giovedì 25 agosto 2022

Long life learning in a little sweet home

 Ormai ho fatto lo spazio che mi serve. L’altro ieri ho dato via un altro dei mobiletti di cui volevo liberarmi, avvicinandomi sempre di più a quell’idea di ordine minimalista a cui tendo da circa un anno. Nel frattempo ho preso dei futon, piazzati sul soppalco e un letto a ribalta, comodissimo, che dopo l’uso non ingombra la stanza che uso anche come salotto e studiolo. Sono tredici anni che vivo in questa casa e ancora non conto le volte in cui mi sono attivata per assecondare la mia maniera di starci dentro. Ogni volta che mi immagino altrove, in un quartiere diverso, uno spazio più ampio, una soluzione più contemporanea, penso sempre che starei di certo meglio ma che niente potrebbe sostituire tutto il divertimento, la fantasia che c’ho dovuto mettere, la polvere e la fatica di tutti i lavori di ristrutturazione, la razionalizzazione di uno spazio sempre troppo limitato per contenere cose poi diventate inutili. E poi le cene dei primi anni, diventate via via sempre più rare, le ospitate, le persone che poi non ho più rivisto, il vicino argentino fesso e rumoroso, ma in fondo buono e gentile, o il bambino/cavallo del piano di sopra (ma che gioia sentirlo piangere disperato quando finalmente i genitori gli dicono che è un rompicoglioni), il cortile dove metto ad asciugare i panni ed è subito anni ’60. Amo ancora troppo questo posto per desiderare davvero di lasciarlo, nonostante tutto. Eppure la casa semivuota, che finalmente tengo meglio pulita di sempre, nuova culla di un ordine mai visto prima, pare quasi suggerirmi una predisposizione al distacco, una specie di progressivo allontanamento, qualcosa di fisiologico che sembra indicarmi cicli che si chiudono indipendentemente dalle mie intenzioni. 

Intanto Agosto è quasi passato, lasciandosi alle spalle gli strascichi di una estate rovente con dei picchi di disperazione notturna assieme ai ricordi di una piccola vacanza ormai lontana e fatta di esperienze bellissime, come solo sanno esserlo le cose da cui imparo qualcosa. Tipo come si scrive e si prepara un podcast. Ma il passato smette di avere rilevanza quando si decide di affrontare settembre con l’orgoglio di chi sa che non prenderà ordini da un mese che si crede capodanno e invece è solo la breve parentesi tra il periodo più luminoso dell’anno e la fine definitiva di quel che è stato e in cui non c’è molto più da recuperare. E così ho già cominciato a comprare i miei amatissimi pacchetti autunnali di corsi sul cinema e prenotato le mostre a palazzo reale che stanno per concludersi.

Ora che ho fatto spazio in casa ho deciso di occupare solo quello delle esperienze, che di spazio, magicamente, ne creano di nuovo a loro volta e non sottraggono mai niente. E poi non smetto di ascoltare radio, soprattutto per lasciarmi affascinare dalla conturbante erre arrotata della Ema Stokholma, e continuo a leggere con la curiosità di una scimmia il blog di una tipica mamma borghese milanese, provando a trovare il punto in cui il divertimento che mi procura si possa trasformare in intento emulativo (non accadrà, lo so già, ma ne ho bisogno per ricordare la bellezza non scontata della diversa maniera di stare al mondo senza trovare sbagliata nessuna scelta) e a leggere manga con una dipendenza ormai preoccupante. Il mio orizzonte rimane fisso in mezzo alle poche variazioni fatte ormai solo di sottrazioni. Eppure tutto ancora mi appartiene, fino all’ultimo pancake alla farina di ceci e cioccolato che fa storcere il naso a tutti. Fino a quando non lo provano.


Tra qualche giorno torneremo a votare. Neppure la peggiore delle ipotesi mi pare abbastanza eloquente per definire la mia previsione sugli esiti. Per fortuna ho fatto spazio per farci stare dentro tutto: soprattutto l’incazzatura. Ma pure tutto l’occorrente per ridefinirla e renderla accogliente. Proprio come una casa piccola, con le fondamenta fragili e i vicini rompicoglioni. 

domenica 14 agosto 2022

Sentirli tutti. Dimostrarne altrettanti. Questa la speranza

 Ieri era il mio compleanno. Sono 46 ormai. Più vicina ai cinquanta che ai quaranta e ancora non mi riesce di capire neppure come sono stati i trenta. Il tasso di accelerazione di questi ultimi quindici anni è stato così inesorabile da non essere riuscita neppure ad elaborarli. In fondo credo sia anche un bene: se mi chiedessi di scegliere tra serenità senza traumi e svolte epiche ma al costo di enormi sofferenze non esiterei. Io cerco la pace sopra ogni cosa perché per me non è arrendevole pigrizia, ma sforzo quotidiano nella ricerca di un controllo di sè provando a conoscersi e capire sempre di più. Almeno così è se mi pare. 

Le persone a cui tengo di più e quelle di cui ho più stima si sono ricordate di me e io ne sono stata tanto felice. Di contro ho festeggiato da sola ma mi sono fatta fare gli auguri dal primo programma radiofonico che ascolto al mattino (li ho chiamati e gli ho detto di farmi gli auguri), ho cambiato taglio e colore di capelli, mi sono dedicata un pranzo pazzesco e poi km e km di passeggio in una meravigliosa Milano desertica. Poi ho raccolto un po’ di foto dei compleanni degli anni passati e mi sono detta che in fondo non c’è nulla di veramente impietoso nell’implacabile ridefinizione dei tratti che il tempo si è divertito a realizzare con me. Piuttosto ritrovo in certi sorrisi del tempo uno stato d’animo leggermente sfalsato, quando ancora cercavo di dissimulare una gioia che ricordo benissimo di non avere avuto all’epoca, nulla di grave eppure io ho ben presente le mie intenzioni di quella posa lì. Ecco, se ho imparato una cosa in questi anni è il fare i conti con i desideri tiepidi e troppo intrisi di smanie piuttosto che di progetti seri di realizzazione. Poi ho pensato che forse quelli erano soltanto dei miei pretesti: fingere di volere qualcosa ben sapendo che la strada da intraprendere è un’altra ma era ancora troppo la fatica ad accettarlo. Forse fingevo di soffrire per qualcuno solo per paura di scoprire di non esserne davvero capace. Chi lo sa.

Durante il programma radio che mi ha fatto gli auguri su mia richiesta ad un certo punto si chiedeva quali fossero i film o cartoni che nella storia del cinema hanno commosso più di tutti. È venuto fuori: “incompreso”, “una tomba per le lucciole” e “Bamby”. Io li ho visti tutti e tre e non ho pianto per nessuno di loro. E questo mi ha fatto sentire emotivamente inferiore rispetto alla massa. Ho una grammatica delle emozioni tutta scorretta e questo mi fa sempre un po’ male. 

Ho 46 anni da un giorno e sono scampata a molte delle tappe obbligate che l’ortodossia sociale impone, consapevole del fatto che ciascuno di noi ha il proprio personalissimo percorso al quale obbedire nella maniera più minuziosa possibile e nel rispetto di un tempo interiore collocato spesso su un fuso diverso.

Il mio papà ha smesso di fumare tantissimi anni fa. È stato un fumatore accanitissimo per una vita. Poi di colpo le sigarette non hanno più fatto parte della sua epica quotidiana eppure, ancora oggi, quando pensa alla sua vita da fumatore mi pare di cogliere una nostalgia irrisolta. E così ogni volta penso che lui resterà per sempre un fumatore anche adesso che crede di non esserlo più, così come qualche volta si è genitori anche quando non ci sono figli e di contro si può non diventarlo mai pure quando i figli ci sono ma poi non si ha voglia di crescerli. 

Ho 46 anni da un giorno. Di questi ormai un bel po’ fatico ad avere ricordi indelebili e la cosa  non mi dispiace neppure troppo se penso che la mia priorità è approfittare di ogni singolo giorno solo per sentirmi un po’ meno in disaccordo con me stessa. E questo di solito non produce ricordi. Ma delle magnifiche dimenticanze sì. Evviva. Tanti auguri a me

venerdì 5 agosto 2022

Tutto quello che non avrei voluto sapere di me e che ho osato chiedermi

 Probabilmente con certi lati di me non farò mai davvero pace. Ormai ne sono quasi sicura. E non perché li ritenga sbagliati o vergognosi. Direi che è addirittura il contrario, è una specie di incapacità a spiegare la logica sottesa a certe mie convinzioni, unita alla percezione che spesso gli altri restino disorientati dal mio essere diversa da come pensavano: cioè molto dolce, remissiva, altruista. Cosa pur vera in molti casi…ma non così tanto e non così sempre. E allora mi sono detta che potrebbe essere divertente l’esercizio un po’ provocatorio di sollecitare le emozioni di pancia di chi ama farsi custode dei sacri valori sui quali si fonda una società sana, generosa, duratura.

Mi è bastato andare a commentare un post che parlava di bambini piccoli e di mamme che si scusavano per l’eventuale fastidio arrecato su un aereo e ho fatto esplodere il mio piccolo ordigno“intelligente” (senza falsa modestia) dicendo così:  ”io odio i bambini, ma questa storia ha commosso persino me”. Tutto secondo i piani: attacchi, insulti, parolacce, povere argomentazioni basate esclusivamente sulla scorta di reazioni di pancia e altre banalità di questo genere. Da questo piccolo osservatorio è venuto fuori che gli insulti più sboccati provenivano da una che vota Salvini e da un’altra che alla mia terza reazione argomentata si è dovuta arrendere con un po’ di offese gratuite e prive di appigli, e poi qualche uomo che ha fatto presto a rannicchiarsi in se stesso dopo poco…gente così, più o meno legittimamente indignata dal mio commento ma in fondo povera di ragioni, di pacato buon senso e in ogni caso oltremodo arrabbiata senza cercare davvero di comprendere o al limite di tacere. A me certi esperimenti divertono sempre moltissimo comunque, perché la dicono parecchio lunga sulla retorica coriacea di valori imposti ma di fatto non intimamente innestati in un sottosuolo culturale fatto di sensibilità, consapevolezza e un’idea davvero inclusiva della società, quella che contempla pure il non voler procreare, la bellezza dello star soli, di una idea diversa di condivisione… tutto retorico, acritico, respingente…in caso contrario la mia provocazione non avrebbe dovuto sortire alcun effetto oppure incitare a qualche straccio di riflessione. Nulla. Ci faccio pace.


E ora vengo alle cose con cui non riesco a far pace. E’ verissimo che non mi piacciono i bambini. Intendo proprio come concetto, poi in realtà ne ho conosciuti di molto simpatici e non rompicoglioni, ma sono rarissimi e numericamente irrilevanti per riuscire a farmi considerare positivamente la “categoria”. E sì, lo so, parlo come una che non è mai stata bambina. E invece lo sono stata e pure della specie rompicoglioni tiraschiaffi. Forse il mio è solo un modo di odiare quella piccola e odiosa peste che fui, che - non esistendo più - necessita di capri espiatori di successive generazioni per essere neutralizzata. Vai a sapere. Però questa è la situazione attuale nonché primo tassello delle cose che non riesco a perdonarmi. Colpa grave? Forse sì, ma non mi basta per cambiare punto di vista. E quindi passo oltre.


Non sono brava a coltivare le amicizie e gli affetti in generale. Quando si smette di frequentarsi perché la vita ci conduce in luoghi diversi, quando le divergenze nel modo di vedere la vita, le idee politiche, persino quando alcune convinzioni alimentari sono troppo diverse dalle mie io non riesco ad affezionarmi. Piano piano mi allontano e non ci sono legami abbastanza forti che tengano per riuscire a superare certe distanze. Mi è successo persino con i parenti stretti: una volta non sono andata al funerale di uno zio perché non avevo scordato (e mai scorderò) certe sue frasi sbagliate nei miei confronti. Questo è quello che sono, una persona incapace di perdonare o di convivere con un modo troppo diverso dal mio di abbracciare certi valori. Non è bello eppure per me pure questa volta mi pare giusto così. È mica ho finito.


Non so amare bene. Se mi guardo indietro mi accorgo che sono rimasta infatuata sempre dallo stesso tipo di uomo che, passata la sbornia, ho immediatamente imparato a disprezzare e a dimenticare con la leggerezza di un battito d’ali. Passioni e sofferenze da romanzetti d’appendice e poi oblio totale. Per sempre. Ogni volta così. La colpa è tutta mia. Innegabile. Ma per fortuna stavolta è proprio troppo tardi per rimediare. Mi sono persa il grande amore e pure il rischio che si trasformasse in muffa o residuo secco. Della mia autodeterminazione in solitaria ho imparato a fare il mio vero tesoro. Giusto o sbagliato che sia è un problema che, di grazia, non ho più il disagio di pormi.


Di quante altre cose potrei ancora dire di vergognarmi o di essere stata mancante? Una lista forse infinita. Per fortuna ogni tanto mi sottopongo al confronto e mi predispongo a cambiare idea, ottica, visione. E, per la stessa fortuna, trovo una che vota Salvini a farmi la morale...ovvio che poi smetto di sentirmi la persona peggiore del mondo. 


C’è della gente bruttissima in giro. Ed è così diversa da me che mi consola di tutto il non bello che ancora trattengo di me

lunedì 1 agosto 2022

Il contrario del pessimismo (non è l’ottimismo)

 Sono tante le ragioni per cui ricorderò per molto tempo questa estate. Non è solo per questo caldo anomalo e soffocante che in certi momenti del giorno, ma soprattutto della notte, pare voglia suggerirmi forme nuove di disincanto e tristezza, stati d’animo che di solito riservo alla poca luce e al gelo dei mesi invernali. Poi però torna l’alba, l’aria si fa per qualche ora di nuovo respirabile, il silenzio mi concilia di nuovo con le cose, un po’ di meditazione, gli allenamenti e tutto ha di nuovo la forza di un richiamo potente a cui mi piace obbedire come un soldatino.

Ricorderò questa estate balorda perché ne ho anticipato il racconto che era a me riservato prima che potesse restituirmi dei dubbi, perché si è fatta protagonista di cambiamenti epocali di cui vedremo i risultati solo tra qualche mese, perché nella calma apparente di una città che diventa magnificamente vuota io mi ritrovo a camminare per chilometri senza vedere neppure un’anima, per poi arrivare in una piazza piena di persone che mi sembrano catapultate da un mondo altro di cui io non ho mai saputo nulla prima d’ora: abiti leggeri che contengono corpi orgogliosamente abbondanti o filiformi, teste multicolore, giovani amanti e famiglie numerose. Oggi ho attraversato la città a piedi e mi è stato facile notare gli improvvisi passaggi di stato di un luogo che si svuota dei suoi abitanti e accoglie il resto del mondo che è pronto a scoprirla. E allora ho pensato che è vero, e forse lo sarà sempre, che non mi sarà facile scrollarmi di dosso un certo irrimediabile pessimismo, ma per fortuna questo è una cosa diversa dalla tristezza. Non sono una persona triste perché provo ancora un enorme piacere in tante cose. E questo mi pare un fatto proprio bello. Godere del presente, pur non credendo affatto nel futuro, ha in sè qualcosa di profondamente liberatorio e oserei dire persino saggio.

Oggi era caldissimo, ma Milano era meravigliosa  e io ho comprato delle scarpe da running che desideravo da tempo, scontate del 40%. Ho poi pure  risolto un po’ di rogne burocratiche noiosissime e delle quali finalmente non devo più preoccuparmi, ho pensato ai film di una retrospettiva che si è conclusa ieri e che mi ha incantato, mi sono allenata senza sconti e sono più o meno l’unica persona che conosco a non aver preso ancora il covid. Non sono triste perché altrimenti mi sembrerebbe di tradire le mie giornate, la buona sorte, le mie lotte contro la pigrizia.

Agosto è appena cominciato. Non riuscirò neppure a tornare dai miei per qualche giorno (neppure per il mio compleanno) e vivo della rendita ormai lontana della mia scuola estiva s Stromboli e il poco mare che l’ha accompagnata. Sta tornando pure il caldo feroce dei giorni scorsi e mi aspettano giorni strani anche in casa alle prese con i nuovi mobili ordinati.

Ho cominciato a dormire sul futon e garantisco che è una roba davvero parecchio strana. Però mi pare funzionare: dormo abbastanza e non ho dolori. Poi piego tutto e la stanza prende le sue solite sembianze. A settembre si voterà. Con ogni probabilità vincerà la destra, saremo più poveri e forse questo sarà il nostro male minore. Il bello di essere pessimisti, ma non avviliti, è quello di essere pronti al peggio e sperare comunque di avere torto. E poi di certo ritornerà il fresco, che manco mi è mai piaciuto ma solo gli stupidì non cambiano idea.

Sono pronta al peggio ma non sono triste e, se ci penso bene, in un tempo come questo, contraddittorio, fumoso, indecifrabile, degenerato, questo mi pare davvero il più felice dei paradossi possibili.

martedì 26 luglio 2022

Cercare l’estate tutto l’anno. E poi trovarne troppa

 E’ troppo. Stavolta direi che è troppo persino per me, che vivo pressoché in funzione di questo unico periodo dell’anno. Fa un caldo insopportabile per chiunque, anche per chi è più temprato alle condizioni avverse, anche per un asceta capace di andare oltre ogni tipo di mortificazione e sofferenza corporale, anche per chi è abituato a sfidarsi continuamente con giochi di resistenza fisica. Fa un caldo mortale che raggiunge picchi di intensità inquietanti soprattutto di notte. Nelle ultime sere mi è capitato di addormentarmi, giusto per qualche minuto, e svegliarmi di soprassalto in preda agli incubi e completamente sudata. Per fortuna alla fine di questo mese porteranno via il mio materasso, assieme alla mia Sindone. Sì perché, tra l’altro, sto continuando a svuotare casa e sono riuscita a liberarmi di quasi tutti i mobili. Mi pare di essere tornata al tempo in cui venni ad abitarci, quando c’era solo il letto e il microonde. All’epoca però era un gennaio di quelli polari, come negli anni successivi non se ne sono più visti. In realtà non so neppure per quale ragione precisa stia liberando casa: non mi è chiaro se è soltanto perché vorrei rinnovare l’arredamento o perché, più o meno inconsciamente, mi piacerebbe andare ad abitare altrove. Ho dato un’occhiata ai prezzi delle case in certe zone in cui vorrei trasferirmi e ammetto che stavo per svenire. In effetti non è un gran periodo per comprare. E allora mi sono detta che forse vorrei semplicemente godermi per un po’ di tempo questo spazio ritrovato, continuare a gettar via il superfluo e avere a disposizione soltanto lo stretto necessario. Mi piace pensare che se mai decidessi di traslocare potrei farlo con assoluta naturalezza. Senza zavorre, senza troppo sforzo, tenendo con me solo cose che abbiano un significato stabile. E non è sempre facilissimo stabilire cosa sia davvero necessario e cosa no.

Che altro ricordare di questa torrida estate in cui tutto è già stato da me consumato, tra ferie cominciate e finite prima che me ne accorgessi davvero, persone a cui ho dovuto dare spiegazioni a cui mi sarei volentieri sottratta, uomini che credono di conquistarmi parlandomi prevalentemente di sesso e altre spiacevoli questioni che posizionano questa strana parentesi di anno non propriamente ai vertici di quelle memorabili. Come sempre più spesso mi capita,il poco che riesco a salvare di questi anni così bizzarri e diversi è sempre legato ai miei piccoli obiettivi personali: quelle cose molto ombelicali fatte di mantenimento di una buona salute, cucina, consumare film e cercare il più possibile di non annoiare o infastidire il prossimo. In fondo poca roba, che mi mette costantemente al cospetto di una verità che spesso dimentico: per fare progressi ho bisogno di cambiare, anche di poco, l’approccioconsueto, imparare a padroneggiare meglio la tecnica, anzi acquisirne una nuova, lasciarmi guidare da qualcuno. Altrimenti finirò per cucinare sempre gli stessi piatti, continuerò a correre nella stessa maniera e coprirò le solite distanze. L’orizzonte necessita di uno sguardo ampio perché possa mostrarmi dell altro. Forse troverei divertente fare un po’ di analisi, quella che non pretende di risolvere alcunchè ma che ti guida nella comprensione di piccoli grovigli legati a momenti un po’ indecifrabili come questo. Chi lo sa, forse un giorno. Per adesso penso ancora che la mia spesa migliore sia stata l’epilazione laser e i massaggi drenanti… a proposito di cose superflue e le zavorre di cui mi compiaccio di liberarmi…

E’ troppo. Nessuna estate ha il diritto di chiedere così tanto a chi la cerca tutto l’anno. Neppure a me

sabato 16 luglio 2022

I benefici effetti di un massaggio alla menta

Sono reduce da uno di quei massaggi che ti rimettono in pace con le ossa e col mondo, quei premi che mi concedo quando decido in modo del tutto arbitrario che, sì, me lo merito. Le ragazze, che ormai mi conoscono bene, mi piacciono perché assecondano con grazia l’ormai tacito accordo di chiacchierare solo per i primi cinque minuti, dopo i quali io mi catapulterò in un mondo altro fatto di dormiveglia, pensieri sparsi o, al contrario, una questione precisa che mi ossessiona e che devo dipanare….dopo quei cinque minuti fatti di “brava ti sei allenata, si vede. Ora ti faccio provare questa crema, ci sono le fiale di collagene in promozione, lo usi il siero di vipera? (Il siero di vipera? Pure la vipera vuole riscattarsi adesso? Tutti che vogliono essere belli e buoni ormai, pure se per natura sono nati per fare i cattivi)” io mi metterò al servizio dei miei pensieri rimasti in coda rispetto alle, sedicenti, priorità.

Parto dal primo di questi interrogativi improvvisati venuti fuori come da un cilindro impazzito da cui saltano fuori mille cose diverse, quello capitato proprio mentre mi si riattivava la circolazione delle gambe spalmandoci sopra una profumatissima crema alla menta. Si dice, neppure conosco la fonte, “chi è felice ha ragione “. Mica vero. E lo dico da non infelice. C’è qualcosa di profondamente immorale in una considerazione simile, fatta soprattutto oggi, in un contesto come quello attuale. Io credo invece che chi prova ad abbassare la soglia di sofferenza collettiva abbia ragione. Se sei felice, oggi, vuol dire che hai una visione solo parziale delle cose del mondo e di chi lo abita e quindi non puoi avere ragione. Ma il profumo della menta mi distrae, mi porta a pensare ad altro, stavolta pensato e detto addirittura da Einstein “se fai sempre le stesse cose otterrai sempre gli stessi risultati”, come a dire che se non cambi metodo e approccio, rispetto a quanto sei abituato e che ripeti per pigrizia o atto di fede, non farai mai dei progressi. Senza osare dissentire le parole di chi è stato l’espressione suprema dell’intelligenza, a me è subito venuto da pensare ai miei allenamenti quotidiani, quelli che ripeto da anni e che sono ciclicamente sempre uguali e mi sono chiesta come sarei io oggi senza di loro. Il cambiamento della mia struttura fisica, del mio stato di salute, del mio livello di circolazione, del mio metabolismo….è stato possibile solo grazie alla ripetizione costante di quel tipo di lavoro, ogni progresso graduale è stato il frutto di quella costanza, di quella disciplina sempre uguale, un “metti la cera e togli la cera” del workout quotidiano. Fare sempre le stesse cose per me porta eccome ad un risultato. Se avessi fatto altro avrei ottenuto altro, certo, ma non quello che era il mio obiettivo iniziale. Ma ormai siamo passati alla schiena. Il massaggio alla schiena mi rilassa da matti, devo proprio impegnarmi tanto per non addormentarmi e allora come non pensare al fatto che in fondo sarebbe cosa lecita chiedere al gelataio “tu cosa ti compri di meglio vendendoli?”, che è un vero mistero per me, che potrei vivere solo di variegato all’amarena e nulla più.

Il massaggio alla schiena dovrebbe passarlo la mutua. Quando arriva alla base del collo è proprio pelle d’oca completa, Nirvana. Oserei dire orgasmo. Per finire un breve massaggio alle tempie. È l’acme. Rialzarmi dal lettino è ogni volta un’impresa titanica di accettazione è un primo frammento di benessere che sfuma nell’ indistinto di quelle fragranze ancora nell’aria a confermarmi che quel tempo magico si è davvero consumato. Un ritorno alla realtà che sento proprio di non meritare.

Le mie vacanze sono già un ricordo lontano ma sono state così belle che sarebbe stato uno spreco pretendere di farne di più lunghe, Milano è già semivuota e per questo ai miei occhi ancor più bella, i contagi aumentano ma non è più il dramma che è stato, la guerra continua ma in questa fase pare affliggerci di meno, Draghi si è dimesso e nessuno sa cosa sarà di questo strano paese appena l’estate cederà il passo a stagioni più adatte alla cupezza.

75 euro spesi benissimo.

domenica 10 luglio 2022

Ho fatto in tempo. Lista fuori sincrono di fine vacanze…di mezza estate

 Eggià, direi che ormai le mie vacanze sono ormai concluse. In fondo mi fa piacere perché prima che partissi ero tremendamente stanca e il periodo del riposo e del distacco da quasi un anno di cose sempre uguali ma di cui sentivo ormai l’enorme peso era una necessità non procrastinabile. E poi avevo una specie di fretta: fretta di non subire l’ansia dell’ennesimo ciclo di contagi, delle partenze cancellate all’improvviso per carenza di personale, di cominciare le cose bellissime che ho poi effettivamente fatto. È stata una vacanza diversa, a suo modo specialissima, durata il giusto e piena di cose che amerò ricordare durante questo nuovo periodo di impegno e di ulteriore tassello di vita milanese. 

La domenica sera porta sempre con sè il senso della malinconia, ma per me stavolta ha il sapore di un pacificato bilancio di medio termine, quello che mi fa pensare a quello che mi è successo da poco e pure ai fatti di un bel po’ di tempo fa, a come è cambiato il mio sguardo e i miei affetti, a come le cose cambiano anche in modo spiacevole e che in fondo stare così lontana da dinamiche che non mi appartengono è una vera fortuna e, anzi, se c’è una cosa che ho capito proprio bene è che io da Milano non so stare lontana per troppo tempo. Riflettevo su questo proprio oggi pomeriggio, durante la mia lunghissima passeggiata sotto un sole deciso ma in fondo sopportabile grazie alla clemenza di un venticello costante e carezzevole. Ho pensato a tutto quello che ho fatto in tempo a fare, e a capire, giusto quell’attimo prima di un possibile errore o occasione persa e, sebbene non ami affatto fare le liste e gli elenchi, manco fossero dei trofei da allineare sullo scaffale più in vista, mentre camminavo mi piaceva mettere in fila un po’ del buono a cui attingo nei momenti di sconforto, come fosse una specie integratore di contentezza. E così la mia lista di “ho fatto in tempo” di questo scorcio d’anno è diventata più i meno questa.

Ho fatto in tempo 

A progettare una vacanza in cui potessi fare il bagno, prendere il sole e pure imparare a come si fa un podcast e conversare amabilmente con persone di cui ho una stima infinita. Ricevere i complimenti per come ho costruito una storia mi concilia col mondo, mi equilibra il metabolismo, mi fa crescere i capelli, mi cambia l’umore…ma cosa ci sta di più gratificante. Niente.

A recuperare tutte le stagioni di stranger things, rimproverandomi di essere stata così snob da non averne vista neanche una puntata negli anni precedenti. Chiedo scusa. È troppo bella e rischiavo di non accorgermene.

Ad entrare in contatto con persone (almeno tre) che avevano il covid e io non l’ho preso lo stesso. E no, non è il vaccino che ha funzionato. Nessuno mi convincerà del contrario tacciando stupidamente di essere contraria al vaccino. Ma sono troppo felice per toccare questa dolorosa pagina di questa sciocca visione

A scoprire che dormo benissimo col materasso per terra e aver subito provveduto a comprare un futon che diventerà la mia nuova formula di riposo d’ora in poi

A leggere la notizia che i single hanno superato le coppie con figli e provare la strana sensazione di non essere più io quella strana ma che il mondo stia cambiando in una maniera che io trovo sensata già da tanto tempo. Non è obbligatorio essere 60 milioni di italiani. E se il problema è come pagare le pensioni agli anziani potremmo potenziare l’accoglienza dal resto del mondo visto che siamo in piena crisi da sovrappopolazione unita a risorse troppo scarse per tutti…

A conoscere persone generose ma a dir poco bizzarre di cui non saprei quanto abbia meritato l’affetto e che spero di non aver offeso in alcun modo

Ad amare, e non solo in quanto percepita come necessaria ma proprio perché bella, la mia condizione di solitaria ormai poco incline al sentimentalismo. Quello che non è mio non lo sarà mai, indipendentemente dal volere di chiunque. Mi pare così semplice e risolutivo da rasentare la banalità 

A tornare a Milano giusto un secondo prima che mi mancasse da morire. Me lo devo ricordare più spesso, soprattutto quando penso che potrebbe valere la pena stare altrove. Non sarebbe vero.

Ora sono davvero pronta ad affrontare la mia riprese delle attività. A voi tutti buona estate. Beati voi. Ma pure beata me


sabato 2 luglio 2022

Mettersi in ascolto. Per tutto il tempo necessario

 E anche questa è andata. Che gioia poter fare un bilancio e per una volta metterci dentro solo voci positive. Avevo deciso di gestirmi le ferie di quest’anno in questa maniera: una parte fatta di ritorno a casa, sole locale, ozio, sport, tempo da perdere improvvisando un po’ tutto. E una parte a Stromboli, mixando bagni in acqua cristallina sotto la supervisione di un vulcano imponente ma sonnacchioso e persino rassicurante, con un corso su come si costruisce un podcast, tenuto da uno dei più bravi conduttori radiofonici che mi onoro di conoscere ormai da uno sproposito di anni. È andato tutto liscio. Le mie aspettative tutte confermate, le persone che mi hanno accompagnato in questa avventura sono state adorabili e io ho portato a casa esattamente l’esperienza un po’ bizzarra e folle che avevo vagheggiato. Se non fossi soltanto a metà delle mie ferie avrei trovato un po’ penoso ritornarmene direttamente a Milano. Per fortuna ho ancora dei giorni per lasciar decantare tutte le cose chi ho lasciato che mi accadessero e riconciliarmi con una vita che in fondo non sono stata brava a scegliermi ma che tutto sommato mi offre la libertà di una sospensione creativa più spesso di quanto potessi sperare. 

Se c’è una cosa che ho capito soltanto in questi ultimi anni, quelli nei quali mi affaccio alla maturità vera, è proprio questa: la vita che ti scegli non necessariamente deve coincidere con quello che riesci a realizzare rispetto al tuo sogno bambino. La vita che ti scegli è quella che fai coincidere con le scoperte del momento cucendoci sopra tutta l’ispirazione che quelle sono capaci di restituirti. È una cosa che non puoi preventivare, te la godi appena arriva ed è il frutto pure di tutti quegli errori che, sbagliando di nuovo, desidereresti evitare. Ho scoperto la bellezza del “recupero in corso d’opera”, quello che puoi meritarti solo quando hai accumulato abbastanza fiato in corpo unito a uno sguardo diverso sulle cose che hai sempre avuto di fronte. 

Seguo Matteo da un’eternità: a modo mio penso che siamo cresciuti assieme (a sua insaputa) al punto che la conversazione con lui era così familiare e naturale che nessuno immaginerebbe che è soprattutto frutto di una connessione creata da quella strana magia che è la radio. E così ho pensato che certe  scoperte di noi stessi sono proprio come una radio, che registra e accantona stralci di esistenze apparentemente senza un vero scopo se non quello, che scopri solo tanto parecchio dopo,  di leggerne il significato quando hai davvero bisogno di trovarlo. E il bello è che non sai mai quando questo momento arriva e ti regala il senso che cercavi.
Speravo in una bella esperienza. Se ci penso bene mi è andata persino meglio


Inviato da iPad

mercoledì 15 giugno 2022

Una pelle nuova. Rinascere almeno in “superficie”

 Che poi non è mica così terribile come si pensi stare tanti giorni senza bere il caffè e tante altre cose di cui decido di privarmi quando ho bisogno di ripulirmi almeno di una parte di me stessa, quella un po’ intossicata dal quotidiano, dai cattivi pensieri, dal troppo cibo, da uno stato d’animo assopito e indolente…ormai sono dieci giorni così e non è così penoso come quando lo immagino mentre mi preparo a questo lungo periodo depurativo. Funziona sempre così: per i primi tre giorni ho un mal di testa lancinante e due occhi gonfi come prugne, non riesco neppure ad alzarmi dalla sedia o a parlare per più di cinque minuti e mi da fastidio pure la luce. Ma io lo so che quello è solo un passaggio necessario, certo terribilmente penoso, ma senza grossi rischi, funzionale ad uno stato di puro benessere successivo. C’è di buono che in questa finestra temporale non mi impongo i miei soliti e sfiancanti sforzi fisici e allenamenti duri per cui ho un ottimo pretesto per riposare tanto e leggere di più. Ad un certo punto il miracolo comincia a compiersi: l’umore migliora, la pelle si fa tanto luminosa, i pensieri più nitidi e accesi, la fantasia galoppa spedita, il corpo si asciuga. Faccio questa cosa, a cui manco saprei dare un nome preciso, abbastanza spesso durante l’anno ma è in questo periodo che i risultati sono massimi. Neppure ho certezza di quanto mi faccia davvero bene sul lungo termine, so soltanto che appena finisco mi sento totalmente rinata: come se il ricambio cellulare volesse proprio dire trasformarmi in un’altra persona e che finché avrò questa sensazione, ogni sacrificio mi sembrerà giustificato. 

Sono giorni strani questi, fatti di bizzarre novità che non avevo contemplato e preparativi per la mia imminente vacanza. Starò via un bel po’ di tempo e farò cose diverse e nuove che mi incuriosiscono e mi danno il buonumore che mi serve per resistere a questi ultimi giorni così faticosi.

Mi mancano un po’ di persone che non vedo da troppo tempo e non so come rassegnarmi al fatto che sarà ormai difficile ritrovarsi di nuovo anche ora che, sulla carta, pare tutto finito pure se io continuo ad essere circondata da gente che prende il covid. Curioso che le emergenze siano tali solo fino a quando si decide di parlarne e di stravolgere così interi assetti mondiali. Poi si fa in modo che le priorità siano altre e i destini condizionati da tutt’altro anch’essi. Mi pento ancor di più di aver fatto il vaccino quando ci penso.

Il fatto che le cellule si rigenerino grazie a particolari condizioni alimentari mi fa pensare a cosa potrei mai  fare per rigenerare tutto un intero modo di pensare “intossicato” da cattivi insegnamenti, esempi sbagliati, amicizie tossiche, letture mal comprese, falsi miti, errori e omissioni…cosa potrei fare per rinascere davvero? Forse anche per l’anima, ad un certo punto, vale il concetto che il nutrimento andrebbe interrotto e che azzerare tutto, depurarsi e poi tornare a pensare le cose in modo del tutto nuovo equivarrebbe a rinascere. Chi lo sa? E poi neppure credo che si possa davvero fare. Nessuno si salva dalla propria infanzia: l’imprinting è indelebile e se non ti piace te lo tieni lo stesso, assieme a tutto quello che gli anni hanno deciso che dovessi diventare. Pace. Mi accontenterò della pelle luminosa


martedì 7 giugno 2022

Bene. Non benissimo. Che è meglio

 Qui a Milano sta piovendo. Finalmente. Sono stati giorni dal caldo anomalo e debilitante. Una pioggia così decisa arriva come un regalo meritato proprio nel mese per me più bello di tutti ma che coincide pure con il picco di una stanchezza che non so più come gestire. Giugno è il mese a cui aspiro durante tutto il resto dell’anno: mi piace solo l’estate e il sogno d’estate. Ogni azione, pensiero, esperienza acquistano più senso e valore quando sono fatti a giugno. Pure se la pressione bassa mi annienta e il caldo notturno mi soffoca, pure se ormai mi trascino sui gomiti cercando di far stare dentro tutto quello che non posso evitare di fare. Giugno mi fa promesse che sono solo sue e alle quali credo più di ogni altra cosa.

In questo momento scrivo in preda ad un mal di testa lancinante: mi succede tutte le volte che decido di non bere caffe per qualche giorno e però non smetto di allenarmi con i pesi. Lo faccio perchépoi lo so che dopo qualche giorno starò benissimo. “Starò benissimo”… che strana certezza. In realtà cosa ne posso sapere veramente? Cosa voglia dire davvero stare benissimo io me lo chiedo da sempre e invece dovrei semplicemente smetterla eammettere che, nella migliore delle ipotesi, sono semplicementecapace di star bene in modo “sostenibile”. Non malissimo, neanche male, ma neppure benissimo. E se ci penso bene è sempre stato questo il mio vero scopo. I picchi mi spaventano, sono difficili da preservare e in generale mi creano inquietudine e senso di colpa. Di questi anni faticosi e anomali mi sono garantita cose preziose come la stessa buona salute, una solitudine sana e goduta fino in fondo e più di tutto l’idea che l’amore sia tutto unaquestione di ispirazione e di creatività che poco o nulla hanno a che fare con la presenza fisica di chi ci portiamo dentro. Sono cambiata. L’ho voluto. Non è successo per caso e questi anni me li sono fatti amici soltanto per riuscirci meglio.


L’ufficio si sta ripopolando e così ogni tanto passano a salutarmi colleghi che non vedevo da tanto tempo. E’ straniante questo improvviso ricucire dei rapporti bruscamente interrotti ripartendo esattamente dal punto in cui erano terminati. Però è stato bello recuperare pezzi di esistenze non condivise e scoprire che siamo tutti molto cambiati. Molto più di quanto noi stessi riusciamo a percepire. Meno male che sono andata a Budapest, che tu hai ripreso a suonare in giro, che i tuoi figli son cresciuti nonostante tutto questo, che finalmente stavolta in America ci vai davvero…mio dio che mal di testa. Che pena sapere che con un caffè mi passerebbe subito. Ha pure smesso di piovere. Posso farcela.


Tra qualche giorno sarò in ferie. Vedrò luoghi che non conosco, farò qualcosa di nuovo, proverò a dormire di più e a mangiare qualche gelato degno di ricordo. Starò bene il giusto. Mi pare il massimo.

giovedì 26 maggio 2022

Nostalgia del presente

 Non mi piace che passi troppo tempo tra un aggiornamento e l’altro di questo mio diario pasticciato nel quale faccio convergere le cose che mi capitano, quelle che tengo sospese nel limbo delle ipotesi auspicabili e le riflessioni folli, o fin troppo ragionate,attorno alle quali provo a plasmare la mia condotta più rappresentativa. Se non scrivo per troppo tempo vuol dire che qualcosa non va. Quel tempo sottratto non è mai destinato a qualcosa di meglio o che mi rende più felice. E’ un tempo morto, figlio di indolenza o – peggio ancora – di tristezza non codificata, quella che mi assale quando mi pare di non riuscire a fare un passo avanti degno di uno sforzo qualunque. Io mi sento così in questi giorni dalla stanchezza atipica, quella fatta di mancanze e di attese senza conforto. Mi è capitato altre volte e con gli anni la “fortuna” è quella di accorgermene quasi subito per provare a rimediare più in fretta che posso. Stavolta ho pensato all’arte: una mostra ogni settimana, una guida esperta che mi racconta bene la meraviglia e poi lunghe passeggiate per il centro affollato. E’meraviglioso. Lo farò anche quando mi sembrerà di essere già abbastanza felice. 

Ieri mi ha scritto una persona chiedendomi se fossi proprio io la Lucia di “Passami il sale”. Gli ho risposto di sì e che lo ringraziavo di investire un po’ del suo tempo per leggermi. Lui ha ringraziato me e mi è sembrata una cosa molto tenera e che tendo a dimenticare: è curioso scrivere perché rimane un atto solitario che poi, potenzialmente, può leggere chiunque in qualsiasi momento, pure mentre tu ormai stai facendo altro. Eppure intantoè avvenuta una connessione. E’ una cosa veramente magica. Mi ha fatto bene averne una prova così preziosa.

Come sorridevo fino a due anni fa? Per cosa mi emozionavo e di cui ho dimenticato pure i contorni? Perché mi pare tutto così drammaticamente diverso da allora e ormai non più recuperabile? Non mi è davvero chiara la ragione per cui ogni cosa mi pare cambiata pur nel suo essere da sempre esattamente come è. Stavo amando qualcuno che poi non ho più visto? Facevo esperienze che mi sarebbero state di ispirazione se non così bruscamente interrotte? Cosa pensavo appena sveglia? E prima di addormentarmi? Perché non mi ricordo più niente? Mi ero detta che avrei contattato una associazione di volontariato per rendermi utile a qualcuno in questa fase. Perché non l’ho più fatto? Perché mi interessa di più la sorte di un cane che quella di uno sconosciuto? Perché non mi piacciono i bambini? Non so niente. Non ho più voglia di darmi spiegazioni o giustificarmi per colpe che sento di commettere anche soltanto col pensiero. Non riesco più a distinguere tra il tempo vissuto e quello semplicemente perduto e neppure a provare vero rammarico per tutto questo. Passerà. Lo so. E solo dopo capirò quanto sia stata davvero ingiusta.

Ora vado a vedere il film di Martone. Si intitola “Nostalgia”. E’una parola bella. chissà quanta ne servirebbe per farci stare sopra un presente talmente ingombrante da sembrarmi persino eterno

Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...