domenica 19 febbraio 2023

Vado dal Massimo

 Finalmente un po’ di pace vera, quella fatta di cose calme che si prendono il loro tempo senza interferenze, intoppi o pressioni. Da quando mi sono ripresa dai crampi allo stomaco che mi avevano tenuto bloccata pur senza riuscire a farmi smettere di portare avanti quello che dovevo, ho deciso di riparametrare modi e ritmi con cui stabilire le mie scadenze. Sono stati giorni belli: ho fatto la scrutatrice e trascorso ore amabili con persone simpatiche di un quartiere, quello in cui vivo da tredici anni, che frequento poco, poi sono stata un paio di giorni dai miei dove ho cominciato a ragionare su come potrei fare per ritornare a vivere in Campania in un tempo ragionevole in cui il mio e il loro futuro potesse combaciare e venirsi incontro, ho visto film magnifici e rivisitato la stupenda biblioteca ambrosiana assieme ad Alessandra, e, non ultimo per importanza, la mia casa è finalmente in ordine come desideravo anche grazie ai nuovi mobili in stile industriale che mi mettono molta serenità. E poi quelli del piano di sopra, o meglio l’orrendo esserino che sta con loro, mancano da un tempo che mi procura un certo ottimismo su un altrove lontano da me in cui si sono stabiliti. Davvero un periodo propizio.

Oggi è il compleanno di Massimo Troisi e il mio primo pensiero è stato correre a vedere il documentario che gli ha dedicato Martone in occasione dei suoi 70 anni. Il risultato è quello di un piccolo gioiello in cui ho ritrovato una parte fondamentale della mia storia e del mio imprinting emotivo e culturale. Troisi non era “napoletano di Napoli”, veniva dalla provincia, come me, che è una cosa un po’ diversa dall’essere cittadini, ed è figlio di un’epoca che giocoforza quelli della mia generazione hanno assorbito e metabolizzato, prima di decidere cosa diventare e cosa farsi suggerire dalla vita. Ho sempre pensato che in qualche modo Troisi fosse “roba” solo di noi della provincia napoletana, problematica e degradata, di quegli anni, che si potesse capirlo in pochi e amarlo ancora in meno. E invece è stato da subito una voce universale, capace di far immedesimare chiunque nella sua poetica. Fin dal principio è stato così, fin dal tempo in cui il suo lessico linguistico ed emotivo erano esclusivamente incentrati su tematiche tipiche della sua terra, le persone più prossime e una sensibilità che, pensavo erroneamente, un abitante di Milano forse difficilmente sarebbe stato in grado di penetrare in pieno. Almeno questa è sempre stata la mia percezione. Come ogni vero rivoluzionario, anche quello di Massimo era un messaggio capace di arrivare, scuotere, muovere le corde giuste per farsi ricordare. Ad ogni modo quella malinconia mista ad un contrariato disincanto, quella constatazione amara che un uomo e una donna non siano fatti per stare assieme per sempre, pur valendo sempre la pena amare, è una roba che mi convince e mi riguarda in modo definitivo soprattutto grazie alla sua narrazione. “Laggiù qualcuno mi ama”è un piccolo scrigno di ricordi a più voci che si avvicendano tra artisti ispirati dalla sua poetica, quelli che con lui hanno lavorato generando processi esplosivi di mutua ispirazione, e le donne che ne hanno ispirato le storie e la poetica, pilastro costante della sua intera esistenza e spesso, come nel caso di Anna Pavignano (compagna e cosceneggiatrice), che lo hanno aiutato a leggere tra le righe di un tempo non facile eppure pulsante, portatore di linguaggi nuovi e dei quali Troisi è stato uno dei più fulgidi esempi di quel periodo. Un racconto meraviglioso dell’uomo e del tempo che lo plasmava Vabbè basta sennò mi commuovo di nuovo.

Ho deciso di far crescere i capelli e così adesso riesco a tenerli legati. Mi piacciono e mi aiutano a giocare un po’ di più con il mio aspetto e adesso che ho buttato via pure un sacco di vecchi vestiti mi piace pensare di cambiare anche il mio stile di abbigliamento. E poi sto pensando al mio prossimo viaggio visto che al lavoro ho già dovuto presentare il piano ferie. Piccole novità senza alcuna pretesa, col respiro cortissimo di chi non ha traguardi troppo ambiziosi di fronte a sé, eppure io ci trovo tanta di quella pace da troppo tempo trascurata, l’occasione gentile per sentirmi un po’ meglio nei miei panni senza troppa fatica o investimenti in sforzi rischiosi. C’è una bonaria pacificazione nell’accettazione di un’età che comincia ad avere ricordi sbiaditi che si incrociano con traguardi non troppo lontani. Mi verrebbe da fare una di quelle fantastiche espressioni perplesse e rassegnate che Troisi era solito fare come naturale reazione alle smanie di Lello Arena o di quelli che, dicendogli la verità, pensavano davvero di essergli d’aiuto.

Caro Massimo,

In mezzo a tutta questa riconoscenza che ti ho voluto tributare mi sono scordata proprio di farti gli auguri. È che ai miei occhi sei rimasto ragazzo. Che detta così pare una cosa bella. E invece io vorrei tanto sapere cosa ti avrebbe raccontato  il tempo che impietosamente non ti è stato concesso dalla sorte. Per questo tuo mancato compleanno rotondo concedimi stavolta un po’ di rabbia, magari aggrappata a tutto l’immmutato affetto per te che di anno in anno mi accompagna e mi conforta avvicinandomi, come nessuno riesce mai a fare, alle mie radici.

70. E non mi pare vero


martedì 7 febbraio 2023

Malesseri passeggeri

 Pare che tutto sia tornato normale. La scorsa settimana sono stata poco bene. Molto poco bene. Niente febbre, niente raffreddore, niente malattie tipiche di questo tempo infausto, ma abbastanza fuori gioco per gettarmi nella disperazione di chi da sempre teme il momento in cui potrebbe non farcela più da sola. In tredici anni che vivo qui a Milano, tranne che durante la lunga notte dopo la (inutile) terza dose, non ho mai avuto malesseri o situazioni in cui non potessi cavarmela senza chiedere aiuto. Invece per tutta la scorsa settimana sono letteralmente rimasta piegata in due da dolori lancinanti allo stomaco. Notte e giorno tra nausea, crampi, dolori addominali non meglio precisati, disperazione, stanchezza. Eppure ho continuato a far tutto, quasi come sfida estrema e bisogno di dimostrare a me stessa che potevo ancora conservare il controllo sulle cose. E così mi sono trascinata lo stesso al lavoro, ho fatto la spesa, mi sono persino portata agonizzante al cinema. Tutto tranne allenarmi, perchè questo mi era davvero impossibile, e scrivere. Non so bene per quale ragione mi risultasse impossibile raccontare quello che mi stava capitando e perché avessi così paura di fissare le sensazioni legate ad un momento che appare tanto problematico soprattutto quando vivi da sola e immersa in una rete sociale piuttosto fragile. Credo che sia qualcosa di legato al fare i conti con quello che mi prefiguro sarà il mio futuro, quando davvero non potrò più contare sulle mie risorse perché né la tempra né la lucidità saranno più sufficienti per riuscirci. In realtà è una cosa a cui ho pensato spesso, senza tuttavia troppa preoccupazione perché in fondo il futuro non è mai scritto e ipotecare la libertà presente (e presunta) in nome di affetti “appositamente” costruiti per garantirsi attenzioni future mi è sempre sembrata una cosa alquanto meschina. Non si cerca un compagno per non stare soli, non si fanno figli per la stessa ragione, non si costruiscono amicizie fondate su interessi di tipo opportunistico…e così via. Se proprio devo dirla tutta la vecchiaia ideale per me sarebbe finire in una casa di riposo extra lusso con vista mare, salutata da personale specializzato, e accudente perché ben pagato, che potesse garantirmi degna sepoltura senza rotture di scatole a carico di nessun congiunto, senza lacrime amare o (perché può essere pure questo) sospiri di sollievo liberatori. Una vita spesa bene accompagnata da una morte silenziosa, dignitosa e anonima. Se dovessi pensare alla perfezione penserei a questo…ma vabbè, basta pensare a cose che mi auguro accadano in un tempo troppo lontano per essere anche solo ipotizzato. In fondo questa settimana di pena alla fine è passata, i dolori pure e io ho ripreso la mia amatissima routine, fatta di allenamenti, tanto buon cibo, cinema goduto in pieno, silenzio, lavoro, un colore dei capelli ancora più chiaro e un nuovo taglio pensato per capelli che vogliono essere lunghi.

Di tutto, e di questo mi sono sorpresa io stessa, mi resta il ricordo di certi pensieri assurdi maturati durante le mie fasi di delirio più acuto. Per esempio una notte ho cominciato a chiedermi cosa avesse più di me la compagna di una persona che stimo molto per essere oggetto di tanto amore. Non c’è un motivo, non sono innamorata di quella persona e in fondo non ho nulla contro la sua compagna che peraltro quasi non conosco. Però ho pensato a questo fatto. Poi mi sono ricordata che durante la proiezione di un film l’ho vista consultare il cellulare e che mi fosse bastato questo per declassarla in un precipizio di bassa stima, pur confermando a me stessa l’idea che l’amore sia giustamente fatto di cieca adorazione, più che di meriti effettivi. E poi ho pensato a quella volta che uno, a cui avevo detto che non ero innamorata di lui e che non intendevo avere alcuna relazione, un bel giorno mi invita ad una cena dicendomi così: “Non ti preoccupare, tanto io sono ancora innamorato della mia ex. Mi fa piacere che ci sia anche tu perché sei bella e simpatica, ma non ti preoccupare non voglio niente da te”. Mi ha detto proprio questo. E così ho pensato a quanto fosse assurda la gente, ma che poi in realtà non è vero: è che forse la gente è assurda soltanto con me. Oppure il mio karma vuole che io venga in contatto con certe tipologie umane, oppure che sono io ad ispirare simili atteggiamenti per ragioni che mi sono ancora del tutto oscure. Mi chiedo spesso quanta parte di me abbia volutamente rotto il patto sociale, oppure se me ne sia sentita costretta dall’esperienza e dalla mesta sensazione di questo eterno ritorno dell’uguale. Ad un tratto ho capito che quello che mi spaventa davvero non è il futuro ma l’elaborazione faticosa del passato e soprattutto la delusione per tutte le parole dette male, per i piccoli e piccolissimi gesti indicativi di moltissimo altro, per i sottotesti di frasi che raccontavano di tutto un gigantesco equivoco sulla natura di un legame. Ferite che amano farsi trovare sempre aperte e che io sono incapace di curare se non con una rassegnazione progressiva e inesorabile alla lontananza. 


C’è di buono che da due mesi in casa mia regna il silenzio vero, quello in cui i capricci e l’inarrestabile irrequietezza di un bambino rappresentano per me la vera maledizione, un attentato impunito al mio bisogno di pace. Pare poco. E invece per me è più o meno la sola cosa che conta.


E’ colpa mia. Lo so. Ma se non posso rimediare, forse, non è proprio tutta tutta tutta mia

mercoledì 25 gennaio 2023

Non sei tu. È gennaio

 Dice che quando si scavalla la prima metà di gennaio, o meglio dopo il fatidico blue Monday, una certa tristezza si consolida dentro di noi e ci tiene compagnia fino alle prime luci consolatorie della primavera. Pare che sia un fatto puramente fisiologico: gli ormoni prendono atto della fallibilità dei nostri ottimi propositi, le ore di luce sono troppo poche per conservare livelli di serotonina (o qualcos’altro…boh…qua sparo nomi di ormoni a caso che tanto si dividono in buonissimi e cattivissimi soltanto. Non c’è spazio per ormoni moderati che ci infondono la saggezza e l’accettazione, con loro puoi solo stare malissimo o al settimo cielo) sufficienti a garantire uno stato d’animo propositivo e ottimista. E poi abbiamo alle spalle già troppi mesi di lavoro e di vacanze lontane (sia fatte che da venire). Insomma, un vero periodaccio, per giunta con la memoria troppo corta per ricordare le grandi utopie del primo dell’anno assieme a tutto il suo carico di magnifiche sorti di cui faceva da forziere. Ne siamo vittime un po’ tutti, pure io, che non festeggio mai niente, non mi aspetto miraggi, sorprese, svolte epocali dettate dalla sorte e dall’ambizione di ogni nuovo inizio. Anche io sono vittima di questa specie di respiro corto, fatto di stanchezza per il già troppo che è stato fatto, dei risultati mai veramente all’altezza delle previsioni e pure di quello che ancora ci viene richiesto e che, noi stessi, chiediamo a noi stessi. Una specie di piccola truffa temporale col peso specifico di un intero pianeta che ci carichiamo come dei piccoli Atlante rachitici. E la notiziona è che non essere degli ottimisti ostinati potrebbe non essere d’aiuto per sopportare tutto questo carico stratificato di sconfitte.

Ogni tanto penso a questa cosa, sì a questo fatto che io vedo nero più spesso dell’arrivo di qualcosa di meglio e mi dico che in fondo è molto onesto da parte mia ritenere di non voler perpetuare forme di inesorabile tristezza in un mondo che, mi pare evidente, non vorrebbe altro che liberarsi di noi e della nostra inettitudine a meritare la parte di meraviglia che custodisce. Poi però cerco di essere meno sbrigativa e mi chiedo chi me lo faccia fare, allora, di starmene ancora qui, meglio che posso, allenandomi, mangiando cose sane, truccandomi, ascoltando musica e guardando film. Se fossi una pessimista professionista mi lascerei andare, penserei che sia tutto falso, inutile, gretto, volgare. E invece salvo ancora tante cose. Forse non è abbastanza, però tutto quello che mi piace per me rappresenta una forma pura di godimento per ognuna delle mie strane giornate. 


Ammetto che in questi ultimi anni l’unico vero cambiamento che mi sono imposta è una certa anestesia dei sentimenti: non voglio più cercare o trovare qualcuno da amare. Non voglio vivere in coppia. E questo ha comportato frequentare sempre meno unitamente ad un crescente isolamento a cui mi sono prima abituata e poi affezionata in modo irreversibile. Tutto il resto è uguale a sempre: provare a coltivare interessi e passioni, essere d’aiuto a qualcuno se necessario, conservare il controllo del quotidiano senza gravare su nessuno. A volte penso addirittura che la pretesa di una felicità che dipenda da talenti che in realtà non possediamo sia una grave forma di arroganza. Credo che bisognerebbe essere capaci, quando ce ne rendiamo conto, che non necessariamente ne siamo tutti destinati o meritevoli e che alcuni di noi (non saprei dire quanti) stiamo al mondo semplicemente per esprimere pienamente noi stessi. Questo sì che ce lo dobbiamo: una sorta di passaggio di testimone da quella materia grezza che siamo stati, come esseri ingenui e privi di consapevolezza, a quella forma definita e compiuta che ci siamo costruiti per meritarci il passaggio, per giunta non richiesto, su questa terra.


Chi lo sa come è fatta la testa di chi crede che in fondo ne valga così tanto la pena che sarebbe bello vivere per sempre e, in mancanza, lasciare traccia con una prole numerosa e capace di migliorare ogni cosa? Chi lo sa cosa significhi andare oltre un buon primo piatto con ottimi ingredienti, una sessione di allenamento in cui siamo riusciti a dare tutto, una vincita inaspettata, un trenta e lode…io mica lo so dire cosa ci sia oltre certi piccoli, insignificanti e passeggeri piaceri, per pensare che ne valga davvero la pena? Chi lo sa davvero cosa intende chi dice che domani andrà meglio?


Quello che so di questo primo mese di questo anno ancora sconosciuto, fatto di speranze e di ormoni ballerini, è che ho sempre rifatto il letto come si deve, immaginando già l’accoglienza serale per un corpo stanchissimo, comprato solo cibo biologico, fatto tre sessioni incrementali di plank ogni mattina prima di ogni allenamento e pedalato fino allo sfinimento. E poi so che sono venuta sempre al lavoro a piedi ascoltando per tutto il tempo un audiolibro che mi ha commosso fino alle lacrime e che da dieci giorni il bambino orrendo che abita sopra è assentee il silenzio domestico è perfetto.


Come pessimista non me la passo ancora troppo male. Nulla chiedo di più, non a quest’anno, ma alla mia vita intera

venerdì 13 gennaio 2023

I venerdì 13 di una vita

 Mi piace un sacco quando si realizza la combo venerdì 13. Forse perché pure quando sono nata era così e perché sia il venerdì che il numero 13 sono concetti che nella mia testa evocano sollievo e buona sorte. Insomma un buonumore basato sul nulla perché dettato da fattori in nessun modo correlati a vantaggi reali o scientificamente dimostrabili, la qual cosa - a ben pensarci - non è mica da sottovalutare perché suggerisce l’idea che l’autosuggestione sia complice di gran parte della nostra decisione a stare lontani dalla negatività e dalla scontentezza. Tredici sono pure gli anni in cui vivo a Milano e da quando occupo il mio attuale lavoro. E 13 è la data in cui festeggio l’onomastico. Nulla di chissà quale significato, però c’è qualcosa di rassicurante nel voler leggere nel gioco ripetuto di certe ricorrenze un qualche segnale evidente inciso nel mio destino. Chissà, fatto sta che se qualcuno mi chiedesse un numero da estrarre a sorte tra diversi premi in palio io senza pensarci urlerei con decisione il 13. Il premio (o la delusione) assegnata sarebbe senz’altro ciò che mi toccava in sorte per statuto esistenziale.

Una delle poche introduzioni di novità nel mio quotidiano di quest’anno è l’esprienza della visual radio di un canale che ascolto abitualmente come radio due. Pare poco, eppure per chi come me è malato di radio questa integrazione nella fruizione radiofonica è motivo di riflessione non banale, perché “ascoltare” la radio “vedendola” non è esattamente dire che la radio sia diventata tv. E’ una cosa diversa: per me significa portare me stessa nella radio. Che è proprio un’altra cosa e mi piace moltissimo proprio perché anche in tv, la radio rimane tale proprio perché dominano tutte le regole della radiofonìa di cui la tv si fa solo supporto rispettoso senza imporre alcuna regia propria. Esperimento davvero felice e molto interessante, che mi racconta molto della gerarchia effettiva dei sistemi di comunicazione non necessariamente legati alla cronologia della loro epica ma a parametri altri legati alla capacità intrinseca di perpetuarsi proprio in quanto immutabili fin dal principio.  


Ogni tanto faccio una cosa che mi procura un misto di sensazioni contraddittorie che vanno dal compiacimento un po’ vanesio al pudore imbarazzato: credo sia normale in fondo, quando si decide di scrivere un diario personale rendendolo pubblico. La cosa che faccio è questa: vado a vedere le statistiche dei pochi, ma per me preziosi, lettori e poi controllo i post che scelgono di leggere. A volte succede che tra questi ci siano persino quelli del 2015, quando io stessa ero veramente tutt’altra persona da oggi. E allora vado a rileggerli pure io e mi catapulto in quel tempo lontanissimo, fatto di sensazioni che ormai non provo più, di esperienze di cui credevo di non avere più memoria, di stati d’animo per i quali oggi non posso che sorridere come una vecchia zia che sorride sotto occhiali molto spessi. Ma la cosa che mi colpisce di più sono le sottotracce: tutto quello che restava taciuto dietro gli avvenimenti che raccontavo con apparentemente inutile dovizia di particolari, le riflessioni del tempo e che trovavano la loro espressione in frasi e parole diverse, negli eventi che lambivano cose successe senza farle uscire pienamente allo scoperto. A pensarci bene anche questa è una maniera di preservare un ricordo: scrivere di tutto quello che c’è intorno quasi a proteggerne il valore senza necessariamente esibirlo del tutto. E mi sono chiesta cosa possa aver pensato chi si è limitato a leggere quel contorno senza poter davvero conoscere tutto il resto. Forse ha trovato la maniera di trovare anche lui il proprio centro, un ricordo tutto suo legato alla stessa maniera di tenerlo custodito sotto le cose che si possono dire senza troppa vergogna. Chi lo sa quanto è davvero complice il lettore sconosciuto che sceglie di incrociare quello che ormai non siamo più…


Sono sei mesi che faccio una doccia gelata tutte le mattine

Sono 23 giorni che faccio tre serie di plank prima di allenarmi

E’ un mese che ho smesso di volere alcune cose e che le ho sostituite con tutt’altro


Spero di leggere questo post tra cinque anni e di ricordare cosa volessi dire davvero. E poi di poter pensare che neppure allora (ora!) fossi poi così male. 


Questi primi 13 giorni di gennaio sono stati belli

martedì 3 gennaio 2023

Cosi, giusto per “principio”

 Hey Tu! Allora?

Allora cosa? Ah, vuoi sapere come mi trovo in questo reset temporale nel quale sento solo parlare di obiettivi, aspirazioni, immancabili propositi che durano il tempo che meritano, facendosi beffa dei poveri super motivati della prima ora, che pensano che basti una data canonica per trovare forza e metodo per ottenere i risultati? No, ho smesso di cadere in certe trappole da molto tempo ormai. Io voglio solo continuare ad avere voglia di fare quello che faccio da sempre. Non mi interessano più i risultati. A me sta a cuore la disciplina in se stessa, il non tradire un impegno preso a tempo indeterminato. E’ per questo che ho perdonato pure un anno fesso come il 2022: non mi ha impedito di continuare ad essere quello che voglio essere davvero. 
Però gli altri anni ti interessava focalizzarti anche su altre cose. Speravi ancora di innamorarti di qualcuno che non ti cercasse solo per: dimenticare un amore precedente, trovarti semplicemente libera e piacente per soddisfare bisogni che non erano anche tuoi, mettere in pratica il suo narcisismo, sistemarsi con una persona che non facesse troppe richieste e fosse economicamente autonoma…insomma lontano da campioni di tal fatta. Hai smesso di sperare in questo?
Certo che ho smesso. Mi pare più che sensato ormai. Ho una certa età, non ho più voglia di uscire e conoscere gente nuova, non mi piacciono le famiglie e non sono mai stata interessata a formarne una, non ho mai neppure vagamente prospettato l’ipotesi di circondarmi di bambini, non ho più nessuna intenzione di mediare barattando la mia volontà con i bisogni di qualcun altro… Ma questo già lo sai da tanto tempo. Te lo ripeto ad intervalli regolari ormai.
Sì, però, dai…lo sai cosa intendo. Sei stata sempre così romantica, ai limiti del ridicolo direi, quando ti ho scoperta innamorata folle di uno di quei catorci che ti sono piaciuti fino a poco tempo fa
E’ vero. Una cretina integrale in effetti. Boh, forse la verità è sempre quella: non mi interessano le famiglie ma mi piace moltissimo l’idea della coppia. Ho passato gli anni più intensi della mia vita emotiva a sognare l’incontro per la coppia perfetta, quella che basta a se stessa, alla qualità del tempo condiviso, unita da una visione del mondo e da una sensibilità affine. Solo questo ho davvero, profondamente desiderato nella vita. Due che non hanno bisogno di fare progetti, ma che sono essi stessi la realizzazione piena di un progetto precedente al loro incontro
Ehhh, ma che esagerazione…
Sì, lo so. Me ne rendo conto. Ma io questo volevo. E infatti non l’ho trovato
Perché non provi ad immaginare di desiderare anche dell’altro
No
Ah, ok…e ti sta bene?
Sì. Di questi tempi un po’ amari, sospesi tra il bisogno di tornare a ritrovarsi e recuperare il tempo perduto ad imporsi distanziamenti a vari livelli e l’emergere di un individualismo che forse fa meno paura di un tempo, quello che io ho davvero imparato è stato assaporare una forma, in parte inedita ma in fondo gioiosa, di individualismo nel quale mi sono divertita a tarare i ritmi un po’ sfasati delle mie giornate. Mi piace non soffrire più per amori inutili e sostituire il tempo delle lacrime e dei languori con quello dedicato alle cose nuove in cui cimentarmi e da approfondire più che posso. Ho capito che sarò davvero soddisfatta della mia vita quanto più fuggirò dalla superficialità. E poi ho capito che non mi spaventa più l’accettazione, la serena presa d’atto che i miei tentativi passati erano un mero accanimento a cercare ciò che non sarebbe mai stato mio. Non bisogna mai forzare gli eventi: quello è un segnale chiaro che dobbiamo passare oltre. 
E stai davvero meglio?
Sì. Ogni forma di nuova consapevolezza significa stare meglio, pure mentre fai i conti col disincanto
E se dovessi incontrare qualcuno proprio come lo sognavi fino a qualche anno fa?
Oh, non accadrà stai tranquilla. Adesso lo so. Non mi freghi più
Allora ti auguro di avere ragione…per quanto non sia soltanto lei a regolare tutto. Di questo mi darai atto
Lo so. Ma la pazzia è un lusso che non posso più permettermi. Tra le due mi tengo la ragione. Mi offre più garanzie
Buon 2023
Grazie anche a te

giovedì 29 dicembre 2022

Proposito. Uno. Ma forse è troppo

 C’è una cosa che mi piace fare più di tutto durante questo non rigido inverno, incastonato in un anno spero dimenticabile in fretta non per il male che mi ha riservato e che in fondo neppure c’è stato, ma per il senso di vuoto e di affaticamento che ho dovuto attraversare e del quale forse non è neppure il solo responsabile “cronologico”. Non voglio cadere nell’ennesima trappola del bilancio in perdita: gli ultimi post sono stati una specie di unico lungo lamento nel quale, oggi, leggo il tentativo un po’ maldestro di cercare un responsabile a tutto quello che non mi è piaciuto. Non ci sono responsabili. Ci sono delle esperienze che non ho compreso, persone strane e assurde con cui mi sono confrontata e che forse avrei dovuto allontanare prima. Per il bene di tutti. Ma vabbe’. Direi di chiuderla qui e di tornare, appunto, alla cosa che mi piace fare più di tutto durante questo non rigido inverno. E cioè andare a letto molto presto. Un paio di volte sono riuscita a farlo persino prima delle otto di sera: ad un certo punto, dopo aver lavato i piatti, preparato il cestino per il pranzo al lavoro, ascoltato per un po’ la voce rassicurante di Csaba e le sue regole di bon ton su come apparecchiare la tavola e cucinare da perfetta mogliettina degli anni ‘50, mi esplode un sonno che non sono capace di gestire e così, forte di questa sensazione meravigliosa e per me molto rara, accendo per qualche minuto la termo coperta accomodata sul letto, mi strucco con calma, mi passo la crema sul viso, mi lavo i denti, prendo una pillola di melatonina per essere ancor più sicura della mia condizione rilassata, metto i tappi per le orecchie (la vera svolta della mia vita da quando ho capito che l’orrendo bambino del piano di sopra non avrebbe smesso di esistere sulla mia testa solo perché io lo desideravo) e mi sistemo nel mio letto nuovo sul quale so che mi addormenterò quasi immediatamente.

Mi succede da poco più di un mese di fare così e grazie a questo nuovo approccio alle mie “prime serate” riesco a dormire fino a otto ore o anche di più, rendendo le mie sveglie antelucane un’esperienza finalmente carica di tutta l’energia possibile, invece che il trauma quotidiano di una semi insonne che parte con l’ansia “reattiva” dal primo momento in cui riapre gli occhi. Funziona moltissimo, soprattutto se non devi rendere conto a nessuno dei tuoi bioritmi e se quello che ti interessa fare non richiede lo stare sveglia proprio in quegli orari. Insomma, per farla breve, la cosa che salvo di quest’anno è il mio tentativo riuscito in modo fisiologico di un prolungamento delle ore di incoscienza, come se la vera consolazione per una condizione in fondo non dolorosa, ma neppure felice, piena di perplessità sul presente e una sensazione di poca chiarezza sull’imminente futuro fosse il semplice approfittare dell’avere sonno per infilarmi in un letto caldo e anticipare così il momento in cui non si vuol pensare a niente, ne’ vedere nessuno, parlare o esercitare una qualsiasi altra attività anche lieve. E quei pochi minuti antecedenti a tutto questo sono per me una forma pura di felicità.


E così succede che, qualche volta, la mia solita sveglia delle cinque mi abbia già garantito fin troppe ore di sonno tanto da farmi svegliare in modo autonomo ed essere felice di quel tempo del tutto non negoziabile del primo mattino fatto di allenamento, doccia, ordine domestico, caffe’, acqua, te verde, trucco e passeggiata verso l’ufficio. Le mie ultime giornate hanno avuto il sapore rassicurante delle cose prevedibili e semplificate, fatte di poche parole, ore di lavoro giuste, tanto ordine (o poche cose messe in disordine) e allontanamento da persone a cui non posso essere d’aiuto e che non mi fanno bene a loro volta. Vorrei tanto che questi ultimi giorni di quest’anno vuoto e senza una mappatura ragionata degli avvenimenti, trascorressero ancora così, facendo spazio eliminando tutte le cose che mi stancano. Oppure aggiungendo tempo a tutto quello che mi restituisce riposo e sollievo. Anche soltanto grazie a qualche ora di sonno in più. Non mi sono mai sentita più pronta di adesso ad accogliere il nuovo anno con questo spirito con le pretese abbassate e proprio per questo ambitissime. Se ci è riuscito, in parte, persino un anno sbagliato come il 2022…

Amen

mercoledì 21 dicembre 2022

Distanze. Da mantenere (se non proprio da amare)

 A chi, se non ai giapponesi, verrebbe in mente di dedicare una giornata in omaggio agli amori a distanza. Che poi a pensarci bene potrebbe vantare una platea vastissima di potenziali interessati se si considera che gli amori a distanza non sono soltanto quelli risolti dalla reciprocità e che vivono solo il dramma della distanza fisica. Amori a distanza sono pure tutti quelli a cui la vicinanza è resa impossibile da vincoli oggettivi come quelli anagrafici, o la sopravvivenza di uno soltanto della coppia, dall’amore sbocciato troppo tardi e reso problematico da legami già in corso, dalla differenza di classe che in certi luoghi più che altrove rappresenta un vincolo reale…i motivi per cui certi amori sono destinati a rimanere distanti sono tantissimi e tutti, a mio modo di vedere, concettualmente molto dolorosi. E poi ci sono gli amori a distanza che vivo io, che credo siano ancora un’altra cosa: sono gli amori che non riescono a trovare la loro forma perché non hanno neppure il coraggio di cercarla. Ci sono amori che si provano soltanto nella certezza della loro mancata realizzazione perché hanno paura di nascere, di lasciarsi vivere, di credere nella loro possibilità di non affievolirsi mai.

Mi ero ripromessa di trovare del bello in quest’anno indifendibile e ci sono riuscita proprio esplorando le piccole parentesi dentro un quotidiano rigidamente programmato per escludere imprevisti e complicazioni, in quei vuoti dove prima amavo crogiolarmi nelle smanie, nei chiodi fissi, nei sensi di colpa, nell’intimo convincimento che tutto fosse una responsabilità soltanto mia. Quegli spazi ora sono la leggerezza e il respiro ampio di chi ha smesso di restare compresso cercando il perdono pure dove non vi era nessuna colpaE così, in questa ipotetica lista di cose per cui essere grata, che ho deciso di stilare fino all’ultimo giorno di questo annus horribilis, c’è l’assenza pacificata di ogni struggimento amoroso, accompagnata da tutte quelle “esternalità positive” che annullano sentimenti tossici come gelosia, senso del possesso, delusione, noia, ansia riproduttiva, bisogno di essere compresi a tutti i costi. I legami, quando davvero tali, sono sempre complicati. Oppure semplicissimi, ma in questo secondo caso solo per i pochissimi eletti benedetti dal perfetto incastro delle anime. E’ troppo raro per ritenersi i papabili di questa esile schiera.

 

Io ho già festeggiato il mio Natale e quindi posso dire in anticipo che è andato bene: noi che viviamo di sfasamenti temporali arbitrariamente stabiliti, possiamo permetterci anche di pensare al “futuro” traghettandocelo a piacimento nel presente e giocare d’anticipo sul risultato. C’è della follia in certe scelte di vita, che in fondo sono tali soltanto in piccolissima parte. Eppure raccontano di possibilità, come quella di attribuire sacralità ad un periodo “normale” per poi diventare gli spettatori divertiti di una frenesia collettiva di cui non si sente di voler fare parte. Non andrò in giro per fare regali, non dovrò inventarmi facce per fingere di gradire quelli che per fortuna non sono costretta a ricevere. Mi piace fare così. Da tantissimi anni ormai. E’rilassante. Neppure il peggiore di tutti gli anni fino ad ora conosciuti è stato capace di peggiorare questo aspetto della mia storia personale: ho sofferto molto di più in altri tempi, mi sono persino sentita molto meno bella di oggi, sono stata meno ricca, meno consapevole, più goffa e superficiale, meno risolta. Quest’anno ho avuto il raffreddore per un solo giorno ed è rimasto il mio unico malanno dal 2015. E’ stato un anno orrendo eppure non mi ha fatto niente per cui dovessi sentirmi peggiorata. Forse è tutta colpa della distanza. Quella che passa tra la mia storia e quella di questo tempo sbiadito che prova a contenermi. Una distanza che andrebbe coperta con l’amore che non ho più voglia di provare. Chissà, forse un giornodi nuovo…tutto diventerà più interessante perché amabile.

Di certo non oggi. Di certo non nel 2022

martedì 13 dicembre 2022

Nel dubbio, respira (o chiedi ai gatti)

 Quante cose sono successe negli ultimi giorni di questo anno orrendo. E che ci sia del buono in ogni cosa forse è una roba che ci raccontiamo credendoci il giusto che serve per farlo diventare vero. Il mio feroce programma alimentare detox è stato portato a termine anche a questo giro senza neppure un errore e io credo di non essermi mai sentita meglio e più in forma in vita mia. Ho rivisto persone care e notizie sorprendenti che mi hanno destabilizzato e modificato la percezione del senso dei miei legami con le persone a cui tengo. Ho alleggerito il cuore e fatto pace con tutto quello che mi è precluso e mi sono finalmente resa conto che non necessariamente i cambiamenti debbano avvenire soltanto attraverso il dolore. A volte ad essere rivelatrice può essere, semplicemente, una bella notizia inaspettata. 

Sono stati giorni di profondo silenzio e di sublime solitudine accompagnata da letture lievi e vecchie commedie divertenti. Chiudo quest’anno con l’ostinata intenzione di riservare anche a lui un sentimento fatto di gratitudine e riconoscenza: per tutto il dolore che mi ha risparmiato e di cui non possiedo contezza, per gli spunti, solo in apparenza casuali, che mi ha concesso per approfittare della bellezza che mi sta intorno e che chiede solo un po’ più di attenzione. Per gli affetti, che si trasformano senza per questo esaurirsi. 


Oggi è il mio onomastico. Per l’occasione mi sono regalata dei pasticcini di ricotta, cocco e mandorle ricoperti di cioccolato. Sono squisiti. E poi ho fatto un allenamento nuovo che mi diverte molto ma che richiede un tipo di respirazione diversa se non voglio entrare subito in affanno. E ho pensato che è un fatto davvero strano: uso dei pesi inferiori rispetto a quelli soliti madevo saltare di più, fare più esercizi differenti e con minori tempi di recupero tra l’uno e l’altro e questo fatto mi ricorda parecchio proprio quello che ho deciso di fare nel mio quotidiano accompagnamento verso la conclusione di questo ultimo strano scorcio di anno. Vivere alla giornata non ha per me alcuna valenza negativa: è il solo modo che conosco per “seguirmi”, o meglio “accompagnarmi”, verso forme di nuove di ammirazione del mio tempo e di pormi traguardi compatibili con le aspirazioni che sento il diritto di avere. E per tutto questo imparare a respirare correttamente credo sia fondamentale. Perché si fa presto a dire “allenarsi è importante” …meno lo è sapere per cosa abbiamo scelto di farlo.


Sono giorni che penso spesso a Pablito, il micino che adottai e che visse con me a Milano per un paio d’anni, prima di trasferirsi per sempre giù dai miei. E’ morto l’estate scorsa eppure la sua assenza si avverte ancora fortissima tra tutti noi che lo abbiamo amato per ogni attimo di gioia vissuto con lui. Era un gatto strano, ma forse la verità è che lo sono tutti a modo loro. Quando viaggiava non batteva ciglio: era capace di starsene immobile per una giornata intera senza protestare eppure quando usciva non stava fermo un secondo. Non ha mai aggredito l’albero di natale e stava molto attento a non rompere niente. Lo amavamo per il solo fatto di esistere e di essere sempre presente a se stesso. Bastava questo a renderlo la creatura più affascinante che rallegrava ogni singola giornata con lui. Da allora la mia casa non è più la stessa e ogni volta che torno penso sempre che la sua mancanza non smetterà mai di essere avvertita come nell’istante in cui è venuto a mancare. Che bello sarebbe essere ricordata così: senza alcun merito eppure avere un tale significato da restare intatta nel cuore di chi mi ha amato. Quest’anno lo tenevo in braccio fin dal risveglio. E pure quando l’ho salutato per l’ultima volta. E poi ho continuato a sentirlo ancora. Anche dopo che è mancato. E a mequesta cosa pare una meraviglia.


E così ho pensato che anche io, nella mia ostinata marcia solitaria dentro un presente che quasi mai trovo accettabile davvero eproiettata verso un futuro colorato soltanto col fumo, trovo la pace nelle maniere più bizzarre: in un respiro che cambia il suo ritmo, in un micio che fa compagnia nei ricordi. o in un dolcetto col cioccolato dedicato a me stessa nel giorno più corto dell’anno. In fondo è quasi finito. Come tutto. Come niente

martedì 6 dicembre 2022

Otto meno tre (e di altre certezze positive)

 Otto giorni senza. Forse per chi ci è abituato non vuol dire nulla. Per me invece rientra nella sfera delle piccole grandi sfide che provo ad impormi e a superare anche solo per vedere l’effetto che fa. Io, di prassi, bevo tanto caffè, sebbene limiti il mio consumo solo nell’arco della mattinata e non perché sia particolarmente appassionata di questa bevanda ma solo perché nella mia percezione rappresenta una fonte immancabile di energia e di qualche  barlume di lucidità. Sono otto giorno che non prendo caffè e tutte le volte che succede mi stupisco di quanto il mio corpo reagisca sempre nella stessa identica maniera: per i primi tre giorni ho un mal di testa cosi forte che la vista mi si appanna, faccio fatica ad alzarmi in piedi, ho i crampi alle gambe per i primi dieci minuti di camminata e sono accompagnata da una sonnolenza acuta e insidiosa per l’intero giorno. Poi la svolta. Dopo tre giorni il mal di testa passa completamente, assieme a tutte le strane anomalie da astinenza correlate, i pensieri si fanno lucidi (compatibilmente a quello che posso “produrre” io di lucido), dormo molto profondamente (anche se sempre molto poco), ritrovo energia per fare qualunque cosa e la pelle è più luminosa. Questo fatto mi colpisce sempre molto perchè ogni volta mi chiedo come mi sentirei se non avessi abbastanza forza per sopportare quei primi terribili tre giorni. In fondo mi basterebbe prendere un caffè proprio quando mi manca di più e il mal di testa mi passerebbe immediatamente. Ma io mi ero imposta di non farlo e questo significherebbe punti in meno nell’autostima e nella capacità di porsi degli obiettivi e di portarli a termine. Quando cerco scuse per mollare di solito mi dico cose del tipo in fondo chi mi assicura che starò davvero meglio se continuo a resistere? Nessuno. E’ un piccolo test, se vuoi un atto di fede, una cosina così ma faticosa abbastanza da metterti alla prova per testare quanto è davvero grande la tua forza di volontà. Per me ha senso ma poi ho bisogno anche del risultato. E ormai lo so che per me arriva soltanto dopo quei tre giorni. In realtà assieme al caffè smetto di assumere moltissime altre cose perché questa prova di fatto si inserisce in un percorso detox molto restrittivo e dal quale esco sempre conoscendo qualcosa di diverso di me. Tre giorni di agonia, più qualcuno di forte restrizione alimentare in cambio della mia piccola rinascita. Credo che ne valga la pena.

Alla radio sta passando il report del Censis, quello che annualmente “fotografa” il Paese basandosi su parametri che restituiscano in qualche misura lo spirito del tempo. E’ emersa la parola malinconia. Siamo un paese bloccato non tanto nella sua possibilità di crescita economica, quanto perchè emotivamente congelato, immobilizzato dai traumi recenti e dall’incapacità di osservare il futuro in modo creativo e curioso. In fondo nessuna sorpresa, anzi, ci si stupirebbe del contrario. Eppure, sempre il Censis, ci ricorda che non siamo mai stati meglio di cosi: il paradosso vero del contemporaneo è che, nonostante il covid, le guerre, la crisi ambientale…in realtà le condizioni (in media) di salute, l’aspettativa di vita, le condizioni economiche sono migliori che in qualunque altro passato della nostra storia. Ad essere malato è solo lo sguardo sul futuro, le aspettative e questo dato, assolutamente aleatorio e non realmente basato su alcun fenomeno fattuale, ha un potere di compressione emotiva così forte da impedire all’ottimismo di guidarci. Una roba che a pensarci bene mette i brividi. Eppure è proprio così. E così ho pensato che è bello imporsi delle sfide che ci fanno un po’ paura perché sono quelle che ci danno la misura delle possibilità raggiungibili e della forza da dosare per ottenerle e che questo dovrebbe valere anche per un paese intero che sceglie di star fermo solo perché ormai ha troppa paura di non farcela.


Di questo ultimo scorcio di anno, che non ho esitato a definire uno dei più faticosi e oscuri per me, vorrei provare, proprio imponendomela come sfida, a trovare qualche ragione per esercitare, stavolta, la riconoscenza e tutto il buono che si cela nei momenti percepiti come ingiustamente complicati. E così mi sono detta che la vera riconoscenza sta tutta qui, sta proprio nell’abitare la complessità del mio tempo allenandomi a viverlo senza paragoni con un passato spesso ingannevole. Perché non è vero che sono stata meglio di adesso e non perché me lo dice il Censis. Ma perché sono otto giorni che non bevo caffè. E dopo i primi tre sono rinata. Come previsto 

lunedì 28 novembre 2022

Che dire? Quasi nulla. Mica poco

 La verità è che non ne ho più voglia. Ho sempre amato scrivere parlando dei fatti miei con la coscienza che così facendo avrei capito tutto meglio: vedere un pensiero o una sensazione tradotti in parole che sono “fuoriuscite” da me è stato sempre un potente motivo di consolazione. E’ così che ho imparato a sdrammatizzare, a trovare ispirazione e intuizioni sulla strada da percorrere. Mi piace fissare i ricordi e accorgermi di come negli anni si sia modificata la mappa delle mie emozioni e le cose che mi parevano importantissime e gigantesche e poi per nulla. Ricordo di essere stata romanticissima, innamorata per tempi lunghissimi sempre della stessa persona, con la quale poi nulla è andato come avevo immaginato e desiderato. Ricordo di cose scritte mentre piangevo tutte le mie lacrime, o animata dal senso di umiliazione per offese gratuite o mancanze. E poi c’è stato un tempo in cui ho preso coscienza della mia irrimediabile attitudine alla solitudine, ormai satura del mio fallimento nella corretta scelta affettiva. Forse è quello il periodo che ricordo con più tenerezza, quando tutta la fatica si è ad un certo punto concentrata sul vero significato di perfetta autonomia e in che modo canalizzare gli sforzi per riuscire a cavarmela da sola il più possibile. Eppure adesso sono stanca. Me ne accorgo dalla frequenza sempre più diradata con la quale aggiorno questo blog e la sensazione spiacevole di non aver più nulla da raccontare. In fondo non è obbligatorio avere una vita avventurosa o così ricca di sorprese al punto che condividerne una parte possa generare un qualche interesse in chi legge. In realtà un po’ di cose mi sono successe, ci sono faccende a cui penso sempre più spesso e che potrei forse decifrare meglio “raccontandomele” per iscritto. E invece non riesco più a farlo con la naturale frequenza di un tempo. La sola spiegazione che riesco a darmi è una certa atrofia sentimentale: non ho tormenti amorosi e questo per me equivale a dire che la vita è un po’ più facile, ma pure meno epica e ispirata.

Finalmente il 2022 si decide a finire. Non è stato un anno bello: alcuni lutti familiari molto dolorosi, un’estate arroventata, Ischia che affonda su se stessa, la destra che ci fa litigare su cose per le quali non frega una mazza a nessuno. ma nessuno proprio. E poi un senso di stanchezza prepotente dettata da anni recenti che sembrano portarmi il conto soltanto adesso. Non riesco a collezionare esperienze memorabili o sentirmi di appartenere davvero a qualcosa di importante. Ricordo che quando questa apatia da anoressia emotiva mi attraversava negli anni passati, imbastivo un finto dialogo con la mia coscienza in un gioco di ruoli in cui lei mi bastonava e io provavo a difendermi col sarcasmo. Dopo rileggevo tutto e mi veniva da sorridere per quanto fossi irrimediabilmente ancorata a quella goffa adolescente che al tempo aveva solo fretta di non esserlo più. Direi di esserci riuscita veramente molto male. E così oggi ho pensato che potrei almeno tentare di salvare qualcosa di questo anno così povero di avvenimenti e di scosse tonificanti. Cosa salvo?


Salvo il mio sacrificio quotidiano ad allenarmi per garantirmi la dopamina necessaria a non cadere in depressione e a gestire il mio umore della giornata con un po’ di tempra. Salvo tutte le mostre a cui sono andata, la mia vacanza a Stromboli, il mio modo creativodi cucinare, le due o tre persone che si ostinano a cercarmi e a volermi fare del bene malgrado io non possa fare molto per loro. E poi salvo i miei corsi, di cinema in primis ma anche gli altri, che restano belli pure se soltanto a distanza e salvo lo sforzo di approfondimento e di pensiero critico che mi sollecitano sempre a compiere. Salvo le mie camminate chilometriche senza le quali non avrei modo di ossigenare i pensieri senza farli marcire nell’asfittico limite di uno spazio compresso. Salvo il mio gusto crescente dello star sola, finalmente inteso come un premio, e non una inadeguatezza, di resistenza contro l’adattamento a qualsiasi compagnia.


E’ stato un anno molto faticoso, pieno di ombre concepite come cose immateriali che mi hanno procurato tristezza, che si porta dentro un tempo più lungo di cose diventate troppo diverse da quello che erano. C’è qualcosa che non va. Qualsiasi cosa sia vorrei che se ne restasse parcheggiato in quest’anno che sta finendo, relegato nel limbo eterno delle cose incomprese. Intanto ho fatto spazio

giovedì 17 novembre 2022

Vuoti. Da riempire? E quanto? E come? E soprattutto perché?

 Anche il mobile grande in cucina è partito. Guardo quella stanza ormai quasi vuota e mi pare un posto indifeso, come se non fosse più possibile custodirci nulla o accumularvi cose con la speranza che si trasformino in ricordi. La mia piccola casa sta tornando ad essere quella specie di guscio vuoto che mi sembrò la prima volta che venni a vederla prima di comprarla. Mi pare ieri e invece sono passati tredici anniRicordo che arrivai in questo quartiere per un’altra casa. Ma era ancora in costruzione e io non volevo aspettare altro tempo. Così, per non vanificare quella trasferta decisi di chiamare il numero che vidi sul cancello della palazzina di fronte. Mi rispose un uomo molto gentile e anziano di cui mi fidai immediatamente. Fu una trattativa velocissima. Senza neppure il preliminare. Non ho mai saputo se feci un affare o presi una sonora cantonata: è una casetta molto piccola e umida nella quale mi sono divertita a fare un mucchio di lavori e di tentativi di migliorie. In fondo non custodisce neppure troppi ricordi e ci sono entrate persone e cose che non saprei quantificare in modo puntuale né nel numero e neppure nel valore reale. So soltanto che dimenticare e gettare via, in questo periodo, mi sembrano dei sinonimi intercambiabili a piacimento e che mi piace associare alla parola paccottiglia. E così oggi la mia cucina è bella spaziosa e nell’altra stanza c’è ora un bellissimo letto nuovo a ribalta che quando è mattina è chiuso e fa diventare grande anche quel vano. Dopo tanto tempo non sono più costretta a dormire nel soppalco, a sua volta diventato spazio libero da regalare ai fumetti più voluminosi e che mai butterei via. Vivo questa nuova dimensione domestica con lo stesso stupore di chi ha appena traslocato. E’ una sensazione bellissima che ha il sapore di una rinascita, un nuovo inizio, una piccola rivoluzione nella mia dimensione privata.

Non mi ammalo credo dal 2015. Quella volta per fortuna ero a casa dai miei: svenni e vomitai ininterrottamente per tre giorni. Una notte mi alzai per andare in bagno ebbi un mancamento, caddi con la faccia sullo spigolo della doccia e solo per mezzo centimetro non persi l’occhio. Quando ricominciai ad uscire passai un mese a spiegare che il mio viso gonfio non era il frutto di una violenza. Da allora non ho più avuto nulla, se non in questi ultimi due giorni nei quali convivo con una forte tosse. Direi che in fondo, dati gli anni che corrono, potrei dirmi miracolata: comprendo persino quelli che mi vorrebbero ammalata di covidperché me lo meriterei visto il mio irriducibile scetticismo verso questi vaccini. Vi comprendo, vogliate perdonare la mia ancora efficace reattività ai malanni. Forse il perenne senso di inadeguatezza alla vita mi aiuta: se mi alleno con la costanza di un milite spartano, se mangio cose che farei fatica a spiegare anche al nutrizionista più aggiornato, se la paura di ammalarmi in solitudine supera quella di farmi curare da medici di cui non so la storia, probabilmente mi sono creata un mio personale rimedio preventivo che pare funzionare. O, più semplicemente, fino ad ora mi ha detto bene. Spero che duri il più a lungo possibile perché a volte anche io ho un po’ di paura.


Un paio di giorni fa è passata in ufficio una signora rumena assieme alla sua nipotina, appena arrivata, con i genitori, per vivere con lei. Era una bambina di meno di un anno, non bella, molto irrequieta e che faceva troppo rumore battendo una penna continuamente sulla scrivania, tanto da impedirmi di concentrarmi. Non vedevo l’ora che andassero via, ma sono riuscita lo stesso a mantenere la calma e a fare persino un paio di sorrisi ipocriti che credo abbiano incoraggiato la donna a raccontarmi la sua storia. Ad un certo punto infatti mi fa: vede, io sono rimasta vedova e questa piccolina è stata il mio ritorno alla vita. Di notte si alza e cerca me. Mica la sua mamma! Senza di lei sarei sprofondata nella depressione. Non so come avrei fatto”. Mi è sembrata molto tenera e quasi mi è dispiaciuta la mia solita indifferenza verso un mondo che non mi affascina, ma che in realtà non conosco affatto, come quello dell’infanzia. Le ho sorriso ancora una volta e poi l’ho salutata pensando che in fondo è giusto e normale che chi non riesce a star solo trovi amabile anche un bambino troppo petulante e capriccioso per riuscire a dare un senso e una prospettiva ai propri giorni. E poi ho pensato che sia molto onesto pure riuscire ad ammettere che esistano persone, come me, che di quella presenza, di quella maniera di credere nel futuro, non riescano a farsene proprio niente. E non è mica facile. Giuro

In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...