di cammino silenzioso e pensare a qualsiasi cosa che nulla avesse a che fare con quella precedente e neppure con la successiva. E così ho pensato a quando andai a Londra per supplicare quelli della SOAS di prendermi in un loro master di antropologia nonostante il mio punteggio un po’ più basso di quello richiesto al TOEFL. Ma loro furono irremovibili e io ci rimasi molto male: pensai “ma che diamine, se neppure l’università più frikkettona del mondo non mi vuole non oso pensare cosa mi direbbero i suoi dirimpettai fighettissimi della London School of economics...non sarò mai una vera economista”. In effetti è stato così però ho fatto in tempo lo stesso a capire e innamorarmi di Keynes. E mi va già benissimo così. Poi ho pensato alle mele che ho comprato ieri, da certe donnine che le promuovevano alla Coop e ti regalavano un libricino sulle virtù della mela Pinova. Ho provato a fare una mia personale classifica delle mie preferita e alla fine penso che con le stark e le golden  delicious non ci sia partita, ma forse è solo perché delle trecento varietà di mele esistenti in natura il mercato ne propone solo cinque o sei,  quindi la mia classifica è falsata per esiguità degli elementi noti in concorso. Mah, camminarci sopra mi rende accettabili pure certi limiti cognitivi imposti da un mercato che restringe coercitivamente il mio gusto e le mie possibilità di scelta. Domani riapre il paese: ho provato a capire in che modo cambieranno le mie abitudini e ammetto di essere la persona più noiosa del mondo perché, tranne la tentazione di andare al cinema alle sei del mattino (alcune sale faranno questo), il mio quotidiano non subirà alcuna variazione. Al settimo kilometro io penso solo al mare e alla possibilità di un viaggio lontano. Per fortuna mi distraggo presto e per ora non ci penso più. In realtà non penso davvero a nulla per più di pochi secondi e a cose come che spero che Kevin Spacey torni di nuovo a fare film o che non mi passi mai la voglia di allenarmi la mattina presto. E poi che vorrei fare colazione da starbucks con la carrot cake, un cappuccino gigante e qualcuno di fronte a cui non rinunciare mai più nella vita. Ma dopo due ore e dieci kilometri restano solo le cose a cui tieni troppo per avere pure la forza di pensarle per bene e così te le tieni come post it per il prossimo giro, come la prima cosa a cui pensare per la prossima passeggiata a mente fresca. E così sono rientrata in casa come se avessi fatto tutto quello che il mondo si aspettava da me. Nulla di meno. Abbastanza per una ripartenza. Che bello


venerdì 16 aprile 2021

Traslocare la vitalità del proprio spazio

 E’ strano come pare che non accada nulla di speciale quando senti di vivere un eterno giorno della marmotta e allo stesso tempo sai che non è così proprio per nulla: nel frattempo stai cambiando tu, sia perché lo vuoi e ti ci metti d’impegno e anche perché succede e non te ne accorgi o non lo accetti. Il tempo passa pure da “fermo” e le cose sempre uguali acquistano tutte un senso diverso, come le stagioni che si susseguono, le prospettive che si modificano per il fatto stesso di spingersi in avanti contaminandosi con un tempo che non le agevola. Io sono cambiata tantissimo. Ne ho percezione come mai mi è capitato in altre fasi della mia vita, neppure quelle in cui i cambiamenti erano enormemente più visibili. Ho cambiato le pretese verso me stessa: non voglio fare più niente per nessuno senza essere adeguatamente ricambiata. Giuro che questo non era affatto scontato fino ad un anno fa. Oggi non credo più nella gratuità degli affetti: non bisogna svalutare il peso di quello che diamo e che facciamo per gli altri e se succede bisogna fare un po’ di passi indietro.  E poi ho imparato a fare pace pure col fatto che non troverò mai l’anima gemella, ma che continuerò comunque a vivere ogni secondo della mia vita solo per essere pronta a questo stupendo miracolo. E poi, last but not least, ho cambiato stanza d’ufficio, che pare una cosa da nulla, ma non lo è affatto se penso che lascio una parete bellissima e coloratissima, decorata con le esperienze di tutte le cose che ho fatto in questa città: avevo chiesto perché avere un collega che pensa per sette ore ad alta voce non è la cosa più divertente del mondo. Un piccolo trasloco carico di un non trascurabile valore simbolico. 

Ma la mia vera notizia bomba in realtà è un’altra. Pare che l’appartamento sopra il mio sia in vendita. Fino a qualche anno fa lo era anche quello accanto: era stato messo all’asta fino ad arrivare ad un prezzo simbolico di cui avrebbe approfittato chiunque al mio posto (29000 euro!) , ma io avevo resistito all’ipotesi di prenderlo  sperando di guadagnarci un buon vicino di casa. Non è stato così: il grasso e logorroico signore argentino che ha preso in affitto quella casa è così fastidioso che mi chiedo perché non abbia investito quel denaro anche soltanto per garantirmi il silenzio che avevo prima. Però la casa al piano di sopra mi fa proprio gola. E non solo perché non vorrei “piedi in testa”. Mi piacerebbe tantissimo rivivere quel tempo gioioso e realizzativo che si porta dentro una casa da ristrutturare e arredare. E’ bella anche soltanto l’idea di poter aggiungere un piano a quella in cui vivo ora. Da quando l’ho saputo non faccio che prefigurami  il modo in cui potrei predisporla all’accoglienza, o semplicementealla realizzazione di uno spazio nuovo in cui esprimermi meglio: un salottino con gli attrezzi, uno studiolo, la zona lavanderia finalmente lontana dalla mia vista, persino una piccola “saletta cinema” col proiettore a parete. E’ incredibile quanto possa viaggiare la fantasia quando è opportunamente stimolata e come questo generi stati d’animo ed energie sopite. Ma credo che mi asterrò anche stavolta e che me ne starò nel mio piccolo guscio mentre incrocio le dita sulla qualità del futuro acquirente. In fondo io chiedo solo un po’ pace. E poi l’idea di iniziare a pensare di andar via da Milano comincia a prendere corpo: non è una cosa che desidero ma è quello che molto probabilmente dovrà accadere, prima o poi.


Una vita in sospensione. Mi pare un bel privilegio anche questo: restare giocoforza sollevati da terra mantenendo anche la semplice intenzione del volo, per riuscire almeno a non precipitare. In questo tempo assurdo mi sono esercitata così bene ad accettare tutte le mie asfittiche limitazioni che mi ci sono abituata fino all’assuefazione: ho imparato a relativizzare gli spazi piccoli, le frequentazioni mai sinceramente disinteressate e generose, e poi mi sono anche tanto divertita ad inventare nuovi modi di occupare questo tempo improvvisamente dilatato.  Tutto per arrivare a comprendere che non si trattava forse di reali rinunce, ma solo di pretesti molto utili per capire meglio e pensare ad altro. Per pensarmi come altro. 


Forse sulla mia testa verranno ad abitare delle altre persone fastidiose. Se così sarà, allora capirò finalmente che è arrivato il momento, ancora una volta, di abitare uno spazio diverso.

 

domenica 4 aprile 2021

Pasqua a spasso

 Qui a Milano c’è un sole fantastico. Tra poco uscirò per una passeggiata di un paio d’ore anche per dare ragione di un pranzo di cui sono estremamente orgogliosa. Come sempre mi sono svegliata all’alba e col mio programma radiofonico preferito e  mi sono prodotta in risotti, verdure al vapore, parmigiana light, pancakes...come se avessi ospiti a cui tengo e invece ci sono solo io e quello che surgelerò per l’intera settimana.

Sono passata indenne al mio rientro al lavoro dopo un soggiorno molto gradevole e rilassante giù in zona rossa Campana e ora sono qui in questo posto, altrettanto rosso, a vivere la Pasqua nella quiete luminosa della mia cuccia pulita e che profuma di zuppe e risotti. C’è chi potrebbe diventare pazzo a vivere così. E chi invece ha trovato una sua pace. È curioso, eppure io non ho ancora capito dove potrei collocarmi tra queste due ipotesi. Alla tv ci sono le puntate di friends: sono arrivati a quella situazione un po’ anomala e stonata in cui Rachel e Joey si innamorano, ma mi mettono allegria lo stesso. Ho pure ripreso a dormire poco e ad avvertire quello strano senso di vertigine che si prova dalla posizione seduta a quella in piedi e che mi prende nei cambi di stagione, ma tanto lo so e quindi nessuna preoccupazione. Qui a Milano il suono delle ambulanze è ancora un sottofondo piuttosto frequente e io realizzo solo ora che non ho l’uovo di pasqua, anzi in realtà realizzo solo ora il fatto stesso che sto passando la Pasqua da sola proprio come lo scorso anno e moltissimi degli anni precedenti. Funziona ancora. Le feste comandate trascorse così mi rendono sempre ben chiara la distinzione netta tra le mie oggettive mancanze e necessità e quello che comunque non mi avrebbe aiutato in alcun modo ad essere felice: non ci sarebbero riusciti dei figli,  nè un marito e neppure nessuno degli uomini che mi sono piaciuti fino ad oggi, non sarebbe andata meglio neppure con un lavoro diverso o più appassionante. Le feste a questo mi servono: a chiedermi come sia possibile riuscire a star bene in un modo diverso da quello che mi sono scelta senza condizionamenti, sebbene includesse un certo, enorme, spirito di adattamento. Quello che so è che, per la prima volta, ho percepito che i mei sono meno affranti del fatto di non essere diventati nonni, sebbene credo che sia più per l’oggettiva perplessità verso il futuro che per una improvvisa adesione alle mie scelte. Io resto ferma nella convinzione che siano molto poche le donne con un reale istinto materno. Il più delle volte è solo una forma di generosità anche inconsapevole verso il bisogno della famiglia d’origine di passare il testimone. Per me la motivazione rimane scarsa.

Qualche anno fa trascorsi questa giornata con una persona che adoravo. Dopo pranzo camminammo assieme per km e km, in mezzo alla natura e alla pace di un silenzio irreale. Fu molto bello, ma faceva più freddo di oggi e c’era troppa cioccolata per solo due persone. E poi non avevamo lo stesso passo e così mi stancai un po’ di più che se fossi stata da sola. E dopo andammo al cinema, ma non riesco a ricordare che film c’era e se ne discutemmo. A pensarci bene non ricordo poi molto di quel giorno eppure ricordo che cucinai per tutta la mattina e mi chiedevo se tutto sarebbe stato abbastanza buono. Ora invece sono proprio sicura che ai fornelli sono un vero asso.

Ho ricevuto degli auguri. Ricambio sempre ma non ne faccio mai di mia iniziativa. I mie mi hanno inviato dei soldi di buon augurio, ho silenziato tutti i gruppi di wa e sono ossessionata da una cosa che devo mettere per iscritto a cui sto pensando da un po’ di giorni, ma per la quale non mi sento all’altezza. Dovrei mettere le tendine in bagno e comprare la ricarica delle essenze per il mio diffusore. Ma non c’è nessuna fretta. Credo che in questo momento sia molto più urgente uscire. E fare almeno dodicimila passi. 


venerdì 26 marzo 2021

Sogno o (non) son (troppo) desta (già di mio)?

Devo dire che è veramente facile sperimentare la zona rossa in un posto più confortevole di quello a cui ti eri abituata da un anno a convivere con le restrizioni. Eppure non mi pare di essermi mai lamentata troppo: la mia casa piccolina piccolina mi aiuta da sempre a sentirmi una specie di eterna studentessa fuorisede, maldestra e sgangherata e che giustifica così il suo eterno mancato passaggio vero all’età adulta. Milano costituisce da sempre il mio alibi perfetto.

Sono qui in Campania da dieci giorni e non sono mai uscita, se non pochissimi minuti minuti per andare a trovare la nonna a una distanza di parecchi metri. Sono dieci giorni che faccio tutto quello che mi piace fare, prendo il sole, addirittura dormo per sette ore di fila e per tutto il resto del tempo immagino cose che vorrei che si realizzassero ma che con ogni probabilità non lo faranno mai. Mi piace. Mi piace pensare al futuro senza attenderlo seriamente, mi piacciono i progetti a lungo termine che di fatto si compongono soltanto di piccoli frammenti di serenità presente. 

Ancora non ho il biglietto per ritornare a Milano: mi piacerebbe tardare più che posso, ma non mi sogno neppure di continuare a lungo con questa vita in vacanza così perfetta e tutelata. Non credo di meritare ancora un vita così facile, anche se il confronto con la mia quotidianità milanese - a pensarci proprio bene - è veramente impietoso: lì dormo pochissimo e male, respiro aria malsana, investo tantissimo tempo per portare a termine cose “necessarie”, piuttosto che alla cura esclusiva di passioni e piaceri. E poi è una città mi spinge subito a ricordare periodi un po’ dolorosi e persone che mi hanno deluso. Milano mi riporta ad un decennio di piccoli e grandi vuoti generati da tentativi ricchi di buona fede ma dal congegno troppo difettoso per restituire risultati apprezzabili. A volte questo mi pare una fortuna e uno scampato pericolo. Altre una beffa inconcludente. Ma sono pur sempre dodici anni di una vita che rimane mia e poi se faccio un confronto con certe foto di allora penso che oggi sono di gran lunga più bellina: se così è, Milano mi ha almeno aiutato a cambiare il mio sguardo su me stessa. Lo metto tra i meriti.. Avevo persino scordato che portavo l’apparecchio ai denti e che stavo  attenta a sorridere il meno possibile. E poi che ho conosciuto tipi orribili che poi si sono pentiti di essere così orribili solo quando hanno smesso di piacermi. E così mi sono sembrati dei tipi non più così orribili proprio perché poi hanno smesso di piacermi ma sono diventati gentili. Si migliora un po’ tutti a quanto pare. Come è difficile gestire il disincanto, ma ne vale sempre la pena. E quella volta che c’era una che tutte le mattine mi teneva due ore a parlare degli uomini che la usavano e io non sapevo come dirle che non volevo più avere nulla a che fare con lei. Poi un giorno sono riuscita a farglielo capire e liberarmi delle sue infinite chiacchiere, della sua mancanza d’amore così diversa dalla mia, è stato come tornare a respirare. Forme di selezione naturale riuscite: una conquista che rinforza anche noi sopravvissuti. Milano e i suoi dodici anni sono stati questa roba qui, assieme ai lavori di ristrutturazione di una casa che ha assecondato la necessità di assomigliarmi e accogliermi come meglio potesse: colori nuovi alle pareti, l’armadio a muro e un soppalco per dare nuove opportunità allo spazio. Persino un bagno un po’ snob lo sentivo come un gesto necessario a definire uno spazio che mi definisse. Non è successo poi molto, ma neppure proprio niente. Su tutto mi rimane il dormire troppo poco pur non essendo mai stata troppo sveglia.

Qui in Campania, in una casa a sua volta molto cambiata negli anni, le giornate trascorrono lievi nonostante la fissità di certe routine fatte di sport, lettura, cibo buono. C’è che la sera però mi addormento subito e molto presto, così non sono mai stanca come a Milano. E poi faccio bei sogni: tutte le notti sempre lo stesso, quello dove finalmente ti ho trovato, siamo su un divano molto comodo con tutta una pila di film da vedere assieme, il tuo dolce preferito fatto da me e tu che mi ringrazi con gli stessi occhi della prima volta. E così ho pensato che forse il motivo principale per cui penso che sia un bene essere costretta a ritornare a Milano sia proprio questo: dormire il giusto, alla lunga, mi fa male



mercoledì 17 marzo 2021

Posta al sole

 E alla fine anche io mi sono concessa un ritorno a casa dopo mesi di rispettoso isolamento e di dubbi sull’opportunità o meno di spostarmi. Spero di aver fatto bene: questa è una casa concepita in modo che si possa convivere e al contempo avere la possibilità di starsene in completa autonomia: io mi concedo entrambe le modalità con il baldanzoso entusiasmo di chi non è abituato ad una vita così semplice eppure anche così “complice”. Di fatto tento di attenermi a gran parte di quella che è stata fino ad ora la mia routine quotidiana da zona rossa, quella che contempla la cucina, allenamenti costanti, il provare a tenermi aggiornata su quello che succede e che condiziona in modo prepotente ogni mio stato d’animo, pensiero, decisione futura. E poi concedermi il tempo per vedere almeno un film al giorno, pianificare viaggi che non vedo l’ora di tornare a fare, pensare alle persone a cui tengo e che forse non riuscirò mai più a rivedere. Ovunque io mi trovi o in qualunque luogo decida di andare è come se portassi sempre con me una specie di stock di attività non negoziabili che mi fanno da coordinate e supporto al mio tentativo di preservare coerenza, disciplina, orientamento. Forse perché mi conosco abbastanza bene da sapere che lasciarmi andare può voler dire perdere in modo irrimediabile il controllo sufficiente sulle cose e su me stessa. E questo, di solito, mi rende dispersiva e parecchio insoddisfatta. 

È stata una giornata calda e piena di sole. Sono stata sul mio terrazzo a pensare che sarebbe molto divertente ritinteggiare questa mansarda in cui non mi è mai riuscito di abitare davvero (sono andata via prima di vederla finire), togliere un po’ di mobili vecchi, apportare qualche variazione, insomma farla davvero mia. Poi mi sono ricordata che tra qualche giorno tornerò di nuovo nel mio piccolo nido milanese, nel quale mi trovo altrettanto bene, pur con mille disagi in più, e così mi sono riadagiata nella condizione di “ospite” che sta soggiornando in un luogo confortevole ma non di sua appartenenza. Il mio pomeriggio è quasi interamente trascorso posizionata su una sdraio, con la faccia rivolta al sole e gli occhi chiusi, prima per proteggermi da tutta quella luce, poi per sonnecchiare e fantasticare. Sono stata bene, mi sono detta che in fondo essere solitari di questi tempi è un bel “vantaggio comparato” e che l’individualismo è una cosa diversa dall’egoismo: è solo la presa di coscienza che siamo fatti in un modo che nessuno potrà fare davvero molto per noi, nonostante ogni buona fede e  volontà. Credo che anche questo rientri nel karma di ognuno. Alcuni di noi non saranno mai amati come vorrebbero. Da nessuno, familiari, amici, amori. Non è così drammatico, quando si prende coscienza che non vi sia un vero colpevole per questo. C’era così tanto silenzio, un’aria così tersa, una temperatura ideale. E io pensavo a cose malinconiche solo in apparenza. È molto facile stare in zona rossa in una casa come questa, se non devi lavorare e hai tutti i limoni e le arance che vuoi semplicemente allungando una mano. Un anno fa ero incollata alla finestra della mia cucina a Milano e il mio vicino argentino parlava come sempre a voce troppo alta, ascoltava brutta musica e confermava la mia attitudine alla solitudine piuttosto che alla sopportazione di persone così diverse da me. Ma devo dire che è stato altrettanto triste perdere il contatto con persone che mi piacevano molto e che forse non rivedrò mai più. La mia sensazione è che anche quando tutto questo sarà davvero finito, ormai nulla sarà più come prima. Non lo sarà per me, che tremo persino all’idea che l’ufficio possa ripopolarsi come prima, che ho paura anche solo dell’ipotesi di poter conoscere qualcuno che riesca a farmi battere di nuovo il cuore, che temo di non riuscire a visitare tutti i posti che vorrei, di capire troppo tardi cose fondamentali per la mia vita. Se da um lato mi è di conforto  pensare che sia tutto rimandato non per colpa o negligenza mie, dall’altro sento costantemente di stare perdendo occasioni preziose che non potrò più  recuperare. E il bello è che non so neppure se questo davvero mi dispiaccia. Che casino.

Quando il sole è tramontato ho sentito un gran freddo. Sono rientrata. C’era la crostata al limone che avevo preparato ieri, voci scomposte provenienti da programmi televisivi che non conosco, il suono di qualche ambulanza e l’arrivo del corriere che mi ha portato delle cose che avevo ordinato. Poi mi sono chiusa in camera a vedere un film. E ho pensato che noi individualisti (non egoisti), solitari e rassegnati, siamo proprio bravi a starcene ovunque. E a pensare che davvero basti solo questo a fare la differenza




martedì 9 marzo 2021

Mi pare ieri

 Esattamente un anno. Per me il senso del tempo è sempre stato motivo di disagio: i passaggi temporali riesco a scandirli solo attraverso delle svolte che abbiano il potere di modificare la mia percezione di certe scansioni. La vita che procede lineare, senza scossoni, ha in sè la placida fissità di un tempo che pare non voler restituire un senso. Non so se sia un bene o un male. La mia sensazione però è stata questa. Un anno esatto. Cosa pensai in quello strano giorno in cui il direttore del mio ufficio mi faceva presente che neppure in un ufficio vuoto sarei stata autorizzata a lavorare? Come mi sembrò sapere che non si poteva neppure andare a correre in aperta campagna senza essere giudicati degli untori o assassini e che per fare la spesa era necessario preventivare una media di un’ora e mezza di attesa in fila. Cosa ha significato per una persona sola e molto lontana da casa gestire una simile anomalia collettiva? In verità io non lo so bene. Ora che provo a ricordare mi pare quasi che sia successo ieri e, dall’alto di una condizione che considero tuttora estremamente privilegiata e fortunata, direi che avere un’indole solitaria abbia giovato . È passato un anno che mi pare a malapena un lungo ieri e io sento di stare così: bene senza credere davvero che sia vero, male senza il coraggio sufficiente per ammetterlo. Avrei voluto innamorarmi ma non è certo colpa della pandemia se non è successo. O forse è successo e l’ho semplicemente voluto scordare. Ecco perché sto bene. Ecco perché non credo sia vero. Tutto il resto mi pare invece ancora abbastanza sopportabile.

Una delle cose che ho ripreso a fare appena è stato possibile è stato tornare ad esplorare quei meravigliosi “nidi” di materno accudimento che sono alcuni centri benessere che ho scoperto da quando vivo a Milano. Questo in zona Corvetto mi ha conquistato: un massaggio riuscito, le tensioni che si allentano, il senso di leggerezza e benessere ad ogni pressione sapientemente dosata. Che meraviglia! Quanto è brava S. Ricordava Persino che un po’ di tempo fa avevo apprezzato il cuscino con i gusci di ciliegie riscaldato che mi aveva fatto tenere sotto il collo. Me lo ha fatto trovare pronto anche oggi per farmi una sorpresa.

Tra un paio di giorni proverò a tornare giù dai miei. Non so se mi sarà consentito, ma ci voglio provare lo stesso.  Manco dalla scorsa estate, e dopo una faticosissima ristrutturazione di un bagno ancora pieno di difetti. Nel frattempo, e senza una ragione precisa, ho preso ad addormentarmi sempre più spesso sul divano piuttosto che nel mio lettone sul soppalco: mi fa sentire come un’ospite in una casa che non mi è familiare e la cosa mi diverte molto. In freezer ci sono ancora due fette della mia cheese cake proteica e tutte le porzioni di verdura per soddisfare il bisogno di una intera settimana sia per pranzo che per cena. La valigia è già pronta. Vorrei riuscire a trovare una serie pazzesca almeno quanto Bo Jack e trovare ritmi di lettura meno pigri. Ho ordinato degli abiti on line che mi stanno esattamente come speravo. E pure degli alimenti funzionali, beveroni buoni ma dal contenuto imprecisato e strane polverine energizzanti che spero siano legali.

Esattamente un anno. Mi pare ieri. Succede. Persino ai giorni che hanno tentato in ogni modo a non essere tutti uguali. 

Non ci sono riusciti



Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...