lunedì 28 novembre 2022

Che dire? Quasi nulla. Mica poco

 La verità è che non ne ho più voglia. Ho sempre amato scrivere parlando dei fatti miei con la coscienza che così facendo avrei capito tutto meglio: vedere un pensiero o una sensazione tradotti in parole che sono “fuoriuscite” da me è stato sempre un potente motivo di consolazione. E’ così che ho imparato a sdrammatizzare, a trovare ispirazione e intuizioni sulla strada da percorrere. Mi piace fissare i ricordi e accorgermi di come negli anni si sia modificata la mappa delle mie emozioni e le cose che mi parevano importantissime e gigantesche e poi per nulla. Ricordo di essere stata romanticissima, innamorata per tempi lunghissimi sempre della stessa persona, con la quale poi nulla è andato come avevo immaginato e desiderato. Ricordo di cose scritte mentre piangevo tutte le mie lacrime, o animata dal senso di umiliazione per offese gratuite o mancanze. E poi c’è stato un tempo in cui ho preso coscienza della mia irrimediabile attitudine alla solitudine, ormai satura del mio fallimento nella corretta scelta affettiva. Forse è quello il periodo che ricordo con più tenerezza, quando tutta la fatica si è ad un certo punto concentrata sul vero significato di perfetta autonomia e in che modo canalizzare gli sforzi per riuscire a cavarmela da sola il più possibile. Eppure adesso sono stanca. Me ne accorgo dalla frequenza sempre più diradata con la quale aggiorno questo blog e la sensazione spiacevole di non aver più nulla da raccontare. In fondo non è obbligatorio avere una vita avventurosa o così ricca di sorprese al punto che condividerne una parte possa generare un qualche interesse in chi legge. In realtà un po’ di cose mi sono successe, ci sono faccende a cui penso sempre più spesso e che potrei forse decifrare meglio “raccontandomele” per iscritto. E invece non riesco più a farlo con la naturale frequenza di un tempo. La sola spiegazione che riesco a darmi è una certa atrofia sentimentale: non ho tormenti amorosi e questo per me equivale a dire che la vita è un po’ più facile, ma pure meno epica e ispirata.

Finalmente il 2022 si decide a finire. Non è stato un anno bello: alcuni lutti familiari molto dolorosi, un’estate arroventata, Ischia che affonda su se stessa, la destra che ci fa litigare su cose per le quali non frega una mazza a nessuno. ma nessuno proprio. E poi un senso di stanchezza prepotente dettata da anni recenti che sembrano portarmi il conto soltanto adesso. Non riesco a collezionare esperienze memorabili o sentirmi di appartenere davvero a qualcosa di importante. Ricordo che quando questa apatia da anoressia emotiva mi attraversava negli anni passati, imbastivo un finto dialogo con la mia coscienza in un gioco di ruoli in cui lei mi bastonava e io provavo a difendermi col sarcasmo. Dopo rileggevo tutto e mi veniva da sorridere per quanto fossi irrimediabilmente ancorata a quella goffa adolescente che al tempo aveva solo fretta di non esserlo più. Direi di esserci riuscita veramente molto male. E così oggi ho pensato che potrei almeno tentare di salvare qualcosa di questo anno così povero di avvenimenti e di scosse tonificanti. Cosa salvo?


Salvo il mio sacrificio quotidiano ad allenarmi per garantirmi la dopamina necessaria a non cadere in depressione e a gestire il mio umore della giornata con un po’ di tempra. Salvo tutte le mostre a cui sono andata, la mia vacanza a Stromboli, il mio modo creativodi cucinare, le due o tre persone che si ostinano a cercarmi e a volermi fare del bene malgrado io non possa fare molto per loro. E poi salvo i miei corsi, di cinema in primis ma anche gli altri, che restano belli pure se soltanto a distanza e salvo lo sforzo di approfondimento e di pensiero critico che mi sollecitano sempre a compiere. Salvo le mie camminate chilometriche senza le quali non avrei modo di ossigenare i pensieri senza farli marcire nell’asfittico limite di uno spazio compresso. Salvo il mio gusto crescente dello star sola, finalmente inteso come un premio, e non una inadeguatezza, di resistenza contro l’adattamento a qualsiasi compagnia.


E’ stato un anno molto faticoso, pieno di ombre concepite come cose immateriali che mi hanno procurato tristezza, che si porta dentro un tempo più lungo di cose diventate troppo diverse da quello che erano. C’è qualcosa che non va. Qualsiasi cosa sia vorrei che se ne restasse parcheggiato in quest’anno che sta finendo, relegato nel limbo eterno delle cose incomprese. Intanto ho fatto spazio

giovedì 17 novembre 2022

Vuoti. Da riempire? E quanto? E come? E soprattutto perché?

 Anche il mobile grande in cucina è partito. Guardo quella stanza ormai quasi vuota e mi pare un posto indifeso, come se non fosse più possibile custodirci nulla o accumularvi cose con la speranza che si trasformino in ricordi. La mia piccola casa sta tornando ad essere quella specie di guscio vuoto che mi sembrò la prima volta che venni a vederla prima di comprarla. Mi pare ieri e invece sono passati tredici anni. Ricordo che arrivai in questo quartiere per un’altra casa. Ma era ancora in costruzione e io non volevo aspettare altro tempo. Così, per non vanificare quella trasferta decisi di chiamare il numero che vidi sul cancello della palazzina di fronte. Mi rispose un uomo molto gentile e anziano di cui mi fidai immediatamente. Fu una trattativa velocissima. Senza neppure il preliminare. Non ho mai saputo se feci un affare o presi una sonora cantonata: è una casetta molto piccola e umida nella quale mi sono divertita a fare un mucchio di lavori e di tentativi di migliorie. In fondo non custodisce neppure troppi ricordi e ci sono entrate persone e cose che non saprei quantificare in modo puntuale né nel numero e neppure nel valore reale. So soltanto che dimenticare e gettare via, in questo periodo, mi sembrano dei sinonimi intercambiabili a piacimento e che mi piace associare alla parola paccottiglia. E così oggi la mia cucina è bella spaziosa e nell’altra stanza c’è ora un bellissimo letto nuovo a ribalta che quando è mattina è chiuso e fa diventare grande anche quel vano. Dopo tanto tempo non sono più costretta a dormire nel soppalco, a sua volta diventato spazio libero da regalare ai fumetti più voluminosi e che mai butterei via. Vivo questa nuova dimensione domestica con lo stesso stupore di chi ha appena traslocato. E’ una sensazione bellissima che ha il sapore di una rinascita, un nuovo inizio, una piccola rivoluzione nella mia dimensione privata.

Non mi ammalo credo dal 2015. Quella volta per fortuna ero a casa dai miei: svenni e vomitai ininterrottamente per tre giorni. Una notte mi alzai per andare in bagno ebbi un mancamento, caddi con la faccia sullo spigolo della doccia e solo per mezzo centimetro non persi l’occhio. Quando ricominciai ad uscire passai un mese a spiegare che il mio viso gonfio non era il frutto di una violenza. Da allora non ho più avuto nulla, se non in questi ultimi due giorni nei quali convivo con una forte tosse. Direi che in fondo, dati gli anni che corrono, potrei dirmi miracolata: comprendo persino quelli che mi vorrebbero ammalata di covidperché me lo meriterei visto il mio irriducibile scetticismo verso questi vaccini. Vi comprendo, vogliate perdonare la mia ancora efficace reattività ai malanni. Forse il perenne senso di inadeguatezza alla vita mi aiuta: se mi alleno con la costanza di un milite spartano, se mangio cose che farei fatica a spiegare anche al nutrizionista più aggiornato, se la paura di ammalarmi in solitudine supera quella di farmi curare da medici di cui non so la storia, probabilmente mi sono creata un mio personale rimedio preventivo che pare funzionare. O, più semplicemente, fino ad ora mi ha detto bene. Spero che duri il più a lungo possibile perché a volte anche io ho un po’ di paura.


Un paio di giorni fa è passata in ufficio una signora rumena assieme alla sua nipotina, appena arrivata, con i genitori, per vivere con lei. Era una bambina di meno di un anno, non bella, molto irrequieta e che faceva troppo rumore battendo una penna continuamente sulla scrivania, tanto da impedirmi di concentrarmi. Non vedevo l’ora che andassero via, ma sono riuscita lo stesso a mantenere la calma e a fare persino un paio di sorrisi ipocriti che credo abbiano incoraggiato la donna a raccontarmi la sua storia. Ad un certo punto infatti mi fa: “vede, io sono rimasta vedova e questa piccolina è stata il mio ritorno alla vita. Di notte si alza e cerca me. Mica la sua mamma! Senza di lei sarei sprofondata nella depressione. Non so come avrei fatto”. Mi è sembrata molto tenera e quasi mi è dispiaciuta la mia solita indifferenza verso un mondo che non mi affascina, ma che in realtà non conosco affatto, come quello dell’infanzia. Le ho sorriso ancora una volta e poi l’ho salutata pensando che in fondo è giusto e normale che chi non riesce a star solo trovi amabile anche un bambino troppo petulante e capriccioso per riuscire a dare un senso e una prospettiva ai propri giorni. E poi ho pensato che sia molto onesto pure riuscire ad ammettere che esistano persone, come me, che di quella presenza, di quella maniera di credere nel futuro, non riescano a farsene proprio niente. E non è mica facile. Giuro

martedì 8 novembre 2022

“Mal’anni”

 Che giorni strani questi. Lo so, lo dico spesso negli ultimi anni e il fatto davvero curioso è che in fondo le ragioni cambiano ogni volta, mentre la costante è sempre quella di provare a pensare che passerà, che bisogna aver fiducia negli eventi e nelle sorprese e che abituarsi ad avere una nuova ottica possa rappresentare la parte attiva di un cambiamento. Ma questo è davvero un periodo che non riesco a codificare e a nulla servono le mie piccole fughe travestite da gite fuori porta, le lunghe escursioni, le passeggiate meditative. Non mi torna niente. Ho pure perso la voglia di raccontare mettendo per iscritto proprio non mi riesce di comprendere il senso di smarrimento di questi giorni. Forse perchè in famiglia si sono susseguiti a distanza ravvicinata dei gravi lutti che hanno interessato gli affetti di entrambi i miei genitori e io invece sono qui a non avere ben presente i bisogni e le necessità di chi è cosi lontano. E poi c’è la gestione strana dei miei rapporti umani qui a Milano assieme ad una casa che diventa sempre più vuota perché vorrei donarle colori nuovi e molte meno cose ma più significative. Ma da sola non ci riesco e così mi ritrovo ad avere più spazio ma meno ordine e alcune cose nuove ma pure ancora troppe di cui ancora non so come liberarmi. Forse è soltanto che il freddo è arrivato senza preavviso, soprattutto la sera, che se non fosse per le mie due copertine elettriche avrei davvero difficoltà a tollerare un passaggio così brusco della variazione della temperatura. Mi sembra di vagare senza scopo, come fanno certi pesciolini nell’acquario che sembrano vigili e attenti ma che in realtà si muovono senza uno scopo in uno spazio che riconoscono come molto più limitato rispetto a quello delle origini. 

Sono stata un paio di giorni in Piemonte lo scorso we. Torino è una città che mi piace moderatamente, ma la visita al museo ha più che compensato il mio entusiasmo appannato verso una città cosi seriosa. E poi ho visitato la reggia di Venaria, sontuosa e magnifica soprattutto per il suo fantastico giardino e le geometrie che lo disegnano. Un po’ delusa dal cibo e dal pretestuoso “Bicierin”: io quella roba lì me la preparo da sempre senza sapere che si tratta di una bevanda storica che si permettono di farti pagare 5 euro. Non so perché stia dicendo questo. in realtà sono stata bene e quei due giorni mi hanno aiutato davvero molto a distrarmi. Distrarmi. Neppure so dire bene da che cosa.  


In questi giorni sono pure andata a vedere un po’ di buoni film. Nulla di indimenticabile, ma forse “triangle of sadness” merita una qualche possibilità, per quanto leggermente al di sotto delle aspettative. L’intuizione è buona, la storia è accattivante, ma credo che il film sia risultato così lungo, paradossalmente, proprio per un eccesso di pigrizia nella scrittura. E quindi alla fine mi pare irrisolto, nonostante le due ore e mezza, una parte piuttosto divertente e una bella idea di fondo. Per il resto mi sono rifugiata nei vecchi film e ho cominciato alcune serie tv che spero mi rendano dipendente. 


Sono giorni strani. Come un po’ tutti questi ultimi anni. O forse un po’ come sempre ma io ero troppo sciocca per accorgermene. O soltanto abbastanza felice per accettarlo. Oggi invece mi sento solo un po’ più vecchia per trovare tutto questo ancora sopportabile. L’inverno è davvero cominciato. E già detta le sue regole

venerdì 28 ottobre 2022

Chissà quando rinfresca

 Forse gli appassionati di radio come me lo sapranno o ne porteranno ancora memoria. Si trattava di una delle primissime edizioni di “Un giorno da pecora”, quando alla conduzione c’era ancora Sabelli Fioretti. Ad un certo punto lui si assentò per un paio di settimane e fu sostituito da Giorgia Meloni. Ricordo che la trovai bravissima: impeccabile nella gestione del timing, nella spigliatezza e arguzia degli interventi, nella capacità di improvvisazione e nella rapidità di battuta. Insomma, proprio una donna simpatica e con un enorme talento comunicativo. Un grande carisma senza alcun dubbio, di quelli che trovi più facilmente in personalità molto istrioniche e dall’ego piuttosto ingombrante. Proprio quello che possiede un politico molto navigato e particolarmente consapevole della sua identità. Credo che sia stato in quel momento che ho avuto il reale sentore delle sue potenzialità come leader in piena ascesa. E ho pensato che in realtà neppure saprei dire quanto sia definibile fascista una persona che ha la mia stessa età, che certo ha studiato quell’oscuro fenomeno della nostra storia, probabilmente lo ha fatto proprio partendo proprio dai valori fondanti, nel “codice etico” (se tale può essere definito) che è alla base di quell’impianto ideologico per me aberrante, ma che lei, proprio come me, non ha vissuto direttamente. E’ per questo che, da questo punto di vista, non la trovo davvero pericolosa. La trovo invece molto temibile perché adotta lo stesso schema di propaganda “berlusconiana”, quello che non fa leva soltanto sulla paura e sull’ignoranza, ma sulle pulsioni più basse (e più comuni) della nostra natura usando lo strumento della persuasione semplicistica, dell’approccio fintamente familiare con quel suo mostrarsi con fare da popolana di borgata. Ho come l’impressione che cavalchi il suo essere donna emancipata e che si è fatta da sola più come forma di leadership che degenera in volontà di sottomissione che come esempio di donna tenace da seguire ad esempio per altre donne che vogliono emergere. A parte questo credo che questo governo così fragile al suo interno potrà fare davvero molto poco. Non sapremo mai se questo sia un bene oppure no.

La mia vita, invece, ancora si ostina a raccontarmi qualcosa che mi piace. Non so di preciso il perché. Trascorro le mie giornate pianificando il giusto, limitando gli orizzonti temporali a pochi giorni, cercando di non strafare, godendo del silenzio ritrovato grazie a dei semplici e meravigliosi tappi per le orecchie, che mi fanno pensare all’orrendo bambino del piano di sopra come ad un brutto essere finalmente innocuo, buttando via cose, vedendo serie tv confermando un certo rammarico per la bassa qualità di quelle italiane (“tutto chiede salvezza” è una brutta serie. Facciamoci pace. Chi dice il contrario non può crederci davvero),  e poi mangiando tutta la zucca che il mio stomaco possa contenere. Sono giornate così, in cui mi pare di essere ancora in estate ma poi mi ritrovo con lo stato d’animo di chi vorrebbe almeno la protezione di una felpa. Non è male non avere freddo. Forse ho soltanto paura di abituarmici. E abituarsi alle cose, quasi sempre, vuol dire indebolirsi, caderne vittima, non progredire, accettare solo quello che c’è. Speriamo che rinfreschi

giovedì 20 ottobre 2022

L’anno che sta passando…tra quanto passerà?

 Credo che non mi rassegnerò mai a questi ultimi anni. Soprattutto all’ultimo, quello apparentemente più “normale”, o meglio, quello nel quale almeno il quotidiano pare un po’ più gestibile e certe forme estremizzate del dibattito sul vaccino si sono un po’ allentate. Siamo alla metà di Ottobre e in fondo, per qualche strano paradosso, mi pare addirittura che questo 2022 sia volato tra il fottuto green pass e l’infame guerra, una vacanza breve ma molto bella, delle elezioni prevedibili che dimostrano quanto sia sempre possibile scavare più a fondo e perfezionare il baratro in cui abbiamo scelto di ficcarci e la scoperta orgasmica del massaggio tailandese. Eppure continuo a ritenermi fortunata perché mi sentirei ancora peggio se, di contro, non lo ammettessi. Anzi, mi pare di star male proprio sapendo questo: sono fortunata perchè bianca, sana, etero, autonoma, non mi trovo nella necessità di abortire o di rivendicare un diritto che la società è ostile a riconoscermi…potrei farmelo bastare come approccio sereno allo stare in un mondo che mi fa abbastanza schifo ma che in fondo troppo male non può farmi (ancora) perché il caso mi ha reso aderente ai canoni deciso da chissà chi. E invece il solo pensiero di vivere in questo tempo così assurdo è come se depotenziasse ogni altra cosa bella che tento di includere nella mia vita e che mi serve per pretendere di dare un senso ad ogni singola giornata. Sì perché se c’è una cosa che ho proprio smesso di fare è quella di pormi degli orizzonti temporali troppo lontani e di cominciare ad impormi una dose “obbligatoria” di benessere quotidiano. Se salto anche solo un giorno da questo intento sento di avere irrimediabilmente sprecato una piccola fondamentale scintilla di luce esistenziale. 

Ci sono delle mattine in cui sono più brava degli altri giorni. Sono quelle in cui il risveglio mi pare una sfida con tutto quello che mi circonda: con la sveglia, il caffè bollente, la canzone giusta che passa alla radio e che mi suggerisce motivazioni nuove, con il tipo di allenamento che mi tocca, persino rispettando l’orario esatto in cui mi impongo di uscire di casa. Tutto è vissuto come l’occasione irripetibile per costruire la giornata perfetta. Di solito va tutto bene e così mi illudo di meritare una giornata dritta e mi lascio raccontare il resto dalla strada: il profumo di pane dalle due panetterie che incrocio sul mio percorso e quello di caffè dei tanti bar che a quell’ora sono al loro meglio. Quando sei sano, poco smanioso, appassionato di silenzio (o di programmi radio da ascoltare in cuffia mentre si cammina) queste suggestioni di solito hanno effetti piacevoli.


Credo di aver detto  ‘sta cosa così tante volte che pure la mia coscienza in questo momento mi sta sussurrando “ma che palle, Lucia” come per aiutarmi a capire che c’è anche chi trova la gioia svegliandosi alle 11, mangiando carboidrati senza la necessità di bruciarli sudando per un’ora, che preferisce fare sesso con chi capita e tirar tardi la sera pure con gli sconosciuti, quelli che preferiscono un lavoro precario ma nel quale si riconoscono piuttosto che la stabilità di un lavoro in cui non esprima nulla di sè. Bello, ci sto. Ma quello che so è che più passa il tempo e più trovo cose che mi interessano, anche molto, ma che non mi emozionano più. Per nulla, neppure quelle robe romantiche che mi facevano sempre inclinare la capoccetta a sinistra fino all’altro ieri. E ancora non ho capito quanto io, nel gioco delle compensazioni, ci abbia perso oppure guadagnato. Credo che invecchiare voglia dire anche questo, assieme ai capelli meno lucidi, agli integratori al collagene, alla musica nuova che non capisco…


Mah. Siamo a metà ottobre e io vorrei che il 2022 fosse già sepolto in qualche sito remoto per lo stoccaggio dei rifiuti speciali. Che mi importa di fermare il tempo, quando quello che ti è toccato ti fa solo venire voglia di vederlo passare prima possibile

mercoledì 12 ottobre 2022

Finché posso

 Come se nulla fosse. Poco più di una settimana, una breve parentesi di sospensione dopo un’estate che è stata una specie di prova di sopravvivenza superata senza preparazione: rovente, intensa, piuttosto solitaria, stancante fino allo sfinimento. Me ne sono stata giù dai miei solo per riprendermi un po’, passando la maggior parte del mio tempo tra sport, terme, pranzi buonissimi. E altro che rimane coperto da una coltre di finta accettazione, cementata dalla resa e dall’abitudine alle cose dolorose ma irrisolvibili. Tornare giù per me vuol dire ritrovare un sacco di cose che, appunto, non si risolvono mai e altre che si aggiungono a quelle mentre io sono assente e che scopro così all’improvviso e senza nessuna possibilità di metabolizzarle. Credo che in fondo sia persino un fatto normale: io ho un problema con le cose dolorose della vita per le quali non sono capace di individuare un responsabile. E poi ho un problema con le disarmonie, con i discorsi sempre uguali nei quali si mescolano sensibilità troppo diverse per riuscire a gestire un problema comune con uno spirito costruttivo. Io ho un problema con la tristezza che non parla solo in nome mio. Tornare giù per me significa soprattutto questo, pure se alla fine passo il tempo a confezionarmi ricordi ovattati, affrettandomi a fare le foto in cui mi dico quanto è più divertente allenarsi nella mia mansarda piuttosto che in questo buco ai margini di Milano, o come siano suggestive le terme di Bacoli e quanto facciano bene quelle mattine a barcamenarmi beatamente tra idromassaggi, fanghi e il sole ancora caldo di Ottobre. Nulla di falso, ma si tratta degli aspetti più irrilevanti di tutto il pacchetto..

Non è solo il fatto che gli anni passino mentre tutto mi diventa sempre meno familiare e più problematico da prevedere, ma che accadano cose che non avevo messo in conto e che le geometrie del quotidiano, pure di quello in cui io sono lontana e ignara di tutto, stiano mutando rapidamente e in modo imprevedibile. Forse pure stando sempre con loro non potrei essere di alcun aiuto, ma di fatto non aiuta neppure stare così lontana. Il mio vero conforto è forse quello di non avere scelta e così ritornare a Milano dopo un tempo durato il giusto necessario per ricaricare le pile e ripartire si conferma sempre una sensazione molto piacevole. Avevo predisposto nel dettaglio la mia “accoglienza” al ritorno e così, aprendo la porta, ho trovato (che sorpresa!) la casa in ordine, pulita, il bucato ormai asciutto sullo stendino in camera da letto, i miei integratori, il tappetino per gli esercizi, il frigo spento e la cucina illuminata da un sole pallido ma ancora tiepido. Mi sono appollaiata sul letto, credo di non aver detto neppure una parola eho trascorso tutto il pomeriggio a vedere due film stupendi e a scegliere il nuovo libro che deve competere con quello adorabile appena finito. Poi mi è venuto sonno molto presto perché ero sveglia dalle quattro e così mi sono addormentata pensando che sono proprio fortunata ad avere problemi che posso risolvere da sola, perché significa che non si tratta di cose serie e che nessuno ha motivo di preoccuparsi per me. Che poi che problemi ho io? Voglio dire, a parte la sensazione costante di un disagio che reprimo provando a fare tutto quello che posso per assicurarmi di non essere pigra, disorganizzata, senza obiettivi e sentirmi davvero certa di meritare ogni piacere che riconosco come tale, che razza di motivi ho per non sentirmi “compatta”, serena e in pace con la tizia di quasi mezza età che mi ritrovo ad essere? A volte mi viene da pensare che il solo problema che ho sia mestessa e che l’unica soluzione possibile sia quella, mai definitiva, di tenere alta la guardia per evitare di precipitare in qualche abisso urlando senza essere ascoltata. In fondo, se anche così fosse, che importanza potrebbe davvero avere?


Credo che quest’anno sia volato. Tra gli ultimi tre direi che sia in assoluto quello che classifico come il più faticoso. Forse a causa di tutto il rancore accumulato per quanto mi sono vista costretta a fare durante la pandemia senza trovare nulla davvero sensato o utile, perché respiro un’aria viziata da opinioni deviate da unainformazione parziale o smaccatamente falsa, perché mi muovo male in un tempo in cui non mi riconosco mai se non quando finalmente rientro in casa e lascio fuori ogni cosa. Che poi, a giudicare dal numero di quelli che sono in analisi, mi verrebbe da dire che sono la benvenuta nel vasto gruppo di quelli che non ci stanno capendo più niente, eppure c’è sempre qualcosa che mi trattiene dall’intraprendere un percorso simile. Non ho la presunzione di credere di non averne bisogno, anzi, è che trovoancora altrettanto terapeutico il semplice affidarsi alla lettura azzeccata di un libro, all’insegnamento di un film utile a decifrare un malessere o a metterci al cospetto di una condizione che ci riguarda profondamente, ad una riflessione profonda e silenziosa sul proprio vissuto, al lasciarsi guidare dalle proprie sensazioni in modo onesto. Oggi avrei paura a raccontarmi a qualcuno e afidarmi della sua capacità di indirizzarmi verso un percorso di consapevolezza. Oggi avrei delle remore a dare a qualcuno il potere di svegliare “il can che dorme”. Forse mi sbaglio. Forse no. Per ora non sono pronta a saperlo e continuo a preferire a questo persino i massaggi tailandesi delle mie nuove beniamine del benessere. 

Sono rientrata ieri, fresca di terme e di problemi che fingo di non dovermi ancora occupare. Continuo a vivere di palliativi. Finché posso 

martedì 27 settembre 2022

Abitare il proprio tempo nel piccolo spazio di mancati “no”

 Che poi alla fine per me la soluzione è sempre stata quell’altra. Quella che mi evitava la fatica dello scontro, dei conflitti taciti, del confronto sfiancante fatto di trattative e piccoli ricatti, ma poi persino della pacifica dialettica. Non ho mai sopportato i no, neppure quelli solo ipotetici, e al contempo non sono mai stata abbastanza forte da farmi valere per ricevere i sì di cui avevo bisogno per provare a percorrere la strada che mi ero scelta. E allora ho trovato un altro modo: ad un certo punto ho smesso di chiedere al punto  da evitare di farlo più di quanto fosse normale. Ho cominciato con le cose che ho smesso di chiedere ai miei perché tanto non me le avrebbero comprate, non mi ci avrebbero portato, non me lo avrebbero spiegato…e ho cominciato a trovare tutte le possibili strade alternative per ottenere tutto a modo mio. E, appunto, senza chiedere. Ho perso più tempo, ho fatto più fatica, spesso è stato un po’ più umiliante, ma alla fine credo che sia stata una valida palestra.

È un po’ di tempo che ripenso a questo strano aspetto della mia vita e del mio vissuto infantile perché per anni mi è parso davvero un fatto normale non accampare richieste, rivendicare diritti o forme “gratuite” di condiscendenza. Oggi penso di essere cresciuta in un contesto eccessivamente disfunzionale che temo mi si ripresenti periodicamente col conto. Ma tant’è. Perché ho pensato a questa cosa proprio in un tempo in cui la percezione del senso di libertà e di ciò che abbiamo il diritto di pretendere per la dignità appare più fragile che mai? Forse giusto per questo. Ad un certo punto della vita temo che sia addirittura normale interrogarsi su quali siano i segnali più evidenti della mortificazione che abbiamo permesso agli altri di infliggerci, magari senza rendercene neppure conto. Credo faccia un po’ parte del gioco stesso dello stare al mondo quando ci impone rapporti e legami più o meno profondi e inevitabili. Ma con gli anni mi sono resa conto che i miei meccanismi di difesa stanno ostinatamente prevalendo. E così, proprio come un tempo con quelli più grandi e grossi di me, piuttosto che chiedere al vicino di abbassare un po’ la voce quando parla per ore coi parenti lontani o pretendere che l ‘orrendo bambino del piano di sopra la smetta di correre per tutta la notte per casa, ho preferito comprare dei tappi per le orecchie meravigliosi che con una spesa minima mi garantiscono tutto il silenzio che cerco quando ne ho bisogno. E per me va bene cosi. Io cercavo la pace, mica il conflitto o la limitazione della libertà di un grasso signore anziano o di un orribile bambino piccolo. Ma forse la vera sconfitta sta nel non provare alcun affetto per loro da quando li conosco perché, in fondo, non nutro sufficiente interesse per loro. Neppure per esprimere un mio legittimo disagio.

Vorrei poter dire delle mie sensazioni ora che la profezia di un governo di destra si è fatta realtà. Forse è presto per farlo e di fatto se dovessi partire dal pericolo della limitazione della libertà e dei diritti si potrebbe discutere a lungo su quello che ci hanno obbligato a fare durante questi ultimi tre anni tra pandemia e altre forme pretestuose di sacrifici necessari ma non meglio motivati. A volte ho l’impressione che siano tali e tante le forme insidiose di perdita dei propri spazi di manovra che alla fine, trovarsi di fronte in “nemico” così palese costituisca persino il male minore. Boh, staremo a vedere. Mantenere la calma mi pare sempre un suggerimento universale piuttosto saggio.

Come si fa ad abitare il proprio tempo occupando lo spazio giusto? Io ho trovato la mia dimensione in un approccio marcatamente “autarchico”, fatto di sempre meno parole e di visione collettiva della mia storia personale, di grande solitudine ma anche di profondo rispetto del modo di fare altrui. Non credo che sia davvero il tempo del dialogo e della reciproca comprensione e neppure che questo sia davvero un male che conduce una società all’abbrutimento. Si cresce anche imparando a riflettere per proprio conto. È solo terribilmente più faticoso.

Mio padre ha votato per la Meloni. Mia madre non ha votato affatto. Io ho messo una croce su Calenda senza alcuna vera ragione se non quella fatta per escludere chi ritenevo peggiore. Nessuno ha cercato di convincere l’altro a fare diversamente e ognuno ha continuato in questi anni ad avere una visione propria dello stare al mondo. E così, proprio in questi giorni così palesemente contrari alla mia idea di abitare la contemporaneità, mi sono ricordata di quella pulce smarrita che fui, alla paura di incassare tutti i no che non mi avrebbero mai aiutato a crescere e alla sostanza vera di tutti i legami assieme al vero linguaggio che li anima. E così ho pensato che esiste una forma non palese, ma profondamente concreta, di libertà fatta della somma di tutti i no che siamo riusciti ad evitare e dei quali soltanto noi possiamo sapere



mercoledì 14 settembre 2022

Uscirne…rientrando

 Ci sono emozioni che vanno costruite a tavolino. Non ci sono altre maniere per sentirle con la compiutezza che hai previsualizzato. Chi mi conosce anche pochissimo sa che, purtroppo (?), sono piuttosto mattiniera e che tra le cinque e le sette compio una serie di operazioni di routine imprescindibili che spaziano da sessioni di allenamento alla composizione del pranzo da sistemare nel “cestino” per la pausa pranzo, dal disinfettare il tappetino e gli attrezzi al rifare il letto, lavare i piatti (guai se il lavandino non è sempre sgombro. Guai!) e il pavimento. E finalmente uscire, sperabilmente entro le 6:50 così sono certa di arrivare in ufficio entro le 7:30. Tutta questa fatica ha un nome preciso: la gioia del rientro. Per me l’apice della felicità quotidiana è aprire la porta di casa dopo una intera giornata trascorsa fuori e trovare tutto in ordine e pulito, con in frigo la cena già pronta (perché scongelata dalla sera prima), un film ad attendermi o qualche pagina di un libro, blob, il dibattito politico su la 7 e finalmente addormentarmi, in modalità svenimento, senza neppure rendermene conto.

Sono innamorata della mia routine perché è per me la sola fonte di sicurezza e benessere in grado di compensare la tremenda (ma inevitabile) fatica di dover essere costante senza indulgenze. So che è poco, per molti fin troppo noioso e piuttosto limitante e che in fondo deragliare da abitudini troppo consolidate può costituire fonte preziosa di sorprese e di modi alternativi di trovare il piacere e il senso della vita. E’ vero. Per me il pretesto per farlo di solito è un viaggio, tornare un po’ giù a casa o semplicemente approfittare di un imprevisto che mi imponga schemi  operativi differenti. Ma l’abitudine rimane sempre il mio faro e, di certo, anche il mio limite peggiore. A mia parziale discolpa dico che mi sono predisposta a questo inverno facendo in modo che non mancassero anche dei punti fissi “esterni”, quelli che amo scegliermi per consolarmi di una stagione che detesto e che reputo più triste e faticosa di quella non fredda e non buia che sta per concludersi, punti che mi aiutano a rinnovare lo sguardo o anche semplicemente ad ampliarlo. I miei sono questi:

Il palinsesto invernale delle mie radio predilette + i podcast + gli audiolibri: andare al lavoro a piedi per più di 40 minuti significa garantirsi più di un’ora di esercizio di silenzio e di ascolto, oltre che di respirazione e di circolazione che si attiva, mentre attraverso uno spazio fatto di panetterie che sfornano il primo pane, caffetterie già pronte ad accogliere i lavoratori delle prime luci, cani al guinzaglio di padroni che un po’ invidio e un po’ no. Che bello questo scenario sempre uguale eppure ogni volta nuovo che mi vede sempre con le cuffie e l’espressione sorridente per la simpatia dei conduttori. E’ stato così anche per il palinsesto estivo, ma c’è meno tempo per affezionarsi a programmi e conduttori. Sono pronta al disagio del freddo, alle piogge, ai vestiti pesanti, al buio di giornate corte ma allo stesso tempo infinite, alle mani gonfie…


L’abbonamento al cinema. Retrospettive incluse. Ho tutte le piattaforme a disposizione ma quello di vedere film in sala è di nuovo il mio imperativo categorico dopo due anni in cui ho creduto di poterne fare a meno: rimane tutta un’altra esperienza e chi dice il contrario fa torto alla sua intelligenza. Se necessario farò in modo di lasciarmi catturare anche dalle mostre a Palazzo Reale e dalle bravissime guide di MilanoGuida. Tutto pur di meritarmi il rientro a casa anche quando ho più tempo libero e potrei rischiare di non voler uscire


Gli amatissimi corsi di cinema. Ne ho presi tanti pure in questa sessione. Non è una cosa per ricchi farlo. E’ per chi è appassionato e preferisce privarsi di un paio di cene al ristorante pur di non perdere l’occasione di andare oltre uno sguardo passivo o basico di un film. Ieri è morto Godard e se non avessi seguito un corso capace di accompagnarmi nella comprensione di un regista così ostico, non avrei mai davvero compreso nulla di lui né mi sarei prodotta nello sforzo di scrivere qualcosa su uno dei film che più mi hanno turbato nella vita come il suo “Week end. Una donna e un uomo da sabato a domenica”. Il solo pensiero di riprendere mi fa sembrare mite pure il più rigido inverno. Sarà questo il mio rientro in casa prediletto.


Ho liberato casa di ogni cosa ritenessi superflua o ingombrante. Non ho più neppure il tavolo con le sedie. Ne ho uno a ribalta che mi stufo pure di aprire e così mangio sempre su uno sgabello e con il vassoio sulle ginocchia. E’ divertente e ora vedere la stanza così libera e facile da pulire è una sensazione magnifica 


E’ da un mese che faccio solo docce fredde. Per due ragioni: fa ancora un caldo bestiale e ho così paura delle minacce di austerity che vorrei abituarmi a farle anche per tutto l’inverno. Per ora è ancora facilissimo ed esco di casa più tonica che mai. Come obiettivo mi pare ardito ma in fondo fattibile. Vedremo 


Mi sto abituando all’idea che avremo un governo di destra, ma ho anche la ragionevole certezza che non durerà quasi niente e che l’alternativa (qualunque essa sarà) mi piacerà di più. Esco di casa con questo pensiero e rientro con la stessa identica speranza. Mi pare molto consolatorio 


Io sono pronta. Inverno non ti temo. Falso. Falsissimo. Ho una paura matta di ogni cosa. Ma almeno ho fatto i compiti. E la casa è tutta in ordine

mercoledì 7 settembre 2022

Quando penso al futuro parlando al passato

 Tanto quel momento prima o poi arriva per tutti. Di solito dopo i trenta o i quaranta. Non è un vero e proprio bilancio di una vita e neppure un alibi venuto in soccorso a presunte insoddisfazioni dettate da “what if” giunti troppo tardi per poter rimediare. Per me quel momento arriva tutte le volte che le mie perplessità superano l’accettazione o la forza propulsiva di nuovi obiettivi e si compone del bagaglio di tutti gli accadimenti, voluti o subiti, che danno materia al mio presente. Di solito il motore scatenante è un certo malessere a cui non riesco a dare un nome. Sì, perché si fa presto a dire che è colpa del contesto storico/sociale/politico/calamitoso…e attribuire tutta la responsabilità a fattori esterni, certo di indiscutibile impatto, ma che poco hanno a che fare con la pace interiore che ognuno raggiunge, ahimè, soltanto con mezzi propri. E allora mi metto a fare quello che mi riesce meglio: penso al passato, a quella che sono stata e che ho tentato di correggere, alle cose che ricordo di aver fatto e per le quali ancora oggi mi prenderei a schiaffi, metto in fila gli avvenimenti, le persone coinvolte, le scelte, gli stati d’animo, quello che consideravo fondamentale e che oggi non lo è più assieme a tutto ciò che ho colpevolmente  trascurato. Penso al passato e provo ad interpretarlo distillandone la quota che mi serve per capire un po’ meglio dove sto andando a parare oggi, quando tutto mi pare più confuso di sempre, pure se ho una vita ordinatissima e priva di fondati timori per il mio prossimo futuro.

Non sono mai stata precaria. Appena ho smesso di studiare ho trovato un lavoro a tempo indeterminato, dopo un corso, retribuito e con i buoni pasto inclusi, in quella stessa azienda che poi mi assunse stabilmente. Non mi hanno mai sfruttato eppure al tempo non ebbi alcun timore a licenziarmi quando ritenni conclusa quella esperienza per il semplice fatto che non mi rappresentava come ritenessi giusto. Non avevo nessuna alternativa lavorativa all’epoca: ero soltanto una giovane incosciente che aveva un mese esatto di tempo per preparare, superandolo, l’esame di dottorato. Fino ad arrivare al lavoro che faccio oggi. Mai posseduto alcuna tessera sindacale per raggiungere più rapidamente una posizione, concorsi regolarmente superati, un percorso senza ombre di alcun genere. Ancora oggi sono convinta che quando non si è dotati di coraggio l’incoscienza può rappresentarne un suo validissimo sostituto perché si concede delle opportunità senza avvertire i rischi che le accompagnano. Oggi penso che fare un lavoro che non ti piace sia una imperdonabile perdita di tempo. Ma io non sono più così giovane e incosciente. Purtroppo.


Non ho mai desiderato formare una famiglia e grazie ai “catorci” per i quali ho perso la testa negli anni migliori della mia vita, non ho neppure corso il rischio che questo accadesse. Non mi sono mai immaginata accompagnata per la vita a qualcuno, neppure quando ho creduto di amare alla follia, men che meno che mi sarei riprodotta: mi sono sempre chiesta cosa avrei fatto se mi fosse capitato un figlio antipatico. Nessun rimpianto su questo fronte. Non penso più all’amore e ormai so per certo che gli ho sempre preferito quel meraviglioso limbo pieno di farfalle nello stomaco, glitter e arcobaleni ovunque che è l’innamoramento. Ma dura poco. Ed è questo il suo bello. Purtroppo.


Amo moltissimo vivere a Milano. Non sarà così per sempre, ahimè: i genitori invecchiano, e di loro potrò occuparmi soltanto io. Non hanno alcuna intenzione di spostarsi da dove stanno e quindi, prima o poi, sarò io a tornare giù. Non ho assolutamente idea di come sarà vivere in un posto che non mi è mai piaciuto neppure quando era il solo posto che conoscessi e in verità non so neppure come potrò materialmente farlo. Quando penso con timore al futuro è questa la prima e unica cosa che mi viene in mente, ma, almeno di questo sento di non avere nessuna colpa. Per fortuna.


Credo che questa fase storica sia la peggiore da quando ho memoria di esperienza diretta. Ci accingiamo con ogni probabilità a farci guidare da un governo di destra rappresentato dalla peggiore classe politica che si potesse immaginare, chiamata a gestire una spaventosa crisi economica/sociale/internazionale/energetica e qualsiasi altra catastrofe a caso ti venga in mente e pare che nessuno voglia farci davvero i conti. Me compresa.


Metto insieme i quattro “rottami” del mio passato e viene fuori che sono una tizia non più giovanissima ma ancora in buona salute, economicamente indipendente, volitiva ma soprattutto molto fortunata. In fondo, date queste premesse, che mi importa del contesto storico? Io sono altro, procedo spedita per conto mio. Non è vero. Ma saperlo non cambia le cose, le peggiora soltanto. Purtroppo

 

giovedì 1 settembre 2022

Settembre a chi?

 E così è arrivato pure stavolta. Per quasi tutti è il grande rientro, i buoni propositi, le cose da cominciare o ricominciare, quelle da finire, riprendere, rivoluzionare. Perché si ha un bel dire che per molti di noi la scuola è finita un’era geologica fa (e che bello, che immenso privilegio non dover più mettere piede in quei putridi edifici pieni di ormoni che puzzano di adolescenza. O viceversa, chi lo sa, che importa), settembre è sempre quella roba lì: il fatidico mese della ripartenza. Dal mio piccolo e insignificante pulpito posso affermare che sfuggire a tutta questa retorica, ormai cementata da un trend che pare antropologicamente immutabile da quando ne ho memoria, è possibile solo al prezzo di una tenace autonomia fatta di isolamento, scelte fuori sincrono, attitudini fortemente peculiari, giudizi (e pregiudizi) esterni spesso sminuenti e contestati dai fedeli detentori delle sacre e irrinunciabili ferie agostane. Posso offrirne un timido esempio solo perché lo tengo qui a portata di mano perché racchiude in sé, guarda caso, la mia “scellerata” (ma ormai collaudata da almeno un decennio) esperienza. La paura del rientro mi ha fatto scegliere per quest’anno di andare in vacanza tra fine giugno e i primi di luglio, ma siccome è la vacanza stessa, con la sua intrinseca natura di tempo vuoto a spaventarmi, ho fatto in modo che dovessi darmi da fare tra cose da ascoltare, capire, imparare e restituire con personali contributi. E’ stato bellissimo cominciare. Lo è stato altrettanto concludere con un bagaglio immensamente più ricco che all’andata. Luglio e agosto sono stati mesi climaticamente estremamente impegnativi e il ventilatore dell’ufficio è stata la mia presenza più costante. Credo di aver trascorso intere giornate senza dire neppure una parola o incrociato lo sguardo di nessuno, ascoltando radio, leggendo moltissimo e guardando film e serie tv. E questa per me è la forma più alta di pace e di benessere che io possa immaginare. Non sono sempre stata sola, ma chi ha voluto farmi compagnia si è presto scontrato con la mia incoercibile e credo ormai immutabile natura di cui sopra. chiedo perdono ma questo è. Non posso farci niente io questa sono.

Il caldo infernale non ha fermato la mia antelucana disciplina fatta di pesi, circuiti o corse all’aperto, così da illudermi di meritare di vivere ogni volta una giornata degna, energica e produttiva. In fondo credo che sia davvero così, di fatto non ne ho certezza perché non oso fare diversamente per esempio provando a rilassarmi un po’. Milano d’estate è magnifica e perdersi lo spettacolo di una città vuota eppure col suo centro così pieno di vita è un misterioso paradosso che consiglierei a chiunque. E poi ho visto l’ultimo film di Cronenberg, che mi si è innestato dentro come certi corpi estranei che si mescolano con le viscere e che proprio lui maneggia così bene. Un film pazzesco che dovrebbe essere proibito vedere in una modalità diversa che al cinema.


La mia estate è stata più o meno questa. Direi proprio come in inverno ma al netto del freddo pungente e intollerabile, della pochissima luce, di uno stato d’animo velato di un maggiore pessimismo e una minore fiducia nelle mie risorse. E questo ai miei occhi può fare tutta la differenza. Amo l’estate perché per me lei, e solo lei, è una lunga promessa, perché se me la gioco bene mi aiuta sempre ad accogliere Settembre come se fosse un frutto ormai maturo e non una zavorra da portare controvoglia assieme a tutte le cose che nel frattempo abbiamo rimandato. Mi piace l’estate perché mentre gli altri sono in vacanza io mi godo un ufficio completamente vuoto, dei carichi di lavoro meno stringenti, una città che pare dedicarmi ogni sua strada, silenzio, museo, bar, cinema… perché pianifico i miei viaggi da fare in un tempo “altro” a cui nessuno penserebbe. Amo l’estate perché posizionarsi su segmenti cronologici sfalsati può essere un modo di vivere estremamente vantaggioso e pieno di spazio non occupato da altri.


Di settembre mi porto dentro due volti: la sua immagine sbagliata di un tempo, quella fatta di incipit e propositi faticosi e dimenticabili, dei rientri a scuola che per fortuna per me non riprende più e delle persone che non vorrei ritrovare anche senza una ragione precisa. E poi mi porto dentro l’immagine che mi somiglia, quella in cui settembre diventa il mio risultato migliore, lo spazio giusto in cui posizionare la mia forma migliore, un premio da godere piuttosto che una fatica da affrontare. Ci penserà lui ad impedirmelo. Ci penserò io a contraddirlo.

Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...