domenica 10 luglio 2022

Ho fatto in tempo. Lista fuori sincrono di fine vacanze…di mezza estate

 Eggià, direi che ormai le mie vacanze sono ormai concluse. In fondo mi fa piacere perché prima che partissi ero tremendamente stanca e il periodo del riposo e del distacco da quasi un anno di cose sempre uguali ma di cui sentivo ormai l’enorme peso era una necessità non procrastinabile. E poi avevo una specie di fretta: fretta di non subire l’ansia dell’ennesimo ciclo di contagi, delle partenze cancellate all’improvviso per carenza di personale, di cominciare le cose bellissime che ho poi effettivamente fatto. È stata una vacanza diversa, a suo modo specialissima, durata il giusto e piena di cose che amerò ricordare durante questo nuovo periodo di impegno e di ulteriore tassello di vita milanese. 

La domenica sera porta sempre con sè il senso della malinconia, ma per me stavolta ha il sapore di un pacificato bilancio di medio termine, quello che mi fa pensare a quello che mi è successo da poco e pure ai fatti di un bel po’ di tempo fa, a come è cambiato il mio sguardo e i miei affetti, a come le cose cambiano anche in modo spiacevole e che in fondo stare così lontana da dinamiche che non mi appartengono è una vera fortuna e, anzi, se c’è una cosa che ho capito proprio bene è che io da Milano non so stare lontana per troppo tempo. Riflettevo su questo proprio oggi pomeriggio, durante la mia lunghissima passeggiata sotto un sole deciso ma in fondo sopportabile grazie alla clemenza di un venticello costante e carezzevole. Ho pensato a tutto quello che ho fatto in tempo a fare, e a capire, giusto quell’attimo prima di un possibile errore o occasione persa e, sebbene non ami affatto fare le liste e gli elenchi, manco fossero dei trofei da allineare sullo scaffale più in vista, mentre camminavo mi piaceva mettere in fila un po’ del buono a cui attingo nei momenti di sconforto, come fosse una specie integratore di contentezza. E così la mia lista di “ho fatto in tempo” di questo scorcio d’anno è diventata più i meno questa.

Ho fatto in tempo 

A progettare una vacanza in cui potessi fare il bagno, prendere il sole e pure imparare a come si fa un podcast e conversare amabilmente con persone di cui ho una stima infinita. Ricevere i complimenti per come ho costruito una storia mi concilia col mondo, mi equilibra il metabolismo, mi fa crescere i capelli, mi cambia l’umore…ma cosa ci sta di più gratificante. Niente.

A recuperare tutte le stagioni di stranger things, rimproverandomi di essere stata così snob da non averne vista neanche una puntata negli anni precedenti. Chiedo scusa. È troppo bella e rischiavo di non accorgermene.

Ad entrare in contatto con persone (almeno tre) che avevano il covid e io non l’ho preso lo stesso. E no, non è il vaccino che ha funzionato. Nessuno mi convincerà del contrario tacciando stupidamente di essere contraria al vaccino. Ma sono troppo felice per toccare questa dolorosa pagina di questa sciocca visione

A scoprire che dormo benissimo col materasso per terra e aver subito provveduto a comprare un futon che diventerà la mia nuova formula di riposo d’ora in poi

A leggere la notizia che i single hanno superato le coppie con figli e provare la strana sensazione di non essere più io quella strana ma che il mondo stia cambiando in una maniera che io trovo sensata già da tanto tempo. Non è obbligatorio essere 60 milioni di italiani. E se il problema è come pagare le pensioni agli anziani potremmo potenziare l’accoglienza dal resto del mondo visto che siamo in piena crisi da sovrappopolazione unita a risorse troppo scarse per tutti…

A conoscere persone generose ma a dir poco bizzarre di cui non saprei quanto abbia meritato l’affetto e che spero di non aver offeso in alcun modo

Ad amare, e non solo in quanto percepita come necessaria ma proprio perché bella, la mia condizione di solitaria ormai poco incline al sentimentalismo. Quello che non è mio non lo sarà mai, indipendentemente dal volere di chiunque. Mi pare così semplice e risolutivo da rasentare la banalità 

A tornare a Milano giusto un secondo prima che mi mancasse da morire. Me lo devo ricordare più spesso, soprattutto quando penso che potrebbe valere la pena stare altrove. Non sarebbe vero.

Ora sono davvero pronta ad affrontare la mia riprese delle attività. A voi tutti buona estate. Beati voi. Ma pure beata me


sabato 2 luglio 2022

Mettersi in ascolto. Per tutto il tempo necessario

 E anche questa è andata. Che gioia poter fare un bilancio e per una volta metterci dentro solo voci positive. Avevo deciso di gestirmi le ferie di quest’anno in questa maniera: una parte fatta di ritorno a casa, sole locale, ozio, sport, tempo da perdere improvvisando un po’ tutto. E una parte a Stromboli, mixando bagni in acqua cristallina sotto la supervisione di un vulcano imponente ma sonnacchioso e persino rassicurante, con un corso su come si costruisce un podcast, tenuto da uno dei più bravi conduttori radiofonici che mi onoro di conoscere ormai da uno sproposito di anni. È andato tutto liscio. Le mie aspettative tutte confermate, le persone che mi hanno accompagnato in questa avventura sono state adorabili e io ho portato a casa esattamente l’esperienza un po’ bizzarra e folle che avevo vagheggiato. Se non fossi soltanto a metà delle mie ferie avrei trovato un po’ penoso ritornarmene direttamente a Milano. Per fortuna ho ancora dei giorni per lasciar decantare tutte le cose chi ho lasciato che mi accadessero e riconciliarmi con una vita che in fondo non sono stata brava a scegliermi ma che tutto sommato mi offre la libertà di una sospensione creativa più spesso di quanto potessi sperare. 

Se c’è una cosa che ho capito soltanto in questi ultimi anni, quelli nei quali mi affaccio alla maturità vera, è proprio questa: la vita che ti scegli non necessariamente deve coincidere con quello che riesci a realizzare rispetto al tuo sogno bambino. La vita che ti scegli è quella che fai coincidere con le scoperte del momento cucendoci sopra tutta l’ispirazione che quelle sono capaci di restituirti. È una cosa che non puoi preventivare, te la godi appena arriva ed è il frutto pure di tutti quegli errori che, sbagliando di nuovo, desidereresti evitare. Ho scoperto la bellezza del “recupero in corso d’opera”, quello che puoi meritarti solo quando hai accumulato abbastanza fiato in corpo unito a uno sguardo diverso sulle cose che hai sempre avuto di fronte. 

Seguo Matteo da un’eternità: a modo mio penso che siamo cresciuti assieme (a sua insaputa) al punto che la conversazione con lui era così familiare e naturale che nessuno immaginerebbe che è soprattutto frutto di una connessione creata da quella strana magia che è la radio. E così ho pensato che certe  scoperte di noi stessi sono proprio come una radio, che registra e accantona stralci di esistenze apparentemente senza un vero scopo se non quello, che scopri solo tanto parecchio dopo,  di leggerne il significato quando hai davvero bisogno di trovarlo. E il bello è che non sai mai quando questo momento arriva e ti regala il senso che cercavi.
Speravo in una bella esperienza. Se ci penso bene mi è andata persino meglio


Inviato da iPad

mercoledì 15 giugno 2022

Una pelle nuova. Rinascere almeno in “superficie”

 Che poi non è mica così terribile come si pensi stare tanti giorni senza bere il caffè e tante altre cose di cui decido di privarmi quando ho bisogno di ripulirmi almeno di una parte di me stessa, quella un po’ intossicata dal quotidiano, dai cattivi pensieri, dal troppo cibo, da uno stato d’animo assopito e indolente…ormai sono dieci giorni così e non è così penoso come quando lo immagino mentre mi preparo a questo lungo periodo depurativo. Funziona sempre così: per i primi tre giorni ho un mal di testa lancinante e due occhi gonfi come prugne, non riesco neppure ad alzarmi dalla sedia o a parlare per più di cinque minuti e mi da fastidio pure la luce. Ma io lo so che quello è solo un passaggio necessario, certo terribilmente penoso, ma senza grossi rischi, funzionale ad uno stato di puro benessere successivo. C’è di buono che in questa finestra temporale non mi impongo i miei soliti e sfiancanti sforzi fisici e allenamenti duri per cui ho un ottimo pretesto per riposare tanto e leggere di più. Ad un certo punto il miracolo comincia a compiersi: l’umore migliora, la pelle si fa tanto luminosa, i pensieri più nitidi e accesi, la fantasia galoppa spedita, il corpo si asciuga. Faccio questa cosa, a cui manco saprei dare un nome preciso, abbastanza spesso durante l’anno ma è in questo periodo che i risultati sono massimi. Neppure ho certezza di quanto mi faccia davvero bene sul lungo termine, so soltanto che appena finisco mi sento totalmente rinata: come se il ricambio cellulare volesse proprio dire trasformarmi in un’altra persona e che finché avrò questa sensazione, ogni sacrificio mi sembrerà giustificato. 

Sono giorni strani questi, fatti di bizzarre novità che non avevo contemplato e preparativi per la mia imminente vacanza. Starò via un bel po’ di tempo e farò cose diverse e nuove che mi incuriosiscono e mi danno il buonumore che mi serve per resistere a questi ultimi giorni così faticosi.

Mi mancano un po’ di persone che non vedo da troppo tempo e non so come rassegnarmi al fatto che sarà ormai difficile ritrovarsi di nuovo anche ora che, sulla carta, pare tutto finito pure se io continuo ad essere circondata da gente che prende il covid. Curioso che le emergenze siano tali solo fino a quando si decide di parlarne e di stravolgere così interi assetti mondiali. Poi si fa in modo che le priorità siano altre e i destini condizionati da tutt’altro anch’essi. Mi pento ancor di più di aver fatto il vaccino quando ci penso.

Il fatto che le cellule si rigenerino grazie a particolari condizioni alimentari mi fa pensare a cosa potrei mai  fare per rigenerare tutto un intero modo di pensare “intossicato” da cattivi insegnamenti, esempi sbagliati, amicizie tossiche, letture mal comprese, falsi miti, errori e omissioni…cosa potrei fare per rinascere davvero? Forse anche per l’anima, ad un certo punto, vale il concetto che il nutrimento andrebbe interrotto e che azzerare tutto, depurarsi e poi tornare a pensare le cose in modo del tutto nuovo equivarrebbe a rinascere. Chi lo sa? E poi neppure credo che si possa davvero fare. Nessuno si salva dalla propria infanzia: l’imprinting è indelebile e se non ti piace te lo tieni lo stesso, assieme a tutto quello che gli anni hanno deciso che dovessi diventare. Pace. Mi accontenterò della pelle luminosa


martedì 7 giugno 2022

Bene. Non benissimo. Che è meglio

 Qui a Milano sta piovendo. Finalmente. Sono stati giorni dal caldo anomalo e debilitante. Una pioggia così decisa arriva come un regalo meritato proprio nel mese per me più bello di tutti ma che coincide pure con il picco di una stanchezza che non so più come gestire. Giugno è il mese a cui aspiro durante tutto il resto dell’anno: mi piace solo l’estate e il sogno d’estate. Ogni azione, pensiero, esperienza acquistano più senso e valore quando sono fatti a giugno. Pure se la pressione bassa mi annienta e il caldo notturno mi soffoca, pure se ormai mi trascino sui gomiti cercando di far stare dentro tutto quello che non posso evitare di fare. Giugno mi fa promesse che sono solo sue e alle quali credo più di ogni altra cosa.

In questo momento scrivo in preda ad un mal di testa lancinante: mi succede tutte le volte che decido di non bere caffe per qualche giorno e però non smetto di allenarmi con i pesi. Lo faccio perchépoi lo so che dopo qualche giorno starò benissimo. “Starò benissimo”… che strana certezza. In realtà cosa ne posso sapere veramente? Cosa voglia dire davvero stare benissimo io me lo chiedo da sempre e invece dovrei semplicemente smetterla eammettere che, nella migliore delle ipotesi, sono semplicementecapace di star bene in modo “sostenibile”. Non malissimo, neanche male, ma neppure benissimo. E se ci penso bene è sempre stato questo il mio vero scopo. I picchi mi spaventano, sono difficili da preservare e in generale mi creano inquietudine e senso di colpa. Di questi anni faticosi e anomali mi sono garantita cose preziose come la stessa buona salute, una solitudine sana e goduta fino in fondo e più di tutto l’idea che l’amore sia tutto unaquestione di ispirazione e di creatività che poco o nulla hanno a che fare con la presenza fisica di chi ci portiamo dentro. Sono cambiata. L’ho voluto. Non è successo per caso e questi anni me li sono fatti amici soltanto per riuscirci meglio.


L’ufficio si sta ripopolando e così ogni tanto passano a salutarmi colleghi che non vedevo da tanto tempo. E’ straniante questo improvviso ricucire dei rapporti bruscamente interrotti ripartendo esattamente dal punto in cui erano terminati. Però è stato bello recuperare pezzi di esistenze non condivise e scoprire che siamo tutti molto cambiati. Molto più di quanto noi stessi riusciamo a percepire. Meno male che sono andata a Budapest, che tu hai ripreso a suonare in giro, che i tuoi figli son cresciuti nonostante tutto questo, che finalmente stavolta in America ci vai davvero…mio dio che mal di testa. Che pena sapere che con un caffè mi passerebbe subito. Ha pure smesso di piovere. Posso farcela.


Tra qualche giorno sarò in ferie. Vedrò luoghi che non conosco, farò qualcosa di nuovo, proverò a dormire di più e a mangiare qualche gelato degno di ricordo. Starò bene il giusto. Mi pare il massimo.

giovedì 26 maggio 2022

Nostalgia del presente

 Non mi piace che passi troppo tempo tra un aggiornamento e l’altro di questo mio diario pasticciato nel quale faccio convergere le cose che mi capitano, quelle che tengo sospese nel limbo delle ipotesi auspicabili e le riflessioni folli, o fin troppo ragionate,attorno alle quali provo a plasmare la mia condotta più rappresentativa. Se non scrivo per troppo tempo vuol dire che qualcosa non va. Quel tempo sottratto non è mai destinato a qualcosa di meglio o che mi rende più felice. E’ un tempo morto, figlio di indolenza o – peggio ancora – di tristezza non codificata, quella che mi assale quando mi pare di non riuscire a fare un passo avanti degno di uno sforzo qualunque. Io mi sento così in questi giorni dalla stanchezza atipica, quella fatta di mancanze e di attese senza conforto. Mi è capitato altre volte e con gli anni la “fortuna” è quella di accorgermene quasi subito per provare a rimediare più in fretta che posso. Stavolta ho pensato all’arte: una mostra ogni settimana, una guida esperta che mi racconta bene la meraviglia e poi lunghe passeggiate per il centro affollato. E’meraviglioso. Lo farò anche quando mi sembrerà di essere già abbastanza felice. 

Ieri mi ha scritto una persona chiedendomi se fossi proprio io la Lucia di “Passami il sale”. Gli ho risposto di sì e che lo ringraziavo di investire un po’ del suo tempo per leggermi. Lui ha ringraziato me e mi è sembrata una cosa molto tenera e che tendo a dimenticare: è curioso scrivere perché rimane un atto solitario che poi, potenzialmente, può leggere chiunque in qualsiasi momento, pure mentre tu ormai stai facendo altro. Eppure intantoè avvenuta una connessione. E’ una cosa veramente magica. Mi ha fatto bene averne una prova così preziosa.

Come sorridevo fino a due anni fa? Per cosa mi emozionavo e di cui ho dimenticato pure i contorni? Perché mi pare tutto così drammaticamente diverso da allora e ormai non più recuperabile? Non mi è davvero chiara la ragione per cui ogni cosa mi pare cambiata pur nel suo essere da sempre esattamente come è. Stavo amando qualcuno che poi non ho più visto? Facevo esperienze che mi sarebbero state di ispirazione se non così bruscamente interrotte? Cosa pensavo appena sveglia? E prima di addormentarmi? Perché non mi ricordo più niente? Mi ero detta che avrei contattato una associazione di volontariato per rendermi utile a qualcuno in questa fase. Perché non l’ho più fatto? Perché mi interessa di più la sorte di un cane che quella di uno sconosciuto? Perché non mi piacciono i bambini? Non so niente. Non ho più voglia di darmi spiegazioni o giustificarmi per colpe che sento di commettere anche soltanto col pensiero. Non riesco più a distinguere tra il tempo vissuto e quello semplicemente perduto e neppure a provare vero rammarico per tutto questo. Passerà. Lo so. E solo dopo capirò quanto sia stata davvero ingiusta.

Ora vado a vedere il film di Martone. Si intitola “Nostalgia”. E’una parola bella. chissà quanta ne servirebbe per farci stare sopra un presente talmente ingombrante da sembrarmi persino eterno

lunedì 16 maggio 2022

Guarda come dondolo

 Qui a Milano sono giorni da estate quasi torrida. Ma di sera ritorna il fresco e allora mi copro ancora troppo quando vado a dormire e così ad un certo punto della notte mi sveglio tutto sudata. E allora tolgo la coperta, ma ormai ho interrotto il sonno in modo irreparabile e così preferisco scendere dal soppalco e godermi la sedia a dondolo posizionata nel punto in cui prima c’era un divano troppo grande per una stanza così piccola. E me ne sto lì fino all’alba, quando metterò su il primo di due lunghi caffè e farò il mio allenamento spacca cuore. Ma prima di quella routine me ne sto lì, con gli occhi chiusi e il battito ancora lento e penso a quello che mi succede in questa strana fase della vita, in cui la gente non sa bene se darmi ancora del tu o ritenga più opportuno il lei, e a come sarebbero andate le cose se le circostanze fossero state diverse. E’ un esercizio divertente e non giudicante. E poi, da fatalista, ritengo che tutto sia in fondo sempre esattamente come deve essere e, anche se questo non ci assolve da colpe o arrendevolezze, è innegabile che crederlo sia il più delle volte alquanto consolatorio. E così ho pensato a quanto io l’indipendenza, una casa tutta per me, l’assenza di una famiglia da costruire siano state priorità che ho sempre portato dentro quasi come una parte integrante del mio codice genetico. Da quando ho memoria di me. Sempre, pure quando ho creduto che ci fosse un lui al centro dei miei pensieri con cui provare a progettare un futuro condiviso. Io portavo dentro l’idea di andare via lontano, mantenermi da sola e non cadere nella trappola dell’orologio biologico, degli ormoni che inducono alla scelta nè razionale nè profondamente emotiva del vero amore, del mutuo condiviso, delle vacanze da decidere assieme e di tutti gli altri innumerevoli compromessi, quelli che pare sì una cosa bella, in realtà alla lunga stufano chiunque, perché mortificare un po’ della propria volontà è sempre un po’ morire. Peggio ancora pensare di imporre la propria a qualcun altro. Io una famiglia non l’ho mai voluta. L’ho capito quando vedevo le amiche giocare di strategia: “mi metto questo”, “gli dico questo così gli lascio intendere quest’altro”, “non rispondo oggi. Lo faccio domani”… e tutte le mille astuzie del gioco in apparenza gioioso (nei fatti tremendo) della seduzioneche io non riuscivo neppure vagamente a praticare.

No, io non c’entro niente con queste cose. E purtroppo neppure con quelle altre, le frequentazioni autentiche, basate su interessi comuni, affinità, confidenza profonda. Io non mi sento mai all’altezza di niente. Non è il mio pane. Prevarranno sempre timidezze e timori, stanchezza e autosabotaggio. E questi per me sono segnali chiari di una naturale vocazione alla mia vita così come è diventata quello che è oggi. Lo dico a beneficio di chi ancora mi dice, bontà sua, di trovarmi bella o speciale. E invece vorrei che capisse che è solo perchè mi conosce poco e male. La verità è che un po’ mi piace pensare che non sia ancora il momento per quell’amore maturo e pieno, che lascio nelle retrovie dei miei percorsi alternativi e dall’altro penso che invece sia già troppo tardi, che i what if  ormai non trovano più posto nel segmento residuo di un’esistenza così cocciutamente vissuta per sottrazioni continue. 

Per fortuna poi l’alba arriva presto e con lei spariscono tutti i se e i ma che non hanno mai fatto nessuna storia. Alla prima luce, e senza più neppure un po’ di sonno, mi alzo dalla mia sedia a dondolo, accendo la radio, mi sintonizzo sulla realtà. E bevo il mio primo caffè. Forse il momento più alto di ogni mio inizio. Poicomincio a sollevare pesi. Non mi riesce mai di fare diversamente: ho bisogno di avvertire sin dal primissimo mattino la stanchezza del quotidiano, finire mentre ancora tutto intorno tace e poi pensare che – finalmente - da quel momento sia tutto più facile. Persino per me

lunedì 9 maggio 2022

Hai presente il futuro?

 Milano è tornata ai vecchi fasti. Strade gremite, mostre, concerti, un sacco di gente che passeggia, che si veste bene e mi pare di nuovo felice. E’ stato un week end grondante di vita, di quella che in parte riguarda anche me e mi è sembrato davvero molto bello. Ah poi in realtà nulla di che: una bellissima mostra a palazzo reale, un film al cinema, un po’ di incontri in giro per la città e le librerie, qualche complimento bello da qualcuno e che onora il mio essere donna ma che in fondo non sento più di meritare, il parco fuori casa dove leggere e contare tutti i toni del verde…sarà la primavera e un’aria che proviamo ad alleggerire malgrado tutto, sarà che scopro solo ora quanto mi sia mancata questa città e il mio desiderio di percorrerla continuamente, sarà che pure il mio vicino un po’ scemo mi pare meno insopportabile da  quando si limita a vaneggiare, ubriachissimo, soltanto nel pomeriggio e non più di notte. Sarà che non ci voglio neppure pensare che un giorno potrei andarmene da Milano e che proprio sulla falsariga di questo trauma futuro mi pare di vivere questo tempo alla maniera di certi amanti adulterini che non vogliono perdersi neppure un istante di passione. Mi accorgo solo adesso di quanto sia stata devastante questa “apnea” durata più di due anni e che in fondo uscirne sia stata più una scelta dettata dall’esasperazione che da una legittima normalizzazione . Non va tutto bene, ma a volte forse è necessario prendere una pausa pure da urgenze su cui abbiamo un controllo troppo scarso per assumerci costantemente  ogni colpa.

Di questo ultimo faticosissimo mese salvo ogni cosa: l’eccesso di lavoro, i miei allenamenti antelucani (che testimonio con foto da devastazione fisica manco fossi una di quelle invasate da TSO tipo Jill Cooper) che mi servono a gratificare il mio bisogno di disciplina e a dare equilibrio ad un umore nato ballerino, i mobili che ho dato via da una casa che vorrei completamente rinnovare e per la quale mi darò tutto il tempo e la cautela per farlo. Salvo la mia percezione non più così drammaticamente sconsolata riguardo a quella parte del mio quotidiano che mi procura disagio. Tanto per dirne una giusto come esempio: nei giorni immediatamente successivi all’aumento del carburante ho provato a vedere quante automobili con un solo conducente ci fossero nella trafficatissima strada che percorro per andare al lavoro. Erano praticamente tutte. Credo che sia ragionevole non riuscire a modificare le proprie abitudini, chi sono io per scandalizzarmi di questo? Non ce l’ha fatta la narrazione che vede come imminente il pericolo di una catastrofe ambientale, non ci riesce l’incubo di una prevedibile scarsità a breve nei rifornimenti di energia e neppure il sacrificio economico immediato e tangibile. Cosa potrebbe mai fare una mia eventuale indignazione? E così accetto i risultati dei miei irrilevanti sondaggi mentre passeggio allegramente fino all’ufficio con le mie cuffiette nelle orecchie e dopo una bellissima colazione che così muovendomi giustifico tutta. Nessuno può imporre la propria visione delle cose agli altri,se non sono essi stessi ad accoglierla e farla propria. E così sia, se altro non riesce ad essere.

Sto già pensando alle vacanze perché ho intenzione di fare una cosa un po’ particolare, in un luogo molto bello e nel quale andrei per la prima volta. Appena sarà tutto confermato lo racconto perché è una roba proprio troppo troppo ganza. Sono belli i progetti piccolini, quelli fattibili e a breve termine, non troppo ambiziosi ma a loro modo stimolanti e carichi di allegra energia e di tutte quelle piccole possibilità così  accessibili che ti pare di pregustarle già mentre le stai pensando. Sì, ho smesso di pensare al futuro come a un grande progetto in cui si compie tutta l’esistenza. Credo che sia un meccanismo normale quando “il tempo stringe la borsa”. A pensarci bene che bello: meno attese, meno pazienza. Quanta leggerezza. Non tutto il “subito” viene per nuocere. L’ho capito adesso

martedì 3 maggio 2022

Insonnia di una notte di mezza stagione

Che poi non è tanto il fatto di non riuscire a dormire abbastanza la cosa che davvero mi manda ai matti. Per questo prima o poi ci si abitua, il corpo si adatta e in fondo è più la qualità del sonno a contare che il numero di ore trascorse nel letto. Quello che faccio davvero fatica a gestire è il flusso strano e incontrollabile dei pensieri che si affastellano proprio in quel segmento temporale preciso. Da quando il mio vicino sudamericano un po’ scemo ha smesso di chiamare ad alta voce i suoi familiari quando è giorno soltanto per loro (lo feci presente all’amministratore e da allora è stato bravo) sono costretta a fare i conti con un silenzio così assoluto che mi pare incredibile di non riuscire neppure adesso a conquistare un sonno lungo, profondo e rigenerante. Il cambio di stagione non aiuta allo scopo e pure con questo ho dovuto imparare a far pace. E così mi ritrovo a pensare alle cose più assurde o che non mi sembrano così meritevoli di tempo e salute da investire. Eppure arrivano, ci giro attorno manco fosseroquestioni cruciali e impellenti. Per dirne una, stanotte mi è tornata in mente una vecchia signora, con la messa in piega appena fatta, abbigliata con sobrietà austera, che invita a partecipare allacolletta alimentare e che ritrovo ogni anno fuori al supermercato di piazza Ovidio. Si presenta assieme ad un bambino, così fa ancora più tenerezza, ti mette in mano una busta gialla e con la faccia più santa che le viene ti chiede di fare la spesa per i poveri. Non sa e non le importa che tu probabilmente sia più interessato a sostenere altri progetti di solidarietà o che preferisca fare la spesa per il canile di Lambrate mettendo il cibo direttamente nei cestoni messi dalla coop vicino alle casse, senza che nessuno “inviti” a farlo. No. Lei farà in modo che tu senta il peso della sanzione sociale in modo da sentirti obbligato a fare la spesa perché è lei che te lo ha chiesto. E allora penso che in realtà io non sono infastidita dalle intenzioni quanto piuttosto dal metodo adottato. Tutte le volte mi chiedo come si sentano gli altri, se provano disagio e fastidio come me, quelli che poi decidono che parteciperanno perché è giusto e pure perchè sennò con quale faccia usciranno soltanto con la spesa fatta soltanto per se stessi? E così tento di trarre delle conclusioni sulla base di quello che poi decidono di comprare e da mettere nella “busta gialla”. Alla fine deduco che se comprano del salmone da 35 euro per se stessi e poi scatolette di fagioli primo prezzo per i poveri allora per me il valore di quel gesto è pari a zero. Compartire vuol dire condividere le stesse cose, non discriminare rendendo in questo modo ancor più profonda, larga e umiliante la forbice tra chi ha e chi non ha. E no. Non è meglio di niente perché è proprio questo approccio ad essere indicativo di un atteggiamento che tende a perpetuare la miseria. Non a ridurla. 

Io invece faccio un’altra cosa, credo ugualmente meschina: io compro tutti i prodotti che mi regalano un sacco di punti fragola: non sono articoli primo prezzo ma a me garantiscono un portafoglio di punti che poi mi consente di ottenere un sacco di benefit. Meglio di niente? Meglio che offrire prodotti di qualità inferiore a quelli che prendo per me? Boh. Io ho comunque agito secondo egoismo lo stesso, adottando una logica utilitaristica e di personale tornaconto. D’altro canto mi piace comprare il cibo per i gatti da lasciare nel cesto della coop. Quello mi fa proprio piacere. Vai a capirne le ragioni. E vai capire perché di notte faccio di questi pensieri.


Una volta, un sacco di anni fa, in una trasmissione televisiva, di quelle del mattino dove si chiacchiera coinvolgendo pure il pubblico da casa, telefonò per dare la propria opinione la commessa di un negozio di lusso del quadrilatero della moda. Diceva di amare il suo lavoro perché adorava vedere ogni giorno signore ricchissime, impeccabili, sempre molto garbate, che non chiedevano mai lo sconto per comprare abiti che lei non avrebbe potuto permettersi neppure dopo anni di lavoro. Mi colpì moltissimo questa dichiarazione. Niente odio sociale, nessun ragionamento che includesse lo sfruttamento, le diseguaglianze basate su rendite di posizione, nessun accenno neppure vagamente piccato ad eventuali colpe ataviche che si basano sull’indebita accumulazione di ricchezza da parte di pochi a scapito dei più (pure delle commesse sottopagate del quadrilatero). No. Soltanto ammirazione per chi, proprio (e soltanto) perché molto ricco, sembra migliore in quanto a bontà, bellezza, educazione…

Questo io penso di notte, nel silenzio ritrovato delle mie notti più recenti.

I cambi di stagione sono sempre un po’ faticosi. Soprattutto quando non si capisce in che stagione si è e verso quale si sta procedendo. Dormirci sopra potrebbe far bene. E invece…

 

sabato 23 aprile 2022

E tu che connessione sei?

 Sono giorni un po’ confusi quelli di questo strano aprile nel quale le temperature sembrano essere più ballerine persino del mio umore nei cambi di stagione e dei cambi di un mucchio di cose, che sembrano  sgomitare senza sapere dove siano dirette. E invece io ho costantemente bisogno di un orientamento, di una modalità  riconoscibile del mio modo di procedere. In certi momenti lo sconforto è tale che ho bisogno di stare seduta a fare esercizi di respirazione e aspettare che questa ansia anomala passi. A parte questo, penso che se riesco ancora a raccontare un malessere forse vuol dire che va ancora benone. 

Di questo retorico “ lento ritorno alla normalità” ho recuperato la frequentazione delle sale per vedere i film e sono stata felice di riprendere ad urlare contro i bifolchi in sala che tengono il telefonino acceso durante la proiezione. Adesso non mi fa più rabbia come un tempo: anzi, mi piace redarguire gli altri mettendoli di fronte alla loro insulsa incapacità di senso comune. Lo considero un privilegio da attempata inacidita che non cerca più conferme. Soprattutto trovo bello riuscire ancora a notare che l’esperienza al cinema rimane l’unica possibile per godere pienamente di quello che si sta vedendo. A parte MUBI, le piattaforme sono un pallido mezzo di fruizione di film innestato in un’offerta troppo vasta ed eccessivamente variegata per favorire metodi ottimali ed efficienti di selezione. Poi, per carità, si sta tanto comodi e fa così figo che alla fine perché non avere di tutto di più…

Tutto questo per dire che qualche sera fa ero al cinema e ho ritrovato dopo mesi un amico. L’ultima volta che ci eravamo visti era in forte sovrappeso e invece adesso è quasi in perfetta forma. E così, quando  mi sono complimentata di questo suo bel traguardo, lui mi ha risposto: “È grazie a te che ci sono riuscito”. Non senza stupore gli ho chiesto cosa intendesse e lui mi ha detto “perché l’ultima volta che ci siamo visti mi hai dato un paio di consigli giusti che mi hanno fatto scattare una fortissima motivazione”. Questa cosa mi ha colpito tantissimo: io neppure mi ricordavo di questo episodio eppure mi ha fatto piacere l’idea di aver inciso al punto da orientare il comportamento di qualcuno, stimolare un comportamento virtuoso per raggiungere un obiettivo. Mi è sembrato molto bello . Mi sono chiesta quante volte capiti che davvero riusciamo, anche a nostra insaputa, ad incidere nella vita di qualcuno tanto da alterarne la condotta abituale e poi anche se sia questo il vero senso dello stare al mondo: offrire agli altri, o anche soltanto a qualcuno, un pensiero, un punto di vista e aiutarlo a tradurre quello in azione. C’è qualcosa di magico in questo. E  anche di tremendo a pensarci bene: anche i manipolatori “funzionano” così, ma di solito in quel caso c’è una strategia. Io invece non pretendevo nulla. E così ho pensato a quanti volti abbia la connessione tra gli esseri umani: puoi startene tutto il tempo in mezzo agli altri e non assorbirne mai lo spirito di fondo o, viceversa, restare incapace di restituire qualcosa di tuo in modo incisivo. Oppure puoi rimanere in disparte per tanto tempo e decidere di far parte del consesso solo quando sei davvero in grado di offrire un apporto concreto, anche solo con un pensiero, purché sia autentico. Mica male come criterio di altruismo “metasolitario”.

È stata una settimana molto faticosa anche perché mi ero imposta una prova di “resistenza” piuttosto ardua. Un vero esercizio di virtù di cui ora vado molto fiera. Ma la racconto un’altra volta. Non posso rischiare di essere di ispirazione pure stavolta. Io devo pensare alle conseguenze per i miei numerosissimi proseliti. Sono responsabilità di cui ormai sento tutto il carico.
(Dai, si scherza)

lunedì 11 aprile 2022

Un lascia(rsi)passare informato. Per futuri meno incerti

 E’ uno strano meccanismo quello di voler ricordare a tutti i costi, e nella maniera più nitida possibile, le volte in cui mi sono comportata male o detto cose sbagliate/stupide/inopportune/in malafede. Cose anche vecchissime e che di solito mi tornano in mente mentre sto camminando a passo spedito percorrendo strade abbastanza conosciute da non necessitare della mia attenzione. Potrei dirmi che in fondo il passato è passato e quel che è stato è stato e poi che in fondo anche per moltissimi altri valga lo stesso. Quante volte mi sono sentita offesa, ferita per parole dette senza pesarne abbastanza gli effetti, dalle persone più insospettabili e ho provato a razionalizzare, dimenticare, abbozzare…perché, allora, quando l’”infame” sono stata io sento che vorrei sprofondare anche oggi, in questo istante, pure per cose che probabilmente nessuno ormai ricorda più? Tutto ha come la forma di una ferita autoinflitta che ho paura di far rimarginare, quasi che l’autoassoluzione per gli errori passati fosse un modo troppo indulgente di perdonarmi di essere così imperfetta. E invece io non voglio perdonarmi, vorrei semplicemente non essere mai stata quella roba lì. Poi penso che crescere sia anche questo: accorgersi della propria idiozia perché solo così se ne può guarire. Forse, più semplicemente, certe zavorre che mi trascino dal passato mi aiutano a conservare un’andatura più cauta e, quindi, tanto meglio ritrovarsele durante il cammino. Ma è strano lo stesso: è da quando sono nata che mi sento di essere esattamente identica a quella che sono adesso e allo stesso tempo ricordo con orrore quella che sono stata e che mai potrei essere ancora. Che sensazione assurda.

Una volta uno che frequentavo mi chiese quale fosse il mio film preferito. Diceva che era la domanda sostitutiva di quella, decisamente più insensata, “di che segno sei?”. Lo trovai un approccio molto indovinato. Da un film preferito si capisce moltissimo di una persona e pure quanto potrebbe esserci affine. Sì, credo che con una sola domanda si acquisiscano una serie cospicua e significativa di informazioni utili a comprendere qualcuno. A patto, ovviamente, che veda molti film e che lo faccia in modo non casuale, che poi a pensarci bene anche questa sarebbe una informazione di enorme peso. E così ho pensato che anche io ho detto spesso che non mi sarei mai innamorata di un appassionato di Nolan (pur piacendomi moltissimo peraltro) e mica saprei davvero spiegarne i motivi. So che è così e basta. Poi un giorno un amico mi gira un film coreano in cui la protagonista è una single quarantenne, un po’ strana ma sfiziosa, che dice esattamente la stessa cosa proprio riguardo a Nolan. E allora mi sono detta che avevo ragione, che certe sensazioni hanno inevitabilmente un loro fondamento che trova le sue motivazioni proprio in se stesso. Alla fine non so chi potrebbe mai trovare interessante la risposta “non so se sia il mio film preferito, ma ho visto Bianca centinaia di volte”. Fino ad ora non ha molto funzionato e di certo non mi illudo di trovare l’amore così…in realtà non mi illudo di trovarlo in nessun modo. Una volta un amico mi confidò le sue pene d’amore per una fidanzata che amava senza riserve, ma gli procurava molta inquietudine a causa di un carattere decisamente imprevedibile e folle. Mi disse: “Basta, la lascio è troppo pazza”. E io “Ma se le muori dietro”, “E’ vero, ma io ho bisogno di stare tranquillo…no guarda, me ne trovo unasolare, devota, ottimista. Di quelle che collezionano scarpe e borsette e che non mi facciano sentire sempre sui carboni” . In seguito se la trovò esattamente così. Non l’ho mai visto davverofelice neppure in quel caso. Vai a capire dove decide mai di annidarsi la verità e a quali parametri si aggrappi veramente per manifestarsi.

E’ un tempo fatto così, dentro un mondo che, mentre faccio i miei passi in avanti mi risucchia nel passato più dimenticabile, e questo proprio quando il presente oscilla tra “sofferenza e noia” e io vorrei semplicemente andare incontro ad un futuro almeno accettabile. Forse dovrei smetterla di camminare. E pure di sollevare pesi. Forse dovrei solo lasciarmi trasportare

lunedì 4 aprile 2022

Ripresentarsi. Solo in caso assenze giustificate

 E’ una vita che provo a definirmi senza successo. Potrei affermare con ragionevole certezza di non essere un mucchio di cose: per esempio non sono di destra, non sono credente, non sono socievole…ma non è la stessa cosa che riuscire a stabilire i confini della propria identità incasellandosi in categorie ben definite. Credo che il vero dramma della mia vita stia tutto qui. Ho aperto questo blog nel 2015 (ma ne avevo un altro nel 2008 un po’ più divertente e forse anche più seguito) e ogni tanto mi cade l’occhio sulla colonnina laterale in cui provo a presentarmi. Ci sono un mucchio di cose che ormai non sono più: che vuol dire oggi che sonodottore in economia? Ma che boria inutile. Chi si occupa più di cose che mi sono ritrovata a fare senza alcun piacere né trasporto e in un tempo ormai remotissimo? Le competenze si perdono quando non si esercitano e certi traguardi regrediscono come quando smetti di allenarti ma ti illudi che resterai figo per sempre. Ad un certo punto dico pure che mi piacciono i viaggi scomodi. Davvero ho mai pensato una cosa del genere? Mi è bastato provare una sola volta la business class per riorientare completamente i miei standard di  mobilità intelligente. A un certo punto dico pure che sono solitaria (cosa che rivendico anche ora e con molta più enfasi di allora) ma che credo che sia importante prima avere a che fare con una moltitudine di viventi. Moltitudine di viventi? Ma come cazzo mi esprimevo? E poi, ancora, dico che sono morettiana, che è forse la sola cosa che so davvero di me da sempre, pure da prima di vedere i suoi film, e non per le citazioni a memoria o perché appartengo a quella generazione. Sei morettiano perché ti senti addosso proprio quel tipo di malinconia esistenziale, quella fatta di inadeguatezza, di sfiducia negli altri ma soprattutto in te stesso, di quella voglia insopprimibile di fare qualcosa per cambiare le cose e non sapere assolutamente da dove cominciare senza aver voglia di arrendersi un quarto di secondo dopo. Sì, potrei dire che definirmi morettiana sia una inconfutabile verità che mi accompagna dalla nascita e forse ancor prima. Ma in fondo è ancora poca roba. Mica ci si sente risolti quando si afferma di essere una specie di buffo paradosso in cui l’identità si basa su una forma di perenne perplessità su ciò che si è diventati assieme agli anni che ci si carica addosso.

Di questo tempo complicato sono stanca di parlare: è così distante dai miei programmi che lo accolgo come l’ospite sgradito che non ti dice neppure per quanto si ferma. Lo rinnego come ostacolo dispettoso al mio libero percorso individuale. Che senso ha avuto arrivare all’età adulta e ritrovarsi a vivere un’epoca così odiosa?Quando penso a quale sia la citazione morettiana che più mi rappresenti mi torna in mente sempre una frase che in realtà non cita mai nessuno. La dice in Palombella rossa, rivolgendosi a sua figlia, ed è questa: “Da quando ci sei tu la gente mi vuole meno bene”, come a dire che - alla fine - la famiglia, le sue priorità, il suo bene, finiscono sempre in qualche modo per prevalere sull’impegno sociale. Come se essa stessa costituisse un freno all’evoluzione sia di se stessi che della società, piuttosto che esserne la cellula fondamentale o un ponte tra noi e il mondo che vorremmo. Credo che sia molto vero. Credo che in fondo sia sempre stata quella semplice frase, buttata un po’ lì, come una divagazione giusto un po’ piccata, e che invece all’epoca si insinuò dentro di me con la pervicacia di un assioma, che mi ha aiutato ad essere così indulgente verso la mia scelta di solitudine. Tanto che oggi, diversamente da allora, non provo neppure più a smentirla.

Quando ho aperto questo blog mi sono presentata, qualificandomi per quella che ormai in gran parte non sono più e affermando con malinconico orgoglio ciò che ancora oggi, al contrario, non sono capace di modificare del mio modo di essere. Da allora alcune parti di me si sono assentate, altre sono più presenti che mai. Sono meno di ciò che ero? Oppure sono altro?

Forse, semplicemente, dovrei “ripresentarmi”

Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...