giovedì 17 febbraio 2022

La forza è dell’abitudine? Oppure no?

 Ho uno strano rapporto con l’abitudine e in generale con tutto quello che richiede un’applicazione ripetuta e duratura di certe attività. In linea di massima mi rassicura: sapere di “dover” fare una cosa, sempre e in quella precisa maniera, senza che mi sia richiesto un valore aggiunto di impronta personale, ha qualcosa di rassicurante che si sostituisce alla responsabilità di una mia scelta creativa non premeditata e dagli esiti ignoti. E poi è “allenante”, crea disciplina, agevola approfondimento e perfezionamento, pure se in mezzo si è costretti spesso ad attraversare un mare di noia e se rimane in fondo abbastanza vero che essere troppo abitudinari vuol dire rischiare di crearsi delle rigide gabbie schematiche, dei forti limiti alla fantasia e alla scelta di strade nuove, più efficaci e più divertenti. Vai a sapere…

Io sono un’abitudinaria col senso di colpa, nel senso che mi sento in colpa sia quando mi ostino ad essere costante, sia quando voglio fare la ribelle e tento strade nuove di emancipazione dalla routine. Una vera fregatura, non c’è che dire. Forse la quadra si raggiunge davvero solo quando si tocca quella meravigliosa quanto rara qualità definita capacità di adattamento. Che nel mio caso significa soprattutto adattamento a me stessa. Che poi finchènon danneggio altri mi sta pure bene così: non possiedo la grazia e la lucente armonia dello stare al mondo di una Csaba e pensare che qualcuno possa trovare normale vivere con una che si sveglia alle 5 meno dieci del mattino per allenarsi e prepararsi uno stranopranzo per il lavoro è ipotesi tanto remota quanto crudele per un essere umano senza gravi colpe da espiare. Lo capisco persino io.


A volte mi capita di leggere, in realtà è una vera abitudine pure questa, i blog di mamme scrittrici/giornaliste/signore più o meno famose e i loro trucchi per riuscire stare dentro a tutto, tra famiglia, lavoro, autonomia…c’è spesso dell’autocompiacimento in questo strano equilibrismo quotidiano nel quale gran parte delle cose che sono “abituate” a fare mi risultano estranee per l’ovvio motivo che non mi trovo a vivere quella loro stessa condizione. Qualche volta avverto anche in loro la sensazione di non farcelané a continuare così e neppure a cambiare, una velata frustrazione che lamenta spesso uno scarso supporto esterno, mancanza di servizi a tutela di mamme, lavoratrici, donne impegnate. Tutte pretese più o meno legittime, credo. Non lo so davvero in realtà. Io sono cresciuta con l’idea di dover chiedere e pretendere il meno possibile dagli altri. Non so neppure se sia tutto in loro sia frutto di una scelta precisa, oppure l’ennesima’”abitudine” sociale collaudata a cui è naturale conformarsi. Non so neppure se la loro vita sia davvero più faticosa della mia, più interessante, più “sentita”, più ricca d’amore vero o se invece il loro carico di immaginazione tra quello che si è e quello che si sarebbe voluto essere sia lo stesso per me e per loro e che per entrambe la vera assoluzione sia proprio una sorta di assuefazione al dato di fatto. Come ci ficchiamo in certi percorsi? E perché li rendiamo obbligatori perseguendoli come dei soldatini? Ci piacciono davvero? Oppure semplicemente abbiamo imparato a familiarizzare così tanto con loro da trovare in questo piccolo mondo ormai conosciuto tutta la sicurezza che ci serve? Mah.


Potrei però decidere dell’altro, scegliere di rivoluzionare ogni cosa. Per esempio domani potrei svegliarmi alle 8, non preparare il pranzo, non allenarmi, consumare il mio pasto in una di quelle infime bettole vicino all’ufficio dove il sugo assume i toni del fucsia, fumare una sigaretta su una panchina di Piazzale Martini dove di solito osservo gli altri per cucirgli addosso vite improbabili. Oppure potrei accettare un incontro su Tinder, andare in giro coi tacchi a spillo, mangiare una fetta carne, leggere Coelho. Mio dio no. E’ tutto impossibile. Io sono tutte le mie scelte. Le mie abitudini ormai mi definiscono in modo irrimediabile. Non c’è scampo. Devo farci l’abitudine

sabato 12 febbraio 2022

Visita al museo. Dove ho lasciato il mio migliore tempo perduto

 Ho attraversato Milano a piedi. Da casa mia al Duomo impiego poco più di un’ora a passo spedito. Un sole magnifico, tanta gente, un cielo terso. Dopo una intera mattina a cucinare e riassettare mi sono precipitata in strada col proposito di essere dove sono ora: alla cineteca di Milano, esattamente il punto di Milano più lontano da casa mia. È ormai lontano il tempo in cui mi fiondavo qui per colmare le mie lacune cinefili tra film rari e corsi che ora sono soltanto on line. Mi pare un’altra vita, un altro tempo. È straniante eppure in fondo è anche normale che certi cicli si concludano indipendentemente dagli impedimenti esterni che li hanno interrotti bruscamente. Lo so, eppure mi fa male trovarmi qui e sentirmi meno felice di come vorrei. 

Se ci penso bene sono tante le cose che ho interrotto da quando vivo qui e tutte coincidono con persone che ho perso, legami che non si sono consolidati, esperienze troncate dal caotico susseguirsi di altre cose da fare e che mi portavano altrove: i gruppi di running con aperitivi, cene, gite fuori porta, le mille palestre frequentate e le chiacchiere da spogliatoio che nessun uomo arriverebbe mai a comprendere in pieno, i tantissimi corsi serali prima di approdare a quelli del cuore che non abbandono neppure ora che sono soltanto on line, gli eventi sulla qualunque che se non sei di Milano non puoi sapere veramente di che si tratta. Tutte cose che ho interrotto così come era giusto, non per costrizione innaturale. È accaduto a basta. Senza rimpianti o malinconie. E invece tornare qui mi ha fatto male in quella maniera che sentì quando avverti uno strappo violento, come se nel frattempo avessi perso qualcosa di prezioso che mi è stato negato per sempre. Solo adesso mi rendo conto di quanta umiliazione abbia sopportato anche senza accorgermene troppo. Ho passato questi mesi a cercare di capire il senso di tutti questi obblighi e costrizioni perdendo di vista quello che davvero mi è stato tolto. E ora che mi pare di rinascere tornando qui dove ero ancora rimasta col cuore, mi pare di avvertire solo una perdita incolmabile. Che assurdo corto circuito. Che strano malessere.

Qui c’è la mostra di King Kong e la manona di Rambaldi che campeggia nell’atrio. Tra poco ci sarà suo figlio a raccontarci cose che di certo non scorderò. Credo che sia un privilegio immenso quello di poter essere qui, proprio adesso, e ritornare a “toccare” le emozioni. E invece mi arrovello su questioni astratte, su un tempo ormai perduto e che non tornerà mai più. 

Per fortuna ci sono i musei e i vecchi film  che custodiscono solo il tempo migliore. Mica quello inutile degli ultimi due anni. Quello ahimè lo abbiamo perso  un po’ tutti. Ma forse è solo che sono ancora un po’ arrabbiata. Tanto tra qualche minuto comincia la visita e mi passa tutto. Già lo so. Evviva. 

giovedì 3 febbraio 2022

L’”illuminazione” di febbraio

 C’è una luce anomala per un mese come questo e io certe cose non posso non notarle, essendo geneticamente abituata ad assistere al faticoso ma sempre affascinante passaggio dall’oscurità al graduale delinearsi dei contorni del mattino. Febbraio ha dalla sua l’inganno psicologico di essere un mese facile da superare perché più corto degli altri e poi perché capita dopo un gennaio che pare sempre essere eterno. Quante sono le sciocchezze a cui diamo il potere di condizionarci l’umore e l’atteggiamento verso le cose... Per me rimane il mese dell’assestamento: mi faccio una ragione di quello che è stato, nel bene e nel male, l’anno passato, e gennaio invece mi fa da contenitore per obiettivi e speranze per l’anno nuovo. Febbraio è il mese delle prime implementazioni, dei tentativi più sperimentali e questo in fondo me lo rende simpatico e poco giudicante. Però c’è davvero troppa luce, mi pare già primavera, quel meraviglioso periodo dell’anno in cui la cosa più importante per me è starmene al parco dietro casa a leggere sulla mia panchina preferita, mentre in questa fase di solito mi aspetta tutt’altro, per esempio una enorme corazza di pazienza e attitudine mentale all’azione. Eppure, forse, potrei anche godermi questo inatteso “non buio” che mi illude che ci sia un tempo dilatato nel quale accadono più cose. Accadono più cose…che vorrà mai dire in un periodo che dura ormai da tanto e nel quale ci è stato chiesto di fare il menopossibile e quel meno ci deve essere autorizzato assieme a mille altre restrizioni e impedimenti. Chi lo sa e in fondo che mi importa: ho il privilegio di vivere in una città che mi fa ricordare che se vivessi oggi nella mia provincia probabilmente sarei diventata matta. 

Sta per tornare San Valentino e mi fa impressione pensare a quanto tempo è che non ne festeggio uno e che per la prima volta mi pare una cosa bella, una retorica mancata, un fattore a cui riesco a non dare più alcun peso. Ecco, se dovessi pensare alla vera rivoluzione della mia vita in questi ultimi due anni direi che è questa: il radicale mutamento della mia idea di amore (o di mancanza dello stesso). Basta romanticismo, basta idealizzazioni. Per la prima volta osservo la mia condizione di persona sola come allo scampato pericolo dall’inganno delle tempeste “ormonali” e del pur umanissimo bisogno di sentirsi amati o, peggio ancora,della necessità riproduttiva. Penso, per la prima volta, che è bello non avere la responsabilità di altri che di se stessi e di riuscire a non confondere questo con l’egoismo. In realtà è esattamente il contrario. Ho sempre agito, a mia insaputa, obbedendo a questa idea. Ora lo so.


Febbraio mi ha portato per la prima volta nella casa in cui vivo da ormai dodici anni e che sto per svuotare proprio come lo era quando l’ho vista per la prima volta: in mezzo tutto un vissuto gioioso e doloroso che posso osservare chiaramente soltanto adesso, con tutta questa luce che a quel tempo non c’era, quando le pareti erano umide e piene di muffa e i tubi del bagno ad un certo punto esplosero e poi al piano di sopra c’erano sempre tante persone che ballavano continuamente e adesso non ci sono più. E poi mi ricordo di tutte le persone che ho accolto, quelle che non vedo più da tanto e quelle che non hanno significato più nulla da un certo punto in poi. Credo che tutto sia cominciato e finito sempre in un qualche febbraio di questi anni, quando la luce era ancora troppo poca e il freddo più pungente, quando le possibilità erano di più, ma pure gli errori. Adesso ho le pareti colorate e senza muffa, un bagno nuovo e dei mobili di cui sto per liberarmi perché incapaci di custodire altri ricordi. Febbraio si è fatto luminoso, così, senza avvertire, quasi a dire che cambiare alla fine non è mica una scelta. Una scelta, casomai, è non farlo e ostinarsi a cercare il buio pure quando le cose sono diventate tutte chiarissime. Bisogna approfittarne. Febbraio, forse, dura così poco apposta.

giovedì 27 gennaio 2022

La sostenibile pesantezza del mio essere

 - Hey, è un po’ che ti vedo immotivatamente serena. Sei sicura di star bene?

- Ma che domanda è? Ti pare così assurdo vedermi senza tormenti da pensare che il lamento rappresenti la mia condizione naturale. E invece mia cara, mi dispiace per te, ma è un periodo bello proprio per questa sua assenza di dissonanze e stravolgimenti traumatici
- Oh, certo. Lo vedo, lo sai che ti osservo tutto il tempo. Te ne stai lì, con la tua disciplina manco fossi un militare, tutta convinta che solo l’abitudine ci renda solidi e non ti rendi conto che questo vuole solo dire essere rigidi e precludersi l’imprevisto, la novità, una prospettiva nuova
- Hai ragione, ma per quello che dici occorre l’ispirazione, lo slancio irrazionale e a me quelli passano a trovarmi solo quando “sto innamorata”. E purtroppo (ma in realtà per fortuna) in questo momento non lo sono
- Ma che discorso è? L’ispirazione te la fai venire innamorandoti di qualcosa, mica necessariamente di qualcuno. L’ho visto sai che hai comprato dei corsi di psicologia che ascolti e riascolti mille volte credendo davvero di rientrare in ogni disturbo della personalità che ti viene descritto. Non sarebbe meglio accettare piuttosto qualche invito di chi ti dice che sei tanto bellina pure se tieni un’età ormai imbarazzante? Guarda che le persone interessanti e bene intenzionate esistono ancora
- Ma questo lo so pure io. Ma è tutto cosi in ordine in questo periodo. Riesco a fare tutto come mi piace, rispetto i miei programmi giornalieri e arrivo a sera con la coscienza di chi non avrebbe saputo fare meglio. Dormo pochino ma molto bene e quando cammino mi racconto di mondi che tu neppure potresti capire. La fantasia mi salva, mi protegge, in fondo a modo suo è anche lei che mi ispira. Che mi importa di tradurre tutto in realtà e compromesso da interazione umana
- Ecco. L’hai pronunciata la parola chiave. Ispirazione. E’questo quello che ti succede quando ti piace qualcuno. ti ispira, finisci per copiarne le espressioni, la postura, le parole che usa, ti spinge a fare passi avanti nelle cose che ti interessano, ha un effetto moltiplicativo sulla tua creatività.Anche la tua fantasia ne gioverebbe parecchio. Quando ti piace qualcuno, che non sia solo te stessa e la tua autostima sempre traballante, diventi più facilmente la parte migliore di te
- Come la fai facile tu. E mi spieghi come dovrei fare? Voglio dire, se escludi i dating, le persone che già conosco e con le quali nulla potrebbe accadere e quelle solo immaginarie, io davvero non saprei chi potrebbe ispirarmi se non questo strano tempo sospeso tra inquietudini contenute e una fluida quiete silenziosa. Davvero, io sto bene anche in questa strana assenza di rotture di ca**o
- Non ti pare un po’ poco
- Per niente. Non più di una puntata qualsiasi di Piero/Alberto Angela, per i quali tutti gridano al prodigio divulgativo e invece tutto quello che viene raccontato da loro è solo un modo molto astuto di catturare lo spettatore facendogli credere che la cultura sia un processo mai faticoso o senza le sue (inevitabili) parentesi noiose. Quello che trasmettono gli Angela’s per me rappresenta solo il primitivo stadio della conoscenza e chi non se ne rende conto, credendosi colto proprio (o solo) grazie a loro, commette un errore di autovalutazione terribilmente serio.
- Sei una palla
- Lo so
- Perché non provvedi allora?
- Perché mi sono diventata simpatica proprio per questo
- Contenta tu
- Contenta io. Sì, hai detto bene

venerdì 21 gennaio 2022

Far presente, al futuro, che c’è un bello spazio

 La verità è che forse non me ne importa proprio niente. Ormai è un po’ di tempo che fingo di accalorarmi su una questione che in realtà mi tocca solo in minima parte, dal momento che a me della prova di come si stia davvero risolvendo il problema della pandemia, di fatto, non potrebbe importarmi di meno. Non lo dico per cinismo, ma ormai è fin troppo evidente che non ha senso nessuna modalità di confronto ragionevole, possibile, realistica. Da quando tutto è cominciato io vivo della certezza che sia tutto sbagliato e che se non mi fossi vaccinata non mi sarebbe accaduto nulla (verità indimostrabile eppure si è ben radicata in me questaconvinzione) proprio come persone vaccinate hanno finito per ammalarsi in modo anche preoccupante. Tutto questo non mi appassiona davvero perché alla fine, nella parte più profonda di me domina un fatalismo “assolutorio” che mi spinge a ritenere che ogni cosa, anche la più apparentemente assurda e inaccettabile, riguardante questa vita, ogni vita, sia “giusta” in sé. Quando me ne rendo conto, un po’ mi spavento. E un po’ mi calmo. Per le stesse identiche ragioni.

Sto liberando piano piano la mia casa dai mobili che non ritengo indispensabili o che non mi piacciono più. Voglio fare spazio, ritinteggiare, cambiare la cucina e prendere un divano più comodo. Ogni tanto sento come necessario “occuparmi” dello spazio che occupo J, credo sia terapeutico, mi predispone a forme nuove di accoglienza possibile e a circondarmi di uno spazio e forme nuove in cui gestirmi. Mi piace. Mi diverte.

Sono tornata solo da pochi giorni dalla Campania. Sono andata sempre alle terme, ho corso moltissimo, ho visto morire il mio amatissimo Pablito e con lui tutta la tenerissima storia che ci siamo portati dietro da quella volta che sono andata a prendermelo dopo che mi era saltato in braccio battendo il suo fratellino. E ho già ricomprato i biglietti per tornare. Non mi era mai successo, da quando vivo qui, di pensare di tornare a casa praticamente ogni mese. La mia media annuale, da tredici anni ormai, è sempre stata al massimo un paio di volte e invece è bello anche questo fitto alternarsi tra luoghi, case, attività e condivisione, perché mi fa avvertire meno il senso delle distanze e delle assenze e mi aiuta a non pensare che in tutto questo tempo ho fallito nella costruzione di rapporti stabili e duraturi, nella creazione di amicizie consolidate e forse pure nell’efficace radicamento in una città che pure amo immensamente e nella quale vorrei continuare a pensare di vivere per sempre. Tutto, in questi anni, è sfumato nell’indistinto. Che peccato, ma pure quanta libertà e infinite possibilità di movimento.

Questo è tutto quello che so: mi sono vaccinata ultima tra gli ultimi senza mai ammalarmi. Ho fatto due dosi senza accusare alcun malessere. Se avessi potuto scegliere sarei ancora non vaccinata e poi avrei pure venduto casa l’estate scorsa a causa di un vicino rumoroso che per fortuna non sento più da mesi, avrei cercato un compagno fisso (e liberissimo di cuore e di fatto)invece di trovare più accomodante chiudermi a ogni sentimento trovando la mia pace in una formula atipica di accettazione fatta di contemplazione e riconoscenza per quello che ho, senza cercare altro. Come sarebbe andata se davvero avessi potuto scegliere secondo istinto e volontà? Mi piacerebbe davvero saperlo? Forse no. Se posso ancora fare tutto quello che il presente mi suggerisce vuol dire che forse quella che chiamavo limiti alla mia libertà di scelta era solo una piccola somma di irrilevanti pretese da non soddisfare, scelte di pancia che meritavano la pazienza che ho loro concesso, dilemmi che avrebbero avuto risposta solo col tempo econ il non fare nulla. E’ stato un bene quel mio sentirmi imprigionata perché oggi un sacco di quei problemi si sono risolti da soli.

E così ho pensato che il futuro è proprio come quello spazio che ci creiamo mentre sentiamo di averne troppo poco. Proprio come la mia piccola casa, che si libera di tutto il superfluo per predisporsi a nuovi spazi da occupare meglio. Con altro. Con altri. O proprio con nulla di più

sabato 15 gennaio 2022

Un’età ancora tutta da dimostrare

 L’ha chiamata “età del ristagno”. Mi convince, non l’avevo mai considerata in questi termini. E invece funziona esattamente così. Rivedere con tutta l’attenzione e l’infinito amore che merita l’intera serie di Bojack mi ha fatto tornare a questo concetto espresso da uno dei suoi personaggi. Si arriva all’età del ristagno in un tempo non identico per tutti ma al quale prima o poi si finisce per approdare: per esempio quando si sposa qualcuno che ci ama così come siamo e non ci stimola più a cambiare e progredire, o quando si raggiunge il successo in qualcosa e ci si assesta su quella gloria cavalcando l’onda e vivendo di quella facile rendita, o quando ci rassegniamo ad un percorso esistenziale mediocre ma tutto sommato accettabile. L’età del ristagno arriva un po’ per chiunque e rappresenta per ciascuno di noi il miglior pretesto possibile per autosabotarci, illanguidire nei rimpianti per ciò che non è stato senza attribuirci troppe colpe, perdonarci una resa che in fondo è solo una forma di pigrizia in incognito. In fondo credo che sia un fenomeno piuttosto diffuso, ma considerarlo in questa strana forma legata ad un tempo esatto nella cronologia individuale, come a qualcosa di personalizzabile, fatto di scelte ragionate come se quel momento stesso rappresentasse una meta, mi ha fatto impressione. E così mi sono chiesta in che tipo di età io sia, se quel ristagno sia già stato raggiunto e quanto sia stato determinante il mio contributo in fatto di scelte per arrivarci. Come posso fare a saperlo, io che non ho mai sfiorato l’idea di sposarmi e pretendere che qualcuno mi accettasse così come sono, quanto al contrario di essermi continuamente di ispirazione, che ho volutamente inseguito un lavoro normale nel quale non fosse necessario farmi notare o avanzare nella carriera, io che non potrei perdonarmi neppure un allenamento saltato per quanto sono disciplinata è inamovibile nelle cose che mi interessano profondamente? A che punto della mia età dentro, o verso, il ristagno mi trovo? Se sapessi dell’esistenza di parametri che non conosco e nei quali non rientrare ne sarei davvero felice.

Una volta ho sentito un’attrice di cui non ricordo il nome (è stata Lucia nel vecchio sceneggiato dei promessi sposi) che in un intervista raccontava del bellissimo rapporto che ha con il suo ex marito, tanto che un giorno lei gli chiese “ma tu te lo ricordi perché ci siamo lasciati?” e continuava dicendo che lui le diede una risposta bellissima. Le disse “per evolverci”. Mi pare la più sensata ricetta contro ogni forma di ristagno dell’età. Evolversi allontanandosi soprattutto da ciò che in apparenza ci sembra adeguato, giusto, sano. E invece è solo statico e devitalizzato. E ho pensato a quanto sia difficile riconoscere per tempo questa condizione, più pericolosa persino di quelle dolorose e palesemente da cambiare. Bisogna fare attenzione.

Ieri Pablito è morto. Forse ha avuto un incidente in una delle sue scorribande notturne e così aveva le viscere in poltiglia. Quando ce ne siamo resi conto era troppo tardi. Otto anni e mezzo con noi, prima con me a Milano per due anni e poi con i miei qui in Campania. Da allora mi sono resa conto che non ho fatto altro che abituarmi a pensare che un giorno non sarebbe più stato con noi. Per tutti questi anni ho provato ad esorcizzare il dolore che avrei provato perdendolo. E quando è successo davvero mi sono sorpresa io stessa di quanto in fondo sia stato tutto così normale. Ho pianto moltissimo, ho avuto paura mentre lo portavano dal veterinario, quell’iniezione mi ha devastato. Poi l’ho ripreso in braccio in quella busta rosa e l’ho tenuto stretto così fino al ritorno. Poi ho pranzato e ho smesso di provare dolore. Non saprò mai come giudicare una reazione simile.

A volte la sola cosa che riesco a pensare è che vorrei essere pronta ad affrontare qualunque cosa e che per farlo mi occorra tempo, esercizio, la possibilità di elaborare una qualche “attitudine” che mi eviti il dolore per ciò che non posso evitare nel mio futuro più o meno prossimo. Ma forse l’età del ristagno è proprio così che comincia. Oppure è tutta colpa di questo tempo qui che mi fa sentire ogni cosa sempre piu lontana ed estranea. Mi ci sto abituando solo perché so che durerà ancora a lungo, con questi vaccini che funzionano poco e per poco, con i contagi che aumentano in modo esponenziale e un delirante dibattito collettivo in cui affermare tutto e il contrario di tutto possibilmente urlando pare lo strumento più efficace di questa propaganda di azzeramento del pensiero critico.

Strana età la mia. Tecnicamente potrei essere idonea per una “sana” età del ristagno, fatta di affetti consolidati, obiettivi raggiunti, maturità emotiva, equilibrio “statico” ma in fondo stabile, salute ancora buona. Per fortuna è quasi tutto abbastanza vero. E per identica fortuna è quasi tutto altrettanto abbastanza falso. Ho un’età. Ma non ancora “quell’età”. Ne sono quasi certa.



giovedì 6 gennaio 2022

Il buon fine degli inizi

 Io un’idea me la sono già fatta. E per questo ho deciso di giocare d’anticipo. Quest’anno si preannuncia rognoso quanto il precedente, almeno per l’aspetto riguardante la sorte comune che ci è toccata come se fosse una gigantesca cloaca dalle pareti viscide in cui ci sentiamo tutti inghiottiti allo stesso modo. Viene meno pure l’effetto sorpresa ormai. La rassegnazione mista ad una sempre vigile cautela rimane l’unica ricetta possibile per affrontare la situazione senza perdere completamente il senno. La vera scoperta invece riguarda me: ho deciso di dare voce al mio lato cinico, quello meno educato e più dispettoso e drastico. Ho scoperto quanto sia liberatorio rispondere male a chi mi offende o dimostra di non capire, a chi mi delude e vanifica anni di stima e affetto. Non mi interessa il litigio, la discussione, il confronto continuo ed estenuante. Io fuggo dal conflitto da sempre e non per vigliaccheria, ma perché lo trovo metodologicamente inefficace per la reciproca comprensione. Lo trovo totalmente inutile. Non ho più bisogno del conforto della dialettica per raggiungere un punto di vista comune. Mica è sempre necessario. Io credo che esistano delle verità assodate che trovano il loro senso semplicemente in se stesse, non nel dibattito basato su opinioni, sensibilità o temperamenti differenti. Sono stanca e poi ho scoperto che non mi importa nulla di perdere per strada pure vecchie amicizie e affetti di lungo corso. Non mi importa davvero nulla e questo impressiona pure me. Più che spallucce non mi riesce di far nulla. Sono una brutta persona. La strada per l’amore universale è più lontana di quanto immaginassi.

In questi giorni fa notizia il mancato bonus per la salute mentale. In effetti è abbastanza indicativo sia della sottovalutazione del problema in un tempo assurdo come questo, che per la sua malcelata intenzione nell’assecondare addirittura certe problematiche. Per quanto mi riguarda non saprei in che misura correlare quello che ho deciso di fare con questa pubblica decisione eppure non credo sia del tutto casuale che tra i numerosi corsi on line che mi sono regalata per quest’anno ne abbia incluso anche uno di psicologia. Devo dire che mi si è aperto un mondo e credo che concentrarsi sulle proprie risorse interne, sul proprio controllo mentale, in un momento così anaffettivo e individualista, sia assolutamente necessario, doveroso, vitale. Per tutto il resto ci sono le mie immancabili corse dell’alba, gli esercizi di respirazione, i mega frullati proteici, le pagnotte lievitate. E soprattutto il rientro a casa dal lavoro, quando tutto è ormai quasi finito, tranne la parte migliore del giorno, quella da vivere in tuta, accanto al termosifone, nel silenzio più profondo o in compagnia della seconda stagione di Cobra kai. La continuità di una vita fatta di cose minime, di ricerca attenta di pace e accettazione che si sposa con un atteggiamento tutto nuovo verso gli altri, le loro ragioni e la mia insospettabile indifferenza verso di esse. Sarà  un anno glaciale? Cattivo? Forse. Io devo proteggermi e per ora considero una fortuna tutto quello che ho e quello di cui ho deciso di fare a meno. Se non c’è abbastanza amore preferisco il niente.

Sto per tornare di nuovo a casa. Succede molto più spesso di un tempo. Proprio oggi fanno 12 anni che vivo in questa casa e comincia a farmi un po’ impressione tornare a quel giorno in cui ho scelto il portachiavi e inaugurato io mio primo ingresso come proprietaria di questa piccola casa che è tanto cambiata da allora è in tutti questi anni: quel giorno c’erano solo il letto e il microonde, niente riscaldamento, un ufficio che all’epoca era lontano più di un’ora di viaggio. Una follia. Eppure come mi diverte ricordare, assieme a tutto quello che è successo dopo e che non saprò mai se sia stato abbastanza o in fondo quasi nulla. 

Sono così stanca. Credo sia un buon segno in fondo. Direi un ottimo inizio.


sabato 1 gennaio 2022

Il primo caffè

 Io comincio adesso. In realtà ho salutato l’anno nuovo alle 3 del mattino (ora sono quasi le cinque). Non ho cenato per arrivare al nuovo anno completamente “svuotata” e salutarlo con una colazione ricca e propiziatoria. Sono felice che il 2021 sia finito. Per me è stato decisamente faticoso. L’ho detto più volte. Il 2020, al contrario, nella sua assurda modalità, mi aveva regalato nuovi spazi di “esplorazione” intima, mancanze che confermavano affetti e legami, una prospettiva differente del mio quotidiano che sono stati per me un patrimonio enorme di consapevolezza e creazione di ricordi. Forse è stato diverso l’approccio, i toni, lo spirito di fondo, innestati in una condizione che nel suo perpetuarsi ne ha mostrato tutti i limiti. Di questo anno appena passato mi porto dentro l’amarezza delle incomprensioni, dei toni del dibattito diventati improvvisamente troppo accessi, delle assenze che indeboliscono affetti, entusiasmi, esperienze condivise. Una svalutazione enorme del mio tempo che mi pesa molto. Dell’anno appena passato salvo la buona salute, che spero di continuare a conservare, la costanza nelle attività che considero fondamentali, il cuore senza ferite che ha fatto pace con il suo vuoto senza rimedio, i massaggi dalle mie fatine del benessere, i complimenti di un ragazzo più giovane, le mie cheese cakes. In fondo neppure male. 

Come sempre non faccio pronostici, propositi, elenchi di cose che mi auguro. Che senso ha ingabbiare un tempo che possiamo controllare solo in minima parte? Tutto quello che faccio io ad ogni inizio anno è soltanto onorare la ripartenza, godermi la pagina vuota e le sue innumerevoli ipotesi di declinazione. 

Ho fatto una colazione meravigliosa. Ci stavano dentro tutti i colori e i sapori che potessi immaginare. Ho fatto cinque giorni di rinunce per avere tutto l’appetito necessario a rendere questa esperienza prossima all’estasi. È stato magnifico. Se non avessi avuto così tanta fame non sarebbe stata assolutamente la stessa cosa. Per me questo vuol dire cominciare davvero. Sentire in modo chiaro ciò di cui si ha bisogno e vivere al meglio il momento in cui lo si trova. 

Mi manca solo un buon caffè.

La radio ha appena letto l’oroscopo e il leone lo mette all’ultimo posto. Ecco, benissimo. A proposito di ripartenza…non importa, se pure fosse vero, io non pretendo niente e non sto facendo nessuna gara con altri poveri cristi che sfidano a modo loro il quotidiano affare dell’esistenza. Io, a parte riuscire a non dare fastidio a nessuno,  non chiedo null’altro alla buona sorte. Voglio metterci, e rimetterci, tutto io.

Ho dormito troppo poco. Come da tradizione in fondo. Vorrei che non esistessero mai delle ragioni per avere sonno. Ecco. Questo, se proprio volessi averne uno,  potrebbe essere proprio un ottimo augurio.

Metto la moka.

Buon anno!


sabato 25 dicembre 2021

Se non ci fossi tu che non ci sei

 Caro Babbo Natale,

Ti scrivo perché da quando ti conosco non mi sono mai posta davvero il problema della tua esistenza. Non credo neppure in Dio eppure anche lui conserva una tale e costante incidenza nella mia vita che trovo paradossalmente piuttosto irrazionale fare la scettica con te che pure hai dato motivazioni e speranze ad una bambina che ha cominciato piuttosto male. Mi ha fatto bene pensarti allora, continua a consolarmi farlo adesso, a una età che pare non avere più pretese e in cui mi sento in diritto di lasciar correre, prendere quel che c’è senza pensare cosa altro potrebbe esserci di meglio, come potrei cambiare il modo di fare o guardare le cose che mi stanno intorno. Ti confesso di essere un po’ stanca. Di quella stanchezza che non ha vere ragioni, che non merita premi di produzione, che sente la fatica non tanto di ciò che è stato fatto quanto di quello che non si ha più voglia di ottenere. 

Sono anni strani questi dopo i quaranta e non mi riferisco solo agli ultimi due sui quale  nessuno avrebbe potuto muovere neppure le più vaghe ipotesi di previsione. Anzi, in fondo per noi persone tendenzialmente introverse, è stata una occasione irripetibile di esprimersi al loro meglio. Ricordo i primi tempi del lockdown più come una irripetibile avventura che come una privazione della mia libertà di movimento. Quello che è accaduto dopo, molto più amaramente ha rappresentato una lenta e inesorabile degenerazione in cui il conflitto, il vaneggiamento, il logorante perpetuarsi di una situazione da cui non si riesce a venir fuori è stato invece molto snervante. Ci sono persone a cui non voglio più bene, forme di rancore di cui non mi credevo capace, affetti che ho smesso di provare all’improvviso e senza appello. Scoprilo non mi ha fatto piacere. Ma vabbè. In realtà mi rammarico molto di più aver azzerato anche la sola ipotesi di poter conoscere il mio qualcuno del cuore. Ma poi mi ricordo che è così che continuo a prendermi in giro. Io non voglio conoscere nessuno. Non ne ho proprio voglia. Non funziona così, con l’esercizio della volontà. Lo so da sempre, fa parte di me. Al contrario, forse sono stata fortunata a restarmene lontana da chi mi sarebbe rimasto nel cuore senza poterci stare davvero. Evviva gli amori mai nati, se poi non sarebbero sopravvissuti.

Caro Babbo Natale, non vorrei annoiarti col mio modo un po’ fumoso di raccontarti a cosa penso quando arriva questo momento dell’anno in cui tu ti dai da fare ad inculcarci quel mood spirituale da occhi incantati davanti alle lucine intermittenti e plaid a quadroni. Io invece in questo momento sto rivedendo tutte le puntate di Bo Jack, una delle poche cose che mi hanno veramente cambiato la prospettiva in questi anni. Non scherzo. Eppure a vedermi mica penseresti che stia messa così. Manco l’ho trascorso da sola questo Natale e ho cucinato cose che giusto una moglie devota degli anni ‘50…tutto regolare, pulito, in ordine. Normalissimo. Lo capirei se ad un certo punto ti chiedessi da  quale punto in poi ho smesso di credere in te. Credo da quando ho imparato che la maggior parte dei miei desideri di sempre erano fasulli. Puoi immaginare quanto sia più frustrante ricevere un brutto regalo che non averne per niente? Hai idea dell’ingombro, la confusione, il non sapere  che farsene? Un giorno ho deciso di fare spazio e mi è rimasto il giusto. Assieme ad un sacco di posto tutto nuovo che non ho alcuna intenzione di riempire. Tutto lavoro in meno per te.

Caro Babbo Natale. Non so quanto ti sia di sollievo il fatto che esistano anche persone che ti scrivono dicendoti che non gli servi, che non hai nulla da portare loro pur restando una figura fondamentale per ridisegnare dei nuovi orizzonti personali. Vorrei che avessi il potere di portarmi delle occasioni da riconoscere, del tempo da non sprecare ancora, un primo pensiero fisso del mattino da gemellare con l’ultimo della sera, la capacità di perdonare e perdonarmi, e come sempre qualcuno che non mi renda così lieve la solitudine.

Caro Babbo Natale, la lettera di una quarantacinquenne che si barcamena tra Bo Jack e Zerocalcare non impiegherai molto a classificarla. Non ti chiederò mai con quale etichetta. Mi basta sapere che ti sia preso del tempo anche solo per prenderla in considerazione.

Grazie caro Babbo Natale. Se non ci fossi tu…



domenica 19 dicembre 2021

Ritrovarsi in una ricerca (di mercato)

 La verità è che mi diverte sempre molto. Me lo dice sempre e io mi chiedo ogni volta quali siano le ragioni reali per cui continui a conservare questa opinione di me.  Dice che non posso mancare perché i commenti e le considerazioni che fornisco sono per “loro” un apporto qualitativamente significativo. La cosa è questa: qui a Milano (credo si facciano solo qui è un po’ forse a Roma) ci sono dei repertori che contattano persone a cui chiedere pareri sulle potenzialità di un prodotto che sta per essere lanciato. Di solito si tratta di interviste della durata di due o tre ore durante le quali un esperto (di solito uno psicologo) fa delle domande anche molto strane da cui dovrebbero emergere punti di forza, debolezza, idee per uno slogan vincente, un packaging azzeccato, un concetto pubblicitario rappresentativo del pubblico verso cui si orienta…cose così.

Da anni ormai partecipo a queste cose che mi divertono da matti e che trovo interessantissime. E per questa cosa deliziosa che non mi pesa mai mi regalano pure un sacco di buoni Amazon che giro al papà con grande sua gioia. Questa settimana ne ho fatte tutti i giorni e in una occasione una psicologa mi ha detto che avrebbe rubato una mia espressione per proporre uno slogan spacciandolo per suo. Ho trovato la cosa molto lusinghiera, tanto più se penso che non ho dovuto far nulla per meritare il valore che mi è stato attribuito: non ho dovuto prepararmi o addestrarmi, mi sono limitata ad esprimere un parere sulla scorta di quello che  mi suscitavano gli stimoli della professionista e così ho inventato al momento espressioni, reazioni, evidenziato punti di forza e di debolezza…cose così. Comodo essere spendibili sul mercato limitandosi ad essere semplicemente se stessi. Per trovare lavoro ho dovuto studiare per secoli, dimostrare di averlo fatto con un concorso da vincere, continuare a studiare per dimostrare essere costantemente in grado di farlo. Per migliorare la mia condizione fisica mi sono allenata con costanza, anche quando non mi andava, ho modificato la mia alimentazione, fatto cambiamenti e tentativi continui senza mai cedere. Per il resto mi ritengo una persona irrimediabilmente sgangherata, inquieta, irrisolta, senza talenti naturali o accesa dai sacri fuochi dell’ambizione. Sono una persona che non cercherei se non mi portassi dietro ovunque e spesso controvoglia. Nulla ho raggiunto senza un percorso o una preparazione. Tranne questa cosa qui, che mi chiamano per sapere come la penso su una certa cosa perché il mio parere ha valore, prima per loro e poi anche per me. E tutte le volte penso che il mercato sia una fantastica trappola proprio per questo: mi fa credere di essere importante per il solo fatto che sapere come la penso io ha un valore moltiplicativo sui suoi profitti. E a me in fondo sta bene così: vedere in anticipo il lancio di un prodotto nuovo, individuarne punti di forza e di debolezza, addirittura indicarne il prezzo giusto al di sopra (o al di sotto) del quale non lo comprerei…mi fa sentire depositaria di un certo potere “gratuito” che a volte apprezzo più di quello “meritato” perché mi pare un regalo simile all’amore: immotivato.

Non saprei dire di preciso come mai quella mia reperitrice si ritrovi questa valutazione di me tra le mani, probabilmente perché più che come sei conta come hai fatto a diventare quello che sei e allora ha valore pure quello che hai fatto con fatica e allenamento. E a quel punto non è proprio vera la cosa che sei spendibile pur senza aver fatto nulla per esserlo. Lo hai fatto altrove e poi si vede anche lì. Però buono. Mi piace l’eterogenesi dei fini con ricadute positive anche fuori dal tuo campo di applicazione. Potrei persino abituarmici. Meglio di no. Potrei rischiare l’amara sorpresa che, proprio in quel momento, nessuno avrebbe più alcun interesse a sapere come la penso. Chissà…

mercoledì 8 dicembre 2021

Puoi farli anche tu (?)

 “Puoi farli anche tu”. Questo c’era scritto, quando vi leggevo da piccola, nella parte laterale del pacco famiglia. Trovavi tutta la ricetta e pure il procedimento per fare le Macine in casa, piuttosto che comprarle e godere immediatamente di un biscotto per il quale il mio stomaco avrebbe avuto capienza illimitata. Mi chiedevo sempre che senso avesse fornire la ricetta in modo che poi si rischiava che i clienti avrebbero evitato di comprarli confezionati. Semplice: quella era la prova che non era possibile riprodurre autonomamente la sublime perfezione di quel prodotto. Non soltanto perché l’industria si avvale di tecnologie di produzione e di tipologie di ingredienti diversi. No. C’era qualcosa di profondamente diverso nell’esperienza stessa di aprire quel bustone meraviglioso che da piccola mi pareva gigantesco con i biscotti a disposizione per l’eternità, metterci il naso per sentire quell’esplosione di aroma di panna, burro, vaniglia…prima di pescare a piene mani in quei mille biscotti dalla forma impeccabile. È da quel tempo lì che mi è chiaro l’inganno dell’espressione “puoi farlo anche tu”. Non è vera, o meglio lo è se non pretendi di ottenere esattamente lo stesso risultato.

Vedi, amore mio, è da allora che penso a te come  a quell’ingrediente necessario non a fare la differenza ma, al contrario, a rendere possibile la mia idea già collaudata, proprio come una ricetta che funziona, di coppia. La “Macina”  che posso davvero riuscire a riprodurre esattamente anche io. Proprio come la voglio io. Ed è per questo che non ti cerco più pur in questa mia attesa un po’ ingenua: l’ho fatto inutilmente fino ad ora, ma so per certo che esisti, che anche tu hai la tua ricetta perfetta con l ‘ingrediente mancante e che fino ad allora ti consolerai con quello che si trova e che in fondo arriva pure a saziarti. Ti prego non accontentarti. Resistiamo a questo finto appetito. No, scherzo. Fa’ come credi. A ciascuno il suo percorso.

Le lucine dell’albero sono incantevoli. A Milano il mio addobbo domestico è tutto concentrato sul forno a microonde e invece qui dai miei è faccenda vissuta molto seriamente. È così da sempre e io non capisco perché su di me questa strana fascinazione non abbia attecchito. In realtà sono tante le cose che non sono riusciti a trasmettermi e altrettante quelle da cui ho preso distanze siderali,  come se poi fosse normale che se una cresce all’ombra di certe convinzioni poi necessariamente debba portarsele dentro come degli ingredienti necessari. A proposito di ricette e di prodotti fatti in casa. Mah, sarà tutta una questione di dosi consigliate o il metodo di cottura, sarà la materia prima…chi lo sa che cosa porta davvero alla riuscita o meno di qualcosa, nel modo in cui l’abbiamo pensata noi, partendo da una condizione iniziale predefinita e calcolata al millesimo. Forse niente di tutto questo. Forse più di tutto conta quel magico scarto temporale tra il profumo prima dell’assaggio e la conferma o meno del sapore che si era immaginato. Quanto può durare quello scarto? E cosa c’è davvero in quell’intervallo fatto di sensazioni e di attese? Che importa che possa esserci di meglio se per me il meglio rimane incastrato già tutto lì dentro?

“Puoi farli anche tu”. No, se avessi potuto credo che non avrei più smesso. Ma ne conosco le sensazioni e il sapore. Così bene che non li posso scordare. E per ora, in fondo, mi pare già abbastanza.


Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...