venerdì 6 novembre 2015

"Quello che mi manca è la mancanza"

Quando penso al più alleniamo dei film di Allen, che secondo me è Manhattan, la prima sequenza che mi viene in mente è la sua super citata lista delle cose per cui vale la pena di vivere. Uno dei punti in cui mi riconosco in pieno è il cinema svedese, che però per me ha un solo nome: Ingmar Bergman. Fino all'altro ieri pensavo che non mi mancasse niente di suo nella mia videoteca: ho persino certe sue opere minori, che forse erano talmente minori che non solo non sono doppiate in italiano, ma mancano pure dei sottotitoli per buona parte dei dialoghi. Garantisco che è un'esperienza davvero "densa", anche per chi lo ama molto, stare due ore a vedere dei frequenti piani sequenza di volti angosciati che parlano una lingua "aliena". Ho persino dei documentari che lo ritraggono in scene di vita quotidiana piuttosto insignificanti, altri che sono delle raccolte di interviste delle sue numerosissime donne. Insomma, per un periodo della mia vita, ho veramente delirato per quel cineasta così geniale, ma francamente così cupo ma che di più cupo ci sta solo il vecchio testamento...

L'altro ieri, mentre sono in Feltrinelli tutta rilassata e non predisposta ai traumi, scopro un film di Bergman che non possiedo. Non l'ho ancora comprato, ne ho visti troppi per non sapere quale stadio depressivo dovrei essere disposta ad accogliere nel vederlo, ma essendo io una completista non credo che resisterò a lungo. Avrò anche quello. Devo solo provare a fare i conti con uno stato d'animo di cui amavo compiacermi un po' di anni fa e che adesso invece farei fatica pure a rievocare.

Mentre ci pensavo ho cominciato ad immaginare anche io la mia lista delle cose per cui vale la pena di vivere, provando a capire quali di quelle sarei capace di ritenere indispensabili per tutta la vita e non solo per certe fasi passeggere o peculiari. Ma non ne sono capace. mi vengono in mente solo cose stupide, ammesso che sia stupida la pastiera napoletana, Camden Town la mattina presto, quelli de ruggito del coniglio, Calvino, un cappuccino fatto bene, un cinema in cui nessuno respira...

No, non sono pronta per una lista seria che mi sveli il segreto del buon vivere con una scala di priorità, rigorosa, razionale ed essenziale. Noi completisti siamo così. Ci piace avere tutta la serie, quella che di solito include sia la paccottiglia che le perle, quella che mischia in ordine sparso le cose che non ci servono e quelle che ci
portano dove dobbiamo andare.
Ho ancora bisogno di tutto per trovare quel pochissimo che mi è necessario.

Ed è per questo che se entro domani non avrò tra le mani quel film di Bergman che ancora mi manca nulla potrà più avere un senso per me.




mercoledì 4 novembre 2015

Stammi vicino (di casa)


La piccola casa in cui abito sta al piano rialzato e all'interno di un cortile di un condominio a due piani. Il quartiere, per quanto popolare, conserva una certa grazia e una sua identità per nulla scontata in un'area periferica di una città come questa. E poi proprio qua, di fronte a me, ci sta il Monzino, considerato uno dei maggiori ospedali di cardiologia di tutta Europa. Un centro di eccellenza che ha contribuito di molto a riqualificare un quartiere problematico come questo. Io qua ci sto proprio bene, baratterei questa zona solo con Brera o con la zona di via Tortona (ma cosa ti dico mai? Dove altro si potrebbe desiderare di vivere qui a Milano?).

Accanto al mio appartamento ci sta una casa identica alla mia e che è disabitata già da prima che io arrivassi qui. È stata espropriata e l'anno scorso è stata messa all'asta. Nessuno si è presentato per l'acquisto e così la prossima vendita che si terrà sarà con proposta in busta chiusa. Tutti mi hanno detto di comprarla, che ormai potrei averla ad un prezzo minimo, che ne verrebbe una bella casa di dimensione finalmente normale. Per un periodo ci ho seriamente pensato e l'idea mi stuzzicava molto, ma poi non facevo altro che chiedermi cosa ne avrei fatto di quello spazio in più. Niente, giusto una sala per gli attrezzi per allenarmi, ma alla fine mi arrangio anche ora spostando un po' il tavolo. Però forse la ragione vera per cui non voglio comprarla è un'altra. E io lo so che è quella e solo quella che mi fa deviare da ogni altra ragionevole ipotesi.

Una volta mi capitò di leggere delle cose sulla biografia di Frida Kahlo che riguardavano il suo tormentatissimo rapporto con Diego Rivera, il pittore che ha sposato per ben due volte, quello che le ha fatto tutte le corna possibili, che l'ha umiliata in tutte le maniere immaginabili, ma che alla fine non è mai stato capace di lasciarla perdere neppure nei momenti più terribili della sua malattia. Gli ultimi anni che i due passarono assieme furono in due case confinanti ma unite da un piccolo ponte.
Lei raccontava che la convivenza era divenuta ormai impossibile, ma stare lontani lo era altrettanto.
Quella fu la soluzione definitiva al dilemma. Mi ricordo che trovai geniale questo artificio di "indissolubile-legame-sciolto" e pensai che probabilmente il segreto della perfetta vita di coppia sta tutto in questa cosa qui. Stare vicinissimi ma non sotto lo stesso tetto.

E così, tutte le volte che mi affaccio dalla mia finestra e che mi ritrovo davanti quelle tapparelle chiuse ormai da troppo tempo, penso a quanto sarebbe fantastico se ci fosse - non dico un ponte di raccordo (a meno di una ressa condominiale)- ma almeno un filo, del tipo di quelli per stendere il bucato. Mi immagino il mio Diego Rivera (ma auspicabilmente qualcuno un po' più gentile...che ne abbiamo fin su i capelli dei Rivera...)  che mi augura il buon giorno proprio da quella finestra, o che mi chiama per fare colazione assieme, per uscire assieme, e infine per darci appuntamento su come condividere la vita senza farsi "ingorgo"negli spazi reciproci. Io così me lo immagino il mio vicino. Di casa. E poi di tutto il resto.

lunedì 2 novembre 2015

Cose a cui penso quando penso a Pasolini

Confesso che prima dei quindici o sedici anni manco sapevo chi fosse Pasolini. Però mi ricordo perfettamente il momento in cui l'ho scoperto, il turbamento che mi procurò quel frammento di film che vidi all'interno di un programma della Rai tre di Guglielmi (Italiani brava gente). Era uno spezzone della "Ricotta" il più famoso dei racconti del film "a più mani" intitolato ro.go.pa.g.
Rimasi sconcertata. Anche quando poi vidi altre sue opere, anche più crude e impattanti, la "ricotta" è la prima cosa a cui penso quando si parla di Pasolini.

 La seconda cosa a cui penso è un fumetto di Davide Toffolo che racconta dello scrittore/regista/poeta/giornalista come in un sogno in cui gioca a rimpiattino con la realtà biografica. Splendido.

La terza cosa che mi ricordo è una certa aneddotica molto curiosa e apparentemente stridente con la figura di intellettuale così lucido e padrone della realtà. Mi ricordo ad esempio di una intervista alla Maraini in cui lei raccontava che Pasolini non aveva nessunissima abilità pratica. Non era capace neppure di accedere il gas per cucinare e così quando era in viaggio con lui, bisognava pensare di dover provvedere ad una specie di bambino. In un altro racconto, non ricordo bene di chi, seppi che quando il suo attore feticcio ( a cui era legato anche per altro) Ninetto Davoli lo chiamò per dirgli che voleva sposarsi perché si era innamorato di una donna, Pasolini - che era in un albergo - cominciò a spaccare tutto, a urlare e a dare di matto. I suoi collaboratori misero a tacere il fatto pagando tutti i danni.

Ecco, lo so, è una specie di oltraggio ricordare uno dei massimi intellettuali del novecento con questi
episodi privi di ogni spessore rappresentativo. Avrei potuto almeno sottolineare il fatto che qualunque passaggio televisivo, qualunque recupero delle sue interviste su you tube, qualunque suo articolo mi sia capitato a tiro...abbia sempre fagocitato la mia totale attenzione e ammirazione, per il mirabile uso della parola e per il valore tristemente profetico che hanno sortito gran parte delle sue considerazioni...avrei potuto dire tutt'altro per onorare la sua memoria. Ma chi sono io per farlo? Io, che l'ho scoperto per caso, quasi da adulta e con la frammentarietà della "didattica"televisiva, durante lo zapping casuale e annoiato di una sonnacchiosa domenica pomeriggio. Forse addirittura dopo la pubblicità di un dentifricio. Niente, mi volevo solo scusare, pure a nome della pessima scuola che ho frequentato e nella quale non ho mai sentito pronunciare il suo nome.

 "La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza"(P.p.p)
 #grazie

domenica 1 novembre 2015

Va bene. Ma meglio senza

Che poi secondo me la cosa che faccio davvero fatica ad accettare sta tutta lì. Sta tutta nella percezione che in fondo mi faccio star bene tutto. Devo stare a Milano? Va bene. Torno in vacanza a casa mia? Va bene. Faccio un viaggio in India? Va bene. Ne faccio un altro in America? Va bene. Rimango un anno senza lavoro? Va bene. Trovo un lavoro? Va bene. Mi piace qualcuno? Va bene. Non mi piace più? Va bene.

Vista così, la mia vita parrebbe non avere mai torto. Mi faccio stare bene tutto e spesso mi illudo che questo sia l'unico antidoto che mi viene concesso contro l'inquietudine. E in buona sostanza è proprio così.
Sono tornata a Milano da tre giorni dopo un bel periodo di riposo a casa, dopo un paio di cose a cui volevo pensare in tutta calma, dopo uno strano sentimento di ingiustizia nella necessità del rientro al Nord.
Ora sono qui, con le mie cose che faccio solo qui, che mi procurano altri tipi di benessere e che ammortizzano le mancanze oggettive di uno sradicamento.
E va bene. Giuro che la frustrazione reale che ho provato alla partenza da Napoli è stata completamente riassorbita, come se fosse più doloroso il pensiero della partenza della partenza stessa...sento di essere un mostro, ma la mia emotività pare difendersi così.

Un po' di tempo fa mi capitò di raccontare di una conduttrice radiofonica che seguo sempre e che mi piace tantissimo. Aveva finalmente trovato il vero amore e sembrava molto serena. Da un paio di mesi intuisco che è profondamente infelice come un paio di anni fa. Non lo dice espressamente, ma io conosco troppo bene quel senso profondo di amarezza sentimentale per non essere certa che pure quest'uomo l'ha delusa. Non ci sta niente da fare, alcune di noi si devono rassegnare al fatto che non ne sono capaci, a prescindere da bellezza, sensibilità, intelligenza, simpatia, dedizione...noi l'uomo giusto proprio non siamo in grado di intercettarlo. Ci mancano proprio le antennine. Troviamo solo quelli che ci usano, ci tradiscono o nella migliore delle ipotesi ci illudono...
Va bene...no, non va bene. Ma va così. E forse se non può andare in altro modo è un male insistere, continuare ad aspettare, crederci, illudersi...
Credo che in fondo sia un grande privilegio arrivare a questa età e smettere di investire così tanto di se' per chi non si è ancora presentato.
Se anche dovesse arrivare adesso, io gli dirò: "mi dispiace, ma ormai è tardi. Dov'eri quando ti aspettavo ed ero giovane, piena di progetti a due e di cose da fare assieme. In un uomo la puntualità è la prima cosa. Ora non puoi più farmi felice. Puoi anche andare".

E così ho pensato che mi piacerebbe tanto incontrare quella familiare voce radiofonica, magari a piazza gae aulenti dove la vidi una mattina e la salutai come una sciocca, senza pensare che lei invece non mi conosceva. Vorrei stare seduta con lei davanti a quelle belle fontane che sgorgano dal pavimento e chiacchierare per ore per farmi raccontare quanto davvero fosse speciale quell'uomo che all'improvviso la fa stare così male. E provare poi a capire se davvero nel pacchetto dei "va bene" è giusto incastrarci pure tutto quel dolore inutile.
O se magari "va bene", anzi meglio, pure senza.


venerdì 30 ottobre 2015

La resilienza sta bene su tutto (fortuna, amore, lavoro)

Ci deve per forza essere una ragione plausibile per cui il post di ieri, unitamente a quello del mio appuntamento al buio, vanti una marea in più di lettori rispetto alle mie abituali statistiche. Sinceramente non saprei che deduzioni fare, al netto di una mera casualità. Però deve pur esserci qualche ragione più logica.
Io in un post parlavo di lavoro e in un altro di difficoltà a trovare il grande amore. Insomma manca la salute e ho messo i pilastri per l'oroscopo di una povera inquieta.
Chiusa parentesi da egocentrismo letterario.

Alla fine prevale sempre il fatalismo nella mia personale visione delle dinamiche dell'esistenza. Nel mio destino di breve termine non era contemplata Roma e neppure un project manager tanto gentile e simpatico ma col quale non è scattato niente.
Eppure da sempre nella mia vita ho desiderato cose che ho voluto realizzare con tutte le mie forze senza riuscire neppure a lambirle. Ce ne stanno altre che ho ottenuto senza alcuno sforzo e a cui altri ambivano molto più di me. Ci sono occasioni che ho colto senza preventivarle in alcun dettaglio, solo improvvisandole, e mi sono sembrate come un pacco regalo inviato da uno sconosciuto.

Io credo tanto alla fortuna e al modo pessimo in cui è distribuita.
Credo abbastanza nella volontà e al suo variabile metodo di ricompensa dello sforzo.
Credo in buona misura nell'importanza dell'atteggiamento individuale e nella sua fondamentale rilevanza nell'attutire i colpi della fortuna avversa e degli sforzi non ripagati.
Non mi sono mai posta il problema della fede, perché non trovo in essa  nessuna risposta, nessuna forma di consolazione, nessun fascino, nessuna intelligenza.

Non saprei dire cosa sia prevalso nella mia vita e nel percorso che mi ha portato qui, coi miei 39 anni senza troppe pretese, con la mia enorme fortuna in certe sfere della mia vita e nessuna in altre, con la mia fatica sprecata per ottenere cose che forse non avrò mai e i perenni tentativi di modulare il mio spirito all'accettazione del fallimento.

Forse ciascuno di noi ha la sua quota di fortuna che deve sapientemente combinare con tanta forza d'animo, fatica, speranze...e poi quello che viene viene...
E qualunque cosa venga...ben venga :)









giovedì 29 ottobre 2015

Non mi pare il caso...

Il rientro alle cose di sempre è così, faticoso e ingiusto, inutile stare troppo a coltivare mestizie. Però bisogna ammettere che la sorte ci mette del suo...se la mail di risposta all'interpello a cui tanto tenevi per dare la svolta al tuo lavoro,o almeno al tuo posizionamento geografico, ti arriva mentre eri in ferie. Mi avevano confermato di possedere tutti i requisiti e domani sarei dovuta essere alle 8:30 a Roma per la prova. Avrei dovuto dare conferma il 26. Chiamo e mi dicono che posso ancora andarci. Non ci vado. L'avessi saputo un giorno prima ci sarei arrivata da Napoli...ora non ce la posso fare. Si sono proposti in 59 per 2 posti, ne hanno scartati 10. Concorrerei con 49...troppi.

 Ho portato in ufficio i casatielli della mamma e i colleghi hanno tanto tanto apprezzato. Ne sono tanto felice e mi fa ricordare che pure qui conosco un sacco di persone carine e gentili con cui vale la pena di fare merenda. Poi mi ricordo che sono i pasti principali quelli che condivido molto poco. Pare che sia una specie di molecola che alcuni hanno e altri no a sviluppare il gene della socialità spinta e gioiosa. Esiste un mercato per tutto e non per le molecole gioiose...

 Ma non mi funziona la caldaia. Non ho ancora disfatto le valigie. E non sono contenta di essere tornata. E se domani a Roma ci andassi? Se questo strano incrocio di coincidenze avverse fosse solo una ulteriore sfida motivazionale, invece che il segnale di rassegnazione che ci vedo io...

 Come faccio ad andarmene via da qui sapendo che è una cosa davvero possibile? Come faccio ad andarmene via da qui sapendo che è una cosa che davvero voglio?

martedì 27 ottobre 2015

Mi trovo bene se mi trovo dove?

Sono quasi finite. Le mie vacanze campane sono veramente volate. Quanto può essere diversa la quotidianità a seconda di dove ti trovi, di cosa devi/vuoi/puoi fare, con chi sei, che aspettative hai...

Mi sono connessa molto poco. A Milano non succede mai, essere connessa il più possibile e ovunque per me è una necessità imprescindibile. Qui a casa invece ci sono altre attività che non richiedono la compensazione della connessione. Mi sono fatta bastare le cose che avevo intorno: una città ritrovata e in gran parte riscoperta, parenti cari che non vedevo da troppo tempo, gite fuori porta magnifiche, specialità gastronomiche assimilabili a capolavori e non riproducibili altrove. E poi tanto riposo, perché uno non ci pensa, ma non è che se non fai lo scaricatore di porto non hai bisogno di staccare completamente e in modo netto da una routine quotidiana  che ti consuma proprio nei suoi automatismi, nella sua sistematica prevedibilità. Io dormo poco e questo in fondo non mi dispiace, ma ho bisogno che il mio sonno sia profondo e ristoratore. A Milano questo miracolo non si realizza mai e ormai me ne sono fatta una ragione: ho un materasso ortopedico, un piumone morbidissimo, ottimi cuscini memory...ma dormo male lo stesso, non sono mai sufficientemente riposata, ho sempre gli occhi rossi...amen...

Qui ci sta un letto normale e un micio che dorme nell'altra stanza...e dormo benissimo. Sarà che conta il fatto di essere in ferie, che all'ufficio non penso mai neppure per un nanosecondo, sarà che le cose che sai che non durano poi te le godi di più...però in questo momento ho una paura folle di tornare lì dove dormo male, dove il caffè non mi viene bene come qua pure se uso la stessa miscela, dove faccio un lavoro che non riesco a cambiare, dove non ho legami...mi abituo troppo presto ad una migliore qualità della vita...

Tanto tempo fa ho avuto tantissima voglia di andare via dalla mia casa e probabilmente se sapessi di doverci rimanere ripenserei le stesse cose. E quindi è giusto così.
Adesso invece quello che davvero mi manca è la voglia di tornare a Milano.
...disse quella che poi ci tornò, ritrovò tutti i suoi cinema, le mostre, gli eventi...ricominciò i ritmi di sempre, si lamentava tutti i giorni che era stanca, che si sentiva sola, che il suo lavoro non era affatto per lei. Ma poi alla fine la trovava sempre una cacchio di maniera di essere un po' felice pure lassù in quella strana città dove si dorme tanto male...
ma che in fondo non ti impedisce del tutto di sognare

sabato 24 ottobre 2015

Turista per il Caso


Le ferie sono belle sempre. Pure se devi solo tornartene a casa tua a passare tutto il tempo con la tuta o a visitare una città che in tua assenza si è resa irriconoscibile. Pablito non si è scordato di me e come era solito fare anche a Milano, quando mi vede scrivere sull'i pad salta in braccio. Anche in questo momento sto scrivendo sotto sua "dittatura".

Quello che veramente trovo utile dell'allontanarmi periodicamente da Milano è la distanza. Non quella fisica dal luogo in cui faccio tutte cose che ritengo sensate e spesso belle nella mia quotidianità un po' faticosa, ma che in fondo mi sono scelta io. Intendo la distanza dalle cose che non mi sembrano chiare, dalle persone che ho provato a comprendere, da certe forme di disagio da cui non riesco a spogliarmi. La distanza è utile e percepire le reali mancanze, il legame effettivo ed affettivo che si stabilisce con ciò che abbiamo deciso di includere nel nostro mondo emotivo.
Anche il ritorno spesso è chiarificatore. Pensavo che questa casa fosse il passato che non torna e invece è qui, con le mie cose, con la sua luce familiare, con i piatti buoni di mia madre. Pensavo che Milano fosse tutto ciò che mi rimane, che prima o poi avrei trovato legami solidi soltanto li, che li avrei avuto la piena realizzazione di me stessa. E invece è successo così tanto ma in realtà così poco che in fondo non saprei dire che storia sarei in grado di scrivere per questi ultimi anni.

Certe distanze hanno senso perché in realtà servono a riavvicinare. Altre solo perché confermano la lontananza che c'è stata sempre.
Ma forse tutto si tiene proprio grazie a questa strana altalena di partenze e ritorni, distanze e riavvicinamenti, passato e futuro, Napoli e Milano...tutto reso meno faticoso da un frecciarossa, un po' di ferie, il Vesuvio e via Mecenate.
E un gatto che mette lo zampino sulla tastiera che racconta i fatti miei 

giovedì 22 ottobre 2015

Eva, le mele, lo strudel

Oggi ho rivisto un film meraviglioso. Se un uomo avesse voglia di sapere cosa passi davvero per la testa di una donna, qualunque donna, dovrebbe vedere questo film. "Eva contro Eva" rientra tra  i miei film della vita, per l'aura di fascino che si porta dentro come film perfettamente holliwoodiano, per gli attori giganti che lo animano, per la sceneggiatura perfetta, per la trama solidissima, per l'analisi perfetta della psicologia femminile.

Mi pareva una scelta azzeccata, visto che pioveva forte, ci stava un tappeto grande grande a disposizione con una marea di cuscini in cui affondare, un micio predisposto all'ozio. Direi una fotografia molto poco originale di donna sola, pigra e malinconica. Non vedevo l'ora di incarnare esattamente questo ruolo e infatti è stato un pomeriggio perfetto.

Eva...la donna...il peccato...le mele...bastava dirlo che vuoi lo strudel. Mi mancano solo il burro e l'uvetta e così mi sono ricordata di quando mia madre mi mandava a fare la spesa alla coop che stava in piazza. Sono almeno vent'anni che non ci sta più. Compravo sempre i formaggini perché mi piaceva tanto scioglierli nel riso bollito. Poi un giorno sentii che facevano male perché contenevano i polifosfati. Non seppi mai cosa fossero, ma mi spaventai così tanto che da allora smisi di mangiare formaggini. Credo di poter far risalire a quell'episodio la età della coscienza: quella che coincide con la paura piuttosto che con l'accresciuta consapevolezza. Meno male che le mele non me le sono fatte mancare mai...
Ho sempre amato fare la spesa, le raccolte punti, le promoter, le campagne promozionali. Credo di essere un asso infallibile nel cogliere certe offerte. In realtà sono semplicemente una preda molto facile (mi basta saperlo per sentirmi ancora salva). Preparo la lista della spesa con lo stesso rigore di un trattato scientifico, direi che mi piacciono le liste in generale perché sono un modo per schematizzare tutto e rappresentano uno strumento facile per mettere ordine alla scala delle priorità. Ma forse mi piacciono tanto perché costituiscono un pretesto formidabile alla trasgressione.
Ora vado a fare la spesa. Ho una lunga lista pronta...pronta per diventare ancora più lunga.





mercoledì 21 ottobre 2015

Stare sempre. No, solo ogni tanto

Quattro giorni. Di assenza da Milano, dall'ufficio, da via Mecenate, dalle mie due stanze multicolor, dai miei giri compulsivi per il centro nel tentativo un po' infantile di perdermi il meno possibile di tutto quello che mi piacerebbe fare.

Quattro giorni qui a casa con un clima troppo poco clemente per invogliarmi ad uscire quanto avrei voluto. Ora sto per andare in provincia di Benevento perché i miei vogliono comprare non so bene quale tipo di specialità locali. E invece io me ne vorrei stare qua a casa, con la mia tuta, senza trucco, a terminare il libro che mi sono portata da Milano, con Pablito in braccio che mi dà le testate.

È strano, ma quando sono a Milano e ci sta il brutto tempo la mia voglia di uscire si fa ancora più forte, perché è angosciante rimanere da sola in una casa non accogliente quando fuori diventa tutto grigio. E così è automatico che metto i miei stivali per la pioggia e mi rifugio in centro.
Ma quando sono qui no. Se è brutto tempo mi basta starmene in casa in mezzo alle cose che mi piacciono a sbirciare tra oggetti lasciati tanto tempo fa, dimenticati e ritrovati come un ritrovamento archeologico. Mi basta persino guardare la televisione che ho preteso di non avere più, correre sul nuovo tapis roulant o guardare fuori dalla finestra.

Quando sto qua non ho nessuna smania. Forse perché sono sicura che si tratta di un tempo limitato, che poi me ne torno alle mie cose degli ultimi anni, quelle scoperte con l'entusiasmo di chi è uscito dal nido e scopre che fuori da protezione e comodità ci stanno un sacco di cose belle, seppure con i ritmi spesso stancanti che però mi tengono sempre desta e attiva. Forse è per questo che un po' mi dispiace perdermi tutto quello che adesso si sta facendo a Milano. Forse è per questo che appena sveglia vado a vedere che sta succedendo da quelle parti?
Non mi piace stare sempre stressata e non mi piace stare sempre rilassata.
Non mi piace stare sempre.


domenica 18 ottobre 2015

Cosa c'è sotto? La pressione

Non mi ricordo mai che certe cose vanno evitate come la peste. Che poi per me non cambia niente sapere o meno, visto che poco ci si può fare. Quando vengo giù a casa mia, una delle prime cose che il mio papà vuole che faccia al mio risveglio è misurarmi la pressione. Io lo so che c'è l'ho tanto bassa, tanto è vero che l'ultima volta che sono stata qui sono svenuta due volte e mi sono fatta molto male. Però poi in linea di massima me la cavo sempre e pure se ho spesso dei mancamenti, da allora non mi è più capitato di collassare. Stamattina avevo 59 - 97 ...che forse è proprio bassa davvero, però stavo bene e mi è parso eccessivo tutto l' allarmismo che ha generato quello strano aggeggino a cui mio padre crede come ad un oracolo. Lui si controlla costantemente, prende un sacco di medicine e passa la vita a studiare le sue analisi. Forse fa bene lui, ma se penso a quanto dispendio di tempo tutto questo monitorarsi comporti, davvero non saprei quanto il gioco valga la candela. Se ti senti bene...stai bene, e questo credo che sia sufficiente per non cercare di sapere altro. Lo so, lo so ... La profilassi è fondamentale...uff

Forse è per questo che mi ha fatto molto più piacere trovare nella mia piccola palestra domestica un tapis roulant nuovo di zecca e con un sacco di funzioni. Perché io soltanto dopo la corsa sto bene, perché la pressione incriminata aumenta, perché mi stanco tanto e quando mi riposo da quel tipo di fatica mi pare di rinascere, perché un pranzo calorico non mi pare più un peccato ma un premio dovuto.
Lo farei anche se non sapessi di avere la pressione così bassa, forse lo farei anche se qualcuno mi raccontasse che non mi fa così bene. Lo farei perché forse ho la presunzione di pensare che il mio corpo sappia meglio di me quello che è giusto per me.

È abbastanza rischioso quello che dico, lo so, ma non ci si può far molto per certe caratteristiche fisiologiche, innate, che rappresentano la natura che ci è data. Quindi piuttosto che contrastarle, bisogna conviverci e trovare un accordo.
Che tanto provare a saperne di più è inutile o controproducente
La penso così pure per certi soggetti psicologicamente molto fragili, che credono di guarire andando in analisi. E quasi sempre non ci riescono perché tutto quello che si può scoprire è il modo con cui mettersi di fronte alle proprie debolezze, guardarle meglio di prima...e tenersele. Perché nessuno fugge da quello che è. Credo che sia questo il vero merito di un percorso di analisi.

Io la pressione non me la voglio misurare più. Lo so già che sarà bassa per sempre, ma appena smetto di pensarci i valori sono esattamente quelli che devono essere. E che io sento di meritare







In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...