giovedì 16 gennaio 2020

I passi indietro che faccio bene solo da ferma

Non lo faccio quasi mai. Tranne ieri, e in pochissime altre occasioni. Di solito quando scrivo su questo diario pubblico per me è assodato ammettere che qualcuno possa potenzialmente venire a sapere che cosa io pensi e poi sperare che ne capisca davvero il senso, che si identifichi in parte o del tutto con ciò che racconto o intuisco. O anche per nulla. Ma ieri avevo scritto una cosa un po’ autoreferenziale su quale cuoca eccellente di me stessa sono diventata, grazie alla mia parmigiana ultralight, che ha raggiunto delle vette di prelibatezza tali che non ha nulla più da invidiare a quella bisunta. E dopo mi sono ritrovata a raccontare pure di quando ero piccola e andavo sempre in chiesa e che una volta da un balcone uno che mi vedeva sempre andarci assieme a mia madre mandò la sua di madre da mia nonna per chiedermi in moglie. Tutto vero. Succedeva negli anni ‘90 nell’entroterra “difficile” di una provincia del profondo sud. Ho impiegato un sacco di tempo a scrivere quel post e altrettanto a sforzarmi di non provare alcuna malinconia per un periodo della vita che avrei voluto avesse altre forme e colori. L’ho riletto tante volte, mi sono chiesta perché cucinare bene sia così importante anche per me che in realtà ho sempre paura di diventare grassa e di mangiare troppo, e poi  avrei voluto sapere perché a quel tempo andavo a messa tutte le domeniche mattina alle 7:30 anche se non sono mai stata credente e facevo una fatica incredibile a ripetere quel rituale domenicale. Mi sono sentita a disagio per tutto questo. Poi oggi ho forse capito qualcosa in più .

Oggi Amadeus ha detto una cosa tremendamente infelice sulle donne di certi uomini a cui è pubblicamente riconosciuto un valore. Ha detto che devono stare un passo indietro. In mezzo al popolo degli indignati per quella dichiarazione, tanto più grave in quanto pronunciata con la più naturale leggerezza, c’ero anche io. Ma mica saprei dire davvero il perché. In realtà anche a me verrebbe normale fare proprio così. Lo so benissimo, ed è proprio questo che mi spaventa più di tutto della mia maniera assurda di concepire i rapporti d’amore in cui la dimensione dell’io viene completamente annullata. Potrei cominciare parlando di certi “amori immaginari” che mi creo così
spesso tutte le volte che voglio fare le cose in quel modo che solo da innamorata sono capace di fare. Tanto per dirne una: se voglio cucinare bene ho bisogno di pensare di farlo per una persona precisa. Altrimenti il piatto non riesce. Non mi è sufficiente pensare di appagare un mio personalissimo bisogno di piacere gastronomico perché così è certo che il piatto non verrà bene. Mi viene naturale stare un passo indietro rispetto a chi amo, persino se non lo sa o non esiste davvero. O forse solo in questi casi. Chi lo sa. So solo che quando esco a correre, o scelgo un film da vedere o un libro da leggere mi chiedo sempre se a lui piacerebbe o che penserebbe se...
Ci sono stati periodi interi della mia vita in cui ho immaginato persino con piacere di vivere in funzione di qualcuno come se fossi stata la sua geisha, una che non si metterebbe mai in competizione e che asseconda soltanto il suo volere. Quando me ne rendo conto provo sempre un enorme dispiacere, per me, per la mia condanna ai rapporti effimeri o solo” immaginari”, per la mia incapacità di darmi altri parametri interiori di comportamento affettivo...Ma è così: sbagliato e insostenibile come sono certi rapporti incapaci di reggere tutta questa responsabilità per un tempo indefinito.
Ieri  mi raccontavo di essere diventata la miglior cuoca (di me stessa) che potessi immaginare.
E questo nonostante nulla di quanto avessi preparato fosse stato fatto per me. Non ho fatto passi indietro, non ero una geisha. Eppure ho mangiato divinamente.


giovedì 9 gennaio 2020

Giudizio “compreso”

Dovrei ripetermelo molto più spesso di quanto già provo a fare. La prima legge dell’antropologia dice “comprendere senza giudicare”, ma io non sono molto brava in questo. Io giudico quasi sempre sia me stessa (e ci mancherebbe altro) che gli altri. Senza snobismo o aprioristico disprezzo, ma lo faccio. E in fondo non credo sia concettualmente sbagliato quando una “sentenza” si proponga come la sintesi elaborata di una quantità e qualità sufficiente di dati. Però forse dovrei imparare ad astenermi comunque e preferire un metodo basato sullo sforzo costante di comprensione svincolata da qualsiasi giudizio. Ecco, se dovessi darmi un obiettivo per i miei nuovi anni, da questo e per tutti quelli che mi auguro, vorrei che fosse questo: “comprendere senza giudicare”

Ho cominciato questo anno zero degli anni ‘20 correndo per un’ora in un’alba ghiacciata nella quale all’improvviso un sole gigantesco spuntava da una nebbia fittissima. Mentre mi scaldavo gradualmente man mano che mi sfinivo, lasciavo che i pensieri fluissero. Mi è tornata in mente una cosa assurda che avevo fatto tanto tempo fa, precisamente l’ultimo giorno prima di venire a stare a Milano per sempre: volevo incontrare “per caso” una persona che non vedevo da più di tre anni e che avevo adorato per tantissimo tempo senza alcuna pretesa che ci fosse nulla tra di noi, perché era giusto così. No, all’epoca non lo trovavo giusto, ma oggi invece sì. Avevo bisogno di consacrare un definitivo distacco attraverso quell’ultimo incontro. Così fu: lo incontrai “per caso” col presupposto che ne avrei ricevuto un saluto al massimo un po’ stupito, ma nulla di più. E invece per tutti i minuti che chiacchierammo gli tremava la voce così tanto che non riuscì a controllarla fino alla fine della conversazione. Fu soltanto allora che mi resi conto quanto poco avessi capito fino ad allora del mio rapporto così strano, assurdo e struggente con quella figura così imponente e fondamentale per la mia vita di quel periodo. Quanto tempo avevo impiegato per comprendere davvero. E quanto tempo è passato da allora senza che io abbia davvero scordato né ritrovato nulla anche di solo vagamente simile a quella roba lì.

Qualche volta uso questo blog con finta ingenuità. Faccio così: fingo di non sapere che quello che scrivo potrebbe essere letto anche dai diretti interessati. E così pur non facendo nomi racconto della questione e dico la mia. Ho fatto così qualche anno fa per un collega terrificante che per fortuna si è trasferito: il giorno dopo tutto l’ufficio e il diretto interessato sapevano che cosa avevo detto e cosa pensavo di lui. E io non mi pentii mai di quella formula comodissima di litigio unilaterale in cui in fondo la voce è stata soltanto la mia. Ho aspettato che i fatti mi dessero ragione e che fosse lui a rivolgermi la parola e a cercare chiarimenti. Quella volta ho capito che si può anche giudicare, se poi è solo in questo modo che si può anche comprendere meglio. E poi quanto mi sono divertita. Ho replicato altre volte questo giochino di finta ingenuità. Ha funzionato sempre. Ma la maggior parte delle volte racconto di persone che adoro, di esperienze che mi segnano, di cosa posso fare per imparare ad amare tutto.

In questo momento sono sulle scale del cinema Anteo: ho preso il mio primo giorno di permesso dell’anno per sbrigare delle commissioni e per vedere il film di Gianni Amelio. Mi sono allenata pure stamattina all’alba e ad un certo punto ho pensato di morire assiderata. Ho fatto la spesa all’Esselunga e ho comprato i peanuts al Wasabi, che non so neppure cosa diavolo siano ma c’erano i punti fragola, e poi tra poco lascerò piena libertà di taglio alle forbici del mio parrucchiere. Chi penserebbe mai che una così sia pure capace di adottare delle “raffinate” strategie di calcolo per incontrare qualcuno “per caso” o per vendicarsi di colleghi orribili. Eppure...
“Comprendere senza giudicare”, chissà, un giorno potrei farlo funzionare persino su me stessa



venerdì 3 gennaio 2020

In teoria va tutto bene. In pratica (forse) ancora meglio

- No guarda, tu proprio non mi freghi...
- In che senso, scusa...
- Tu mi chiami solo quando non sai che dire ma hai tanta voglia di farlo lo stesso
- Seee...ma figurati. Avevo voglia di confrontarmi con te. Sono giorni che ci penso e mi chiedevo cosa potresti dirmi tu. Ecco, per esempio, tu che pensi dell’esperienza che si fa dopo una certa età, in quella fase in cui ormai hai della vita vissuta alle spalle ed elaborato un po’ di questioni che hanno contribuito a formare un tuo definito modo di pensare. Pensi che sia ancora così utile il “fare esperienza” piuttosto che limitarsi a pensare e riflettere, leggere (che poi è un modo di fare propria un’esperienza altrui), ascoltare le storie degli altri, insomma dare priorità alla teoria piuttosto che alla pratica? Eh? Tu che pensi?
- Mah...prima di provare a risponderti devo capire se la tua non sia la solita maniera un po’ astuta di dirmi che non hai più voglia di far nulla, che stai considerando come assodato il tuo percorso e non ne vuoi sapere mezza di sperimentare cose nuove. Lo sai benissimo che questo, tu ed io, lo chiamiamo invecchiare. Ce lo siamo già detto una marea di volte mi pare. Poi ti lamenti che ti tratto male...per forza, periodicamente mi tiri pipponi assurdi solo perché vuoi fare la nichilista di ‘sta...scusami, sono pur sempre una signora...
- No, credimi ci penso da un sacco di tempo. Io credo da sempre nel valore superiore della teoria rispetto alla pratica, perché non è “sporcata” dall’imprecisione del caso...e del caos. In teoria tutto sta in piedi, è coerente, fisso, stabile. Almeno fino a quando una teoria più robusta non la rinneghi, ma fino ad allora non ci sono prove contrarie e  tutta la verità è contenuta in quello schema preciso, rigoroso e coerente. Il mondo, in teoria, non ammette vuoti e anomalie. È perfetto e bellissimo.. L’esperienza invece è limitata, spesso fornisce un’ottica sbagliata. E poi cambia il proprio tenore a seconda di chi la sta facendo. L'esperienza rimane la sorellina rachitica della conoscenza. Non ti
pare?
- No. Non mi pare. Che intenzione hai, comprendere il senso di tutto il resto della tua vita standotene seduta a farti spiegare come va il mondo, e te stessa da un libro o da un film?
- Beh...perché no?
- Perché l'esperienza può essere molto più divertente proprio grazie alla sua imprecisione. O perché può aiutarti a definire una teoria nuova, una visione diversa, ad essere “rivoluzionaria”. E tutto questo non puoi saperlo prima, da seduta a contemplare cose fatte da altri.
- Sì, può darsi. Ma ieri ho letto una frase di Lynch che dice che l’idea è molto importante affinché l’azione che la realizzerà possa essere efficace
- Oh, ma questa è un’altra cosa. Tu ora mi stai dicendo che ti pare di vivere una vita “a caso” (o a caos) perché non hai idee chiare a sostegno delle tue azioni
- Sì, credo che sia proprio così. Lo vedi che fai la cinica severa ma poi sei l’unica che mi capisca davvero
- Eh, non a caso ti sopporto da una vita...
- E quindi?
- E quindi fai quello che dice Lynch. Fatti venire una buona idea, concentrati e osservala bene. Falla tua. Poi alza il sedere con più convinzione di come hai fatto fino ad ora e mettila in pratica. Fai di quella idea la migliore esperienza della tua vita
- E cioè?
- E che ne so. Appena mi viene un’idea te la passo...
- Mi sei sempre di grandissimo aiuto
- Lo so. Lo so...un giorno mi ringrazierai
- Sì e sarà la mia esperienza migliore

giovedì 26 dicembre 2019

Lumachina 2.0

Stavolta me lo merito. Decisamente. Non lo faccio mai, ma stavolta ho deciso che per una volta parlerò tanto bene di me. Non c'è pericolo che mi ci possa abituare: mi diverte molto di più prendermi in giro e deridermi del mio eterno incespicare piuttosto che decantare meriti che molto probabilmente sono solo frutto del caso o di una congiuntura particolarmente favorevole. Ma oggi me lo devo. Anzi è da ieri che me lo devo. Più precisamente dal pranzo di Natale.
A mia memoria credo di non aver mai cucinato così bene in tutta la mia vita. Era tutto perfetto dall’antipasto al dolce. Non ho sbagliato nulla dalla scelta dei piatti, condimento, sale, il punto di cottura della parmigiana al forno, financo la consistenza della crema al limone per la frolla alla vaniglia era esattamente come la sognavo. Persino il caffè mi è venuto più buono del solito.  La casa era perfettamente pulita e in ordine e io ho trovato il tempo di andare a correre all’alba, leggere e finire la serie de “La fantastica signora Maisel” che è una delle mie attuali ragioni principali di gioia e benessere. Ieri e oggi sono stati due giorni perfetti. Si può far festa anche così, lontani dalla famiglia ma senza nessun rancore, semplicemente sfruttando l’occasione di un tempo speciale per trovare una dimensione tutta propria e piena di tante cose. Oltre che di tanto silenzio. E di “tracce” da ripercorrere.

Dieci anni esatti che vivo in questa casa. Venni ad abitarci che avevo a disposizione solo il microonde e il letto. Mancava pure il riscaldamento, e all’epoca nevicava. Sì, dieci anni fa di questi tempi a Milano faceva veramente freddo. Solo dopo sono arrivati il divano, i mobili dell’ikea, la cucina montata da un signore marocchino che mi fece morire dal ridere per un pomeriggio intero. E poi tante cene affollate e che col tempo si sono diradate. E poi altre persone ancora, da cui mi sono lasciata ferire senza alcuna ragione. E poi la solitudine, di cui parlo sempre più spesso come se fosse la migliore consolazione da quando non riesco a perdonarmi i miei eccessi di ingenuità. Pensa che oggi
le ho dedicato un commento sull’huffington post che è arrivato a 110 like! Paradossalmente non sono sola.

Dieci anni esatti. Gli stessi che sto su fb, grazie al quale mi è più facile seguire la mia traiettoria proprio come la traccia lasciata da una lumachina che procede lenta ma inesorabile. È davvero molto comodo ripassare i ricordi così: foto, pensieri scemi, repost di articoli del tempo, arrabbiature , faccende buffe...un meltin’’ pot piuttosto efficace per ricostruire il mio spirito di quel tempo. Un percorso tutto sommato fedele quando si usano i social con la mia stessa costanza un po’ ottusa.
Non ho mai parlato di uomini già sposati o impegnati che confessavano di esserlo giusto un po’ in ritardo col candore di chi vorrebbe dirti “eh, ma mica me lo avevi chiesto”. E anche allora in fondo che problema c’era...se non cerchi marito e non vuoi riprodurti, che problema c’è. In effetti non fa una piega. Non ne ho mai parlato...ma riconosco le mie sottotracce e questo vale come promemoria corredato dalla dignità e dalla discrezione.

Dieci anni esatti. Sempre nello stesso ufficio e adesso il mio collega di stanza va in pensione.
All’inizio litigavamo sempre perché io lo trovavo un bigotto integralista davvero intollerabile. Poi ad un certo punto ho smesso. Ho capito che nessuno dei due avrebbe cambiato idea da quei litigi e così, per tutti questi ultimi anni, non abbiamo mai più  litigato e siamo stati sempre in armonia e in pace. E quando ci penso mi viene sempre in mente l’incipit di “velluto blu”...

Dieci anni esatti. Tutto soltanto per arrivare a questi ultimi due giorni perfetti. Volevo soltanto correre, leggere, mangiare molto bene, vedere per ore la mia serie preferita del momento e poi una casa perfettamente pulita e in ordine.
Ho impiegato un sacco di tempo solo per godermi esattamente questa cosa qui.
A Napoli, quando si tarda a fare gli auguri per le feste che verranno si dice una cosa assurda e apparentemente priva di significato come “buone feste fatte”. Se penso alle mie feste appena fatte credo proprio di starci dentro perfettamente.
Sono stata proprio brava. Quasi quanto quella lumachina che si porta sempre dietro la sua casa. E senza mai smettere di lasciare la sua traccia





venerdì 20 dicembre 2019

Io non ti conosco. Ma un po’ lo so chi sei

La metro rossa in questo periodo è una cosa davvero difficile da descrivere. Ero pronta alla folla oceanica, alla mancanza d’aria, alle micro risse da inevitabile intolleranza da eccesso di vicinanza, anche perché ormai sarebbe sciocco da parte mia sorprendermi ancora per questo carico di disagio legato ad una fase ciclica tanto prevedibile come questa. E così ho approfittato di quel tempo carico di mestizia per fare una cosa: recuperare ad ogni costo quel vecchio post. Sì, assolutamente. Come lo avevo intitolato? Quando lo avevo scritto? E perché all’epoca fui spinta così fortemente a parlare proprio di lui? Ma certo! Trovato. Era il 27 gennaio 2018.
Procederò per ordine. Premessa. Io sono una persona timida, pure quando faccio la disinvolta, anzi, soprattutto allora. Per questo odio la parte del mio lavoro che prevede il contatto col pubblico. Ma mi tocca e così per due volte a settimana sono costretta a stare giù allo sportello per quattro ore di fila. In questo periodo, che sono tutti in ferie, i due giorni diventano più o meno tutti i giorni. Per me è sempre una vera tortura e questo nonostante riceva spessissimo, e inopinatamente, complimenti per la mia calma, il sorriso, la pacatezza, la dolcezza...si sbagliano. Ma tant’è: mi godo una percezione altrui di me che io stessa non so spiegarmi. Vengo alla storia.

Mercoledi scorso. Si siede un intermediario per registrare degli atti e, prendendo a pretesto le ferie che nessuno di noi due farà per il Natale, ha cominciato a parlarmi delle sei volte che è stato in Perù e che però non è mai stato a Napoli e neppure a Firenze, che vorrebbe andare da Michele a mangiare la pizza più buona di Napoli, ma che in fondo anche Pizzium qui a Milano è un’ottima alternativa.
- Oh no, devi assolutamente rimediare. Napoli negli ultimi anni è diventata molto bella
-Certo, lo immagino. Ci andrò di certo. Il fatto è che conosco così bene il Perù solo perché la mia ex moglie viene da lì 
(Oh ma certo! Ora mi ricordo di lui. Mi parlò della sua storia tormentata di separazione, di una figlia che è morta, delle battaglie legali per l’affidamento del figlio, del judo a livello agonistico...ma certo
è lui! L’unico sconosciuto a cui abbia dedicato un mio post l’anno scorso. Non so neppure come si chiama. Chissà se si ricorda di me o mi sta dicendo queste cose pensando davvero che io non le sappia già)
-Il mio viaggio del cuore rimane quello in India, ma non perché sia tornata cambiata. È stato lì che ho
capito che la democrazia basata su una forma di sottomissione religiosa può essere deplorevole quanto quella americana basata sulla sottomissione al consumo illimitato
-Vero. Ma io per l’india non sono ancora pronto
Abbiamo continuato a chiacchierare di cose del tipo che aveva perso venti chili (ecco perché non l’ho subito riconosciuto!), del judo (eh si ora ricordo tutto) come secondo sport più faticoso al mondo anche se sembra totalmente statico e poi di altre cose che non ricordo ma per cui sorridevo mentre gli sbrigavo le pratiche per cui mi stava seduto di fronte. Gli ho detto che a febbraio andrò in Islanda e che mi auguro di vedere l’aurora boreale. Lui mi ha detto che è un’ottima idea. Poi ci siamo salutati e abbiamo sorriso. Non saprò mai se anche lui si sia ricordato di me mentre si chiacchierava.

Oggi 
-Ben ritrovato! 
- Ciao!
-Allora? Nel fine settimana hai stabilito una meta diversa dal Perù verso cui indirizzarti?
-Ma figurati io col Sud America ho chiuso. Però ti devo portare una cosa. Lunedì ci sarai?
-Ahimè sì. A Natale sono una tappabuchi per gli sportelli
-Allora ti porto delle foglie di coca
-Cosa!?!?
-Ma no! È del tutto legale. Serve per fare il mate. Vedrai. Quello che trovi nei supermercati non è la stessa cosa
- uh, allora grazie
-Allora chiedo di te e te la porto. Come ti chiami?
(guarda il timbro sull’atto). Lucia. Ok, ci vediamo lunedì

Era il 27 gennaio del 2018 e io scrivevo un post su una persona di cui non conoscevo neppure il nome e che pensavo che non avrei mai più rivisto. Se lunedì prossimo si ricorderà davvero di portarmi la coca per il mate saprò di non aver fatto male a dar tutto questo peso ad una persona con cui, in fondo,  ho condiviso giusto una manciata di minuti. Che spesso è proprio quello che basta per capire tutto.


sabato 14 dicembre 2019

Venerdì 13. O del come farsi luce

Oggi è il mio onomastico. Mi dicono essere anche il giorno più corto dell’anno, credo perché fa buio molto presto. È curioso perché il 13 è pure il giorno in cui, ad agosto, compio gli anni, ma stavolta nel giorno più lungo dell’anno. Più precisamente, il giorno con più ore di luce. Io mi chiamo Lucia. E in qualche modo mi pare tutto estremamente sensato nella sua ovvia e indifferente casualità. Non ho preparato torte in mio “nome”, ho lavorato e parlato con troppe persone, ho visto un film di cui non saprei dire nulla, mangiato una roba vegana di cui non indovinerei neppure un ingrediente. È stata una buona giornata. A me l’aria natalizia milanese, soprattutto se attraverso certe strade con le lucine che mi incantano fino a farmi perdere la messa a fuoco, rilassa e pacifica. Sono anni che per me il Natale non esiste in quanto festa in famiglia e obblighi di reciproco scambio di beni. Sono anni che faccio di questo tempo un’occasione irripetibile per starmene in modalità gatto acciambellato, che vuol dire silenzio, fatti miei, riposo tendente all’ozio, si spera, creativo.

Qualche giorno fa mi ha contattato un mio amico di vecchissima data per delle problematiche relative ad una questione terribilmente spiacevole. È stata l’occasione per ricordare tantissimi episodi che ci hanno visto assieme alle prese con gli esami all’università. Credo di dovergli moltissimo. Tra i due, l’inguaribile ottimista era sempre lui: sopportava il mio sconforto per quegli argomenti che trovavo così ostici, le difficoltà ad affrontare gli esami, i nostri reciproci fidanzati improbabili...che anni assurdi. Che bello averlo risentito nonostante lo spiacevolissimo pretesto. Ad un certo punto gli ho detto, per consolarlo, che ero sempre stata io quella pessimista e ansiosa. Non lui. Perciò in un’ipotetica esortazione alla continuità dei ruoli, ho fatto in modo che ritornasse a ricoprire quello suo di più di venti anni fa. E lui mi ha detto che era bello da parte mia.
Non ci si perde mai davvero quando certi percorsi comuni, anche minimi, hanno significato qualcosa.

Nei miei propositi di quest’anno c’era anche quello di vedere tanti film e posso dire che la mia
missione si è più che decentemente compiuta. Sono giorni che tento una classifica ma mi risulta davvero difficile. E così ho pensato di fissare le mie preferenze non in base ad un criterio assoluto di gradimento quanto ad un ricordo o uno stato d’animo ad esso associato. E così i film del 2019 che ho voglia di portarmi dentro sono questi:
1) Dolor y gloria.
Visto due volte. La prima, doppiato, col mio papà che non ama affatto il cinema e che per questo film disse “proprio bello” lasciandomi di stucco ma molto contenta. La seconda volta, da sola, in lingua originale, in un piccolo cinema che amo alla follia. La sala era vuota e io ero completamente incantata dalla recitazione, dalla storia, dalla magnificenza di dettagli e colori che corrispondono esattamente a certa estetica che mi cattura. Un film indimenticabile
2) Parasite. 
Sono entrata in sala con tutto il carico di curiosità accumulato da giorni in cui leggevo recensioni
appassionate e in preda ad ogni esaltazione mistica. Quel tempo trascorso a ricevere delle esatte
conferme mi è parso non essere davvero passato. Un film ipnotico che ha segnato una svolta nel mio modo di concepire l’idea di spettatore

3) C’era una volta...a Hollywood.
Ero in pausa pranzo, ero molto stanca. Avevo sentito voci discordanti su questo film. Ma Tarantino te lo vedi a prescindere, pure se poi devi rientrare in ufficio e farti prendere a botte dalla realtà. Anzi, a maggior ragione. Ricordo di essere rientrata in ufficio e che mi pareva diverso. Ma ero io ad esserlo. Ricordo che in quel giorno ho avuto l’esatta percezione del potere curativo, rigenerativo e stabilizzatore che ha su di me un buon film. Gratitudine

I prossimi sono i film che ho amato perché ero con amici che mi sono molto cari, o perché incarnano tutto un sistema di valori che mi riguardano completamente e mi fanno pensare al futuro come un luogo possibile. E poi ci sono quelli che parlano di famiglie estremamente disfunzionali o di una
società sfilacciata e allo sbando. Tutte cose in cui io sguazzo molto allegramente. E questi film mi hanno generosamente assecondato. E allora potrei citare, in ordine casuale di preferenza:
- Glass
- La fattoria dei nostri sogni
- La vita invisibile di Euridice Gusmao
- Burning
- Ema
- J’accuse 
- Martin Eden
- La mafia non è più quella di una volta
- Tony story 4
- Il sindaco del rione sanità

Bene. Direi che ormai anche quest’anno ce lo siamo levati dal...e se ci penso bene vedo tanta luce proprio  col buio.  Meglio se in sala. Che importanza vuoi che abbia un  venerdì 13 che si propone come il giorno  più corto dell’anno, se ti chiami Lucia e ami pure il buio?


venerdì 6 dicembre 2019

A proposito dei propositi

Quante saranno ormai? Forse migliaia. Le volte in cui ho fatto questo tratto per arrivare a casa ne hanno fatto ormai  il tratto di strada più familiare che ho. Stasera il 45 non passava mai e la metro di S. Donato dopo le 9 di sera è davvero un bruttissimo posto. Non mi fa paura ma lo squallore del contesto è quello tipico delle stazioni metro che fanno anche capolinea, contornate da depositi di autobus, parcheggi enormi, campagna desolata, emarginati, ubriachi...ci sono abituata ormai. Le cinque fermate che mi separano da casa attraversano una strada molto isolata che ho sempre amato moltissimo: tutte le volte mi incanto a guardare dal finestrino uno scenario che si trasforma ad ogni cambio di stagione. Il mio papà, quando viene a trovarmi, mi dice sempre la stessa cosa “Ma come fai a stare qui? Non ti pare un postaccio tremendo?”. Non capirà mai. In questi dieci anni non ho mai desiderato di vivere altrove (tranne quando ho avuto un esercito di vandali al piano di sopra per alcuni mesi. Sono andati via il giorno che avrei dovuto vedere le case nuove in bicocca che ero decisissima a comprare pur di ritrovare il silenzio). Amo questo quartiere e questa piccola casa grazie alla quale ho realizzato il mio sogno di vivere in una specie di bottiglia di “Strega per amore”.

Sono a Milano perché è qui che ho un lavoro che avrebbe assecondato il mio bisogno di stabilità economica, è qui che ho comprato la mia prima casa, trovato un po’ di pace e impreziosito il mio tempo con quello che solo questo posto può offrire. So che un giorno forse tornerò davvero da dove son venuta. E che questo per me sarà un vero trauma. Ma per ora non voglio neppure pensarci.

Oggi ho deciso che non mi sottrarrò al momento di bilanci che dicembre impone come un esattore di propositi raggiunti da spuntare dalla lista di dodici mesi prima. Ricordo che ero stata molto attenta a non fare un elenco troppo lungo, a non eccedere in self-confidence, a trovare il mio ritmo interiore. E poi ad ammettere ambizioni di più lungo termine. E così ho pensato che ad ogni post, da oggi fino a fine anno, includerò uno, o più di un proposito raggiunto o meno. Parto dal primo: essere più inclusiva e meno solitaria. Star sola rimane la mia cifra esistenziale privilegiata e non ho mai pensato che sia un
fatto sbagliato. Ma frequentare poco mi impoverisce spiritualmente, mi preclude affetti e punti di vista differenti. E questo non è bene. Piaccia o no.

In tv c’è la Dandini. I suoi programmi sono uguali a quelli che faceva quando io ero adolescente e la guardavo mentre provavo a dare senso compiuto alle versioni di latino. All’epoca ero molto più sola di adesso, non sapevo proprio cosa fare di quell’eta assurda e avevo paura di tutto. Credo che questo ancora me lo porto addosso come marchio indelebile: forse è per questo che una volta una persona che frequentavo ad un certo  punto mi chiese “Lucia, ma come è stata la tua infanzia?” Chissà perché me lo chiese...in realtà è una domanda che mi hanno fatto più volte declinandola in tanti modi...chissà.

È stato un anno bello. Mi è sembrato non più lungo ma dilatato. Credo di aver sorriso molto più di un tempo. Di certo ho pianto meno. Ho alternato la tranquillità delle cose stabili e assodate
all’imprevisto di emozioni sorprendenti. Mi illudo più di prima, ma ormai so bene di farlo e neppure trovo sensato vedere esaudito ogni mio slancio. Nei miei propositi non c’era la felicità e neppure quel il suo surrogato assurdo non meglio definito di serenità. È troppo presto e sono cose che non sento di meritare ancora. E poi impigriscono e io non ho chiuso tutti i conti con quella adolescente inquieta che ho lasciato in silenzio laggiù. Forse dovrei riaprirli. Anzi, già che ci sono metto questo fin da ora fra i miei migliori propositi.

martedì 3 dicembre 2019

“Post” ideologico (e commemorativo)

Che poi io lo so che mi toccherà farci i conti pure stavolta. Tanto più se mi rendo conto che mi fa sempre più piacere ritornare a quella volta per vedere l’effetto che fa al passare degli anni. È uno dei miei appuntamenti fissi col ricordo e con il misterioso potere terapeutico del tempo, che risolve quasi tutto, se si ha la pazienza e l’umiltà di lasciarlo fare. In questo momento sono seduta su una sedia che tengo attaccata al termosifone, alle spalle lascio una bella giornata di lavoro, di spesa al supermercato di cibi sani, uno dei miei corsi di cinema per cui ho ormai da tempo sviluppato una gioiosa dipendenza. È molto tardi, quasi l’una di notte e qui fuori c’è un micio che miagola alla luna (o forse soltanto ad una ciotola vuota). E io in questa situazione mi sento perfettamente in pace.
Un po’ di anni fa invece ero seduta su questa stessa sedia, persino il termosifone era acceso proprio come adesso, solo che non uscivo da tre giorni, non mangiavo quasi nulla e piangevo tutte le mie lacrime. Da allora ogni anno mi viene spontaneo onorare quei giorni, quel cuore, spezzato per ragioni che neppure ormai ricordo più, e quelle sensazioni a cui ho giurato a me stessa che non avrei mai più fatto nessuna concessione. Così è stato. Da allora è cambiato tutto e sono sicura che sia accaduto senza una mia volontà precisa. Però è successo: un bel giorno ho ripreso a sorridere e a dimenticare le ragioni del mio dolore. Una vera fortuna. Non so davvero cosa nel frattempo abbia perso, mi interessa solo aver disattivato dei meccanismi emotivi per preservarmi da vagonate di dolore. E per me questo conta davvero molto. Altro non voglio sapere.

Se non avessi avuto questo impegno solenne con la memoria di qualcosa che ormai è fortunatamente perduta per sempre, avrei scritto un “post” ideologico sul post ideologico (mi aspetto grasse usate su questa mirabilissima trovata lessicale ah...ah...ahhh...). Sì, mi sarei lasciata tentare dalle riflessioni che mi suscitavano le attuali piazze piene di sardine di ogni dimensione/generazione, che paiono presagire una rinascita delle energie sopite della sinistra,  o dall’epica dei giovani ambientalisti che urlano con porzioni multilple di big Mc in mano, o dai riders che portano il sushi nelle case di gente che non ha più voglia neppure di farsi un uovo o uscire per una pizza.

Mi sarei immaginata solita spettatrice spaesata di un mondo diviso tra chi sta in piazza incazzato nero, spesso senza spiegare davvero bene il perché, e chi rimane in casa a spaccarsi di serie in streaming e non ha neppure voglia di andare a buttare la spazzatura.
Perché poi lo so che alla fine io faccio così: quando esco e vado in piazza è per vedere perché c’è così tanta gente che urla tutta insieme cose che io non ho mai davvero saputo ripetere. Quando sto in casa passo pure io tutto il tempo a vedere le serie, però nel frattempo cucino per un intero esercito. E così non vale...no che non vale...
Forse è per questo che poi quello che mi piace fare più di tutto è ancora sedermi in un Mc Donald, fare colazione con il cornetto e il cappuccino, tra l’altro entrambi prodotti da industrie italiane, e che mi diverto ancora ad ancora alzarmi e pulirmi da sola il vassoio, sebbene ormai anche lì ci sia il servizio al tavolo, che ai miei occhi è la nota più stonata delle nuove offerte di servizi.
Io, nel mio Mc Donald con vista sul Duomo, costruisco la mia vera esperienza collettiva. E questa per me è a modo suo una forma nobile di socialismo.

Il capitalismo è così: pare malvagio. E spessissimo lo è. Poi però nessuno riesce ancora davvero a capire come farne a meno...se non sei abbastanza benestante da andare a mangiare a Eataly e gridare potere al popolo tra una pizza ai cereali antichi da quindici euro e una zuppa ai legumi dei germogli dell’antica Papuasia. Quando voti da una vita intera a sinistra e non ne hai mai tratto nessun appagamento, quando pensi che in un mondo ideale il profitto può esistere senza essere colpevole se è generato dalla creazione di un valore e non da una forma di sfruttamento, quando pensi che un’economia sana dovrebbe essere soltanto di tipo misto, con un modello di produzione privato efficiente  e un regolatore pubblico di redistribuzione...poi è normale che ti pare più utile metterti a commemorare quella volta che avevi il cuore completamente spezzato. Ma per quello mi è bastato il tempo.
Per il “post”ideologico forse il semplice passare del tempo per risolvere un problema potrebbe servire solo ad aggravarlo. Mah...Ci penserò meglio domani. A colazione. Con cornetto e cappuccino. Meglio se col Duomo di fronte.



sabato 23 novembre 2019

Casa è dove dormo tanto e bene. O no?

Stento quasi a credere che sia stato possibile. E invece è successo davvero. E per ben due volte di seguito.
Ritornare a casa per una manciata di giorni ha ancora il potere di riparametrarmi e dare un freno a dei ritmi che non so come modulare diversamente a Milano, quando sono sempre alle prese con le mie “tegole del contingente”. Quello che però stento a credere è semplicemente questo: riesco a dormire tantissimo. Credo che l’ultima volta che mi sia riuscito di farlo per nove ore di fila avessi cinque mesi. Pare una cosa minima e invece per me è un miracolo di quelli seri per una insonne cronica che non arriva alle quattro o cinque ore di dormita tormentata e interrotta. Questo è quanto mi riesce di fare ormai da tanto tempo lassù al nord. Forse è solo un patto tacito con me stessa: voglio fare troppe cose - assieme a quelle che devo - e siccome ho una capacità organizzativa quanto meno perfettibile, garantirmi più ore possibili di tempo vigile è diventato un fatto necessario. Ma mi stanco sempre di più. Sento che troppe cose mi sfuggono di mano, le tollero meno, mi sento sempre meno all’altezza di tutto. E così stare qui giù a casa, decontestualizzarmi, non vedere l’ufficio e non dovere affrontare una scrivania che non riesco a mettere in ordine (che pare niente e invece è uno dei miei principali drammi esistenziali), prendermi una pausa da questioni che mi sfuggono di mano e da tutto quello che vorrei fare senza riuscire a trovarne la maniera, mi fa dormire bene. Mi pare tutto così lieve quando torno qui per qualche giorno.

Ma ormai non ci casco più. Tornare è una delizia che rimane tale fin quando son sicura che Milano mi richiamerà per tempo al suo ordine. E questo lo accetto perché ancora mi pare giusto. Perché ancora ricordo il motivo per cui ho preferito andar via piuttosto che provare a resistere qui, a cercare una qualche ragione inattaccabile per non andar via. Non mi basta dormire bene un paio giorni per pensare di risvegliarmi in un posto davvero capace di riaccogliermi. Non mi basta neppure pensare
che a Milano c’è ad attendermi un lavoro che non riesco ad amare, in mezzo a persone (non tutte, ma parecchie) che non sceglierei per nessuna ragione al mondo di frequentare, che dormo poco e che la
sera quando rientro tardi ho sempre paura e poi che ho troppe cose da fare e che da sola è bello ma irrimediabilmente faticoso. Eppure so che sentirei ancora moltissimo la mancanza di tutto questo e che il benessere passeggero dei pochi giorni trascorsi in questa casa così grande e comoda sia solo una tentazione ingannevole non prorogabile a lungo. So che, prima o poi, sarò costretta a tornare per tantissime ragioni che poco o nulla hanno a che fare con la leggerezza di una piccola vacanza da ospite privilegiata. Mi pare ancora una cosa così sbagliata. Ma come fanno gli altri “emigranti” ad essere così certi della necessità di tornare là dove sono nati? Perché trovano il fatto così scontato? E perché io invece no? È davvero sufficiente sentire di stare un po’ meglio per un po’ di tempo per esser certi di poter stare davvero bene per sempre? Io lo so che la risposta è quasi certamente no.

Però ho dormito così bene. Ci si abitua così presto a cose come queste. È così facile, in certi posti, smettere di stare svegli...





domenica 17 novembre 2019

Promemoria (delle cose da non ricordare)

È tutto il giorno che ci penso. Forse era solo un modo di dare senso al tempo impiegato in un’attività ingrata come le faccende domestiche. Ma no, in realtà ci penso da una vita e poi periodicamente approfitto di episodi scatenanti per ritornare sulla questione cercando sentieri meno battuti. Tutto è (ri)cominciato con la trasmissione dell’alba di oggi alla radio. È andata così: da qualche settimana viene proposta una rubrica in cui si intervistano, separatamente, i componenti di una coppia che dura da molti anni per capire quale possa essere il segreto degli amori longevi. Le interviste sono centellinate e spalmate su più puntate. Quella di oggi era l’ultima. Il finale lo racconto dopo. Ora mi preme dire un’altra cosa che mi serve per mettere in chiaro un paio di punti.

In uno dei suoi film più belli Woody Allen fa una lista delle cose per cui vale la pena di vivere e così anche io, quando sono molto triste, provo a stilare la mia personale scena di “Manhattan” e a segnare su un foglio tutti gli ottimi motivi per cui stare al mondo sia in ogni caso fantastico. Di solito funziona quasi subito perché mi rendo conto che la lista si allunga molto rapidamente. E così dopo pochi minuti poso la penna e penso che ha senso continuare a credere che “la felicità non è una truffa”, nonostante non abbiamo ancora tutte le prove della sua specchiata onestà.
Ma oggi è stato diverso. Oggi è stato il contrario. Oggi mi sono chiesta cosa metterei in una lista che contenesse le cose per cui NON valga la pena di vivere. Mi sono seduta, ho preso la penna e mi sono concentrata proprio bene. Niente. Non mi veniva in mente niente e mica perché sia preda di chislsà quale euforia entusiastica da Teletubbies...anzi, mi riconosco come sempre persona tendenzialmente tristissima e per nulla ottimista, ma per fortuna queste continuano a non essere delle ragioni sufficienti per non continuare ad affannarmi a pieni polmoni.
All’improvviso mi è venuta in mente. Sì, credo che ci sia in effetti una ragione per cui non valga la pena di vivere. È la sensazione drammatica di aver sprecato il proprio tempo quando ormai è troppo
tardi. Ma persino io non faccio fatica a capire che si tratti di uno di quei paradossi “autoassolutori”
per i quali il rimedio è dato dalla scadenza dei termini di applicazione dello stesso. Come fai a pensare di non voler più vivere per quello che hai ormai già vissuto? Non si torna indietro e farla finita dopo sarebbe solo una beffa ulteriore. A pensarci bene, che razza di guaio. Eppure per me rimane un fatto drammatico. E allora come la metto adesso?

Qualche anno rimasi molto colpita da una lettera che l’astronauta Parmitano aveva scritto alle sue bambine. Le esortava a cimentarsi anche nelle cose che non amavano e che non trovavano divertenti perché è proprio in quelle che si scoprono le cose più sorprendenti anche di se stessi. Credo che il suo intento fosse quello di far comprendere lo stupore che può celarsi nelle cose complicate o meno immediatamente seduttive o che semplicemente non sono in linea con la nostra natura. Una cosa simile stava scritta nell’autobiografia di Agassi, “Open”, che è la storia di uno dei più grandi campioni di tennis del mondo che ha fondato la sua grandezza proprio grazie all’odio profondo per
questo sport. Curioso davvero.. Ricordo che pensai che certe lezioni hanno senso quando si
percepisca il tempo esclusivamente come proiezione in avanti e perciò ammetta come dato anche il fallimento e le sue incognite. Potrei accettarlo. Sì, in fondo questa concezione di un tempo mai davvero perduto quando si procede per tentativi mi convince. Quasi del tutto.

La puntata di stamattina che concludeva quella intervista ai due coniugi di lunghissimo corso raccontava questa cosa qui: i due si erano sposati illibati. Durante il viaggio di nozze lei contrasse una grave infezione alle parti intime che costrinse la coppia a non aver rapporti per molti mesi successivi al matrimonio. Lei ad un certo punto dell’intervista ha raccontato di aver sentito il suo novello sposo, dire a voce bassa,  “era meglio che non mi sposavo” e che fu proprio in quel momento che lei disse a se stessa “dedicherò tutta la mia vita a fargli cambiare idea”. E così ha fatto.
E io non lo so com’è, ma è da stamattina che penso che se dovessi pensare alla sola ragione per cui penserei che non valga la pena di vivere sia una cosa del genere: spendere una vita intera a convincere qualcuno che fa bene ad amarci. E non mi serve a niente neppure sapere che sono felici da. 52 anni. Proprio a niente. Ma in fondo chi l’ha vista mai una lista di cose per cui non valga la pena di vivere. Per fortuna

domenica 10 novembre 2019

Metro. E tu che misura di unità usi?

Se ci penso bene non è poi così grave. Anzi, direi che mi rende persino ragione di una convinzione che cerca inutilmente smentite. Tutto è cominciato dalla metro. Da quando non guido più, circa dieci anni, girare per Milano per me significa coprire lunghissime distanze a piedi, con autobus che cerco di usare con parsimonia perché attendere alla pensilina significa condividere lo spazio con qualcuno che mi fuma accanto, la metro che detesto perché mi pare una discesa agli inferi, non prende la radio e mi impedisce di godermi la morfologia mutevole dei quartieri che attraverso. Ma tutto questo disagio mi appare nulla rispetto a tutto il tempo di vita che ho risparmiato nella non ricerca di parcheggio. Se mai dovessi tornare al mio paesello di sicuro riprenderei a guidare e a ricordare con struggimento i bei tempi nella linea gialla che in dieci minuti mi portava da casa mia (periferia estrema a sud di Milano) a piazza Duomo. Ed è per questo che la metro, nonostante il disagio che mi procura, rimane il mio “luogo comune”, capace di contenerne a sua volta tanti altri. Come i manifesti di “Tinder” sulla bellezza di essere single, che poi è in realtà un’affermazione tutt’altro che comune.
Ricordo che la prima volta che ne ho visto uno mi sono chiesta il motivo per cui non spingessero sull’idea che fosse un sito per persone che non hanno intenzione di essere sole e che vogliono incontrare qualcuno proprio perché single, secondo un’accezione comune atavica, non è bello. Poi ho sorriso, forse perché confortata dal fatto che quella dello star soli può davvero essere una condizione auspicabile e non dettata da ragioni come la sfortuna, un brutto carattere, caratteristiche estetiche non in linea con i canoni o per insufficienti occasioni di incontri efficaci. Tinder risponde piuttosto all’esigenza di moltiplicare l’occasione di conoscersi facilitati da un metodo molto rapido e potente di trovare persone che ci assomiglino e che scegliamo, non perché siamo dei disperati che nessuno vuole. È proprio cambiata l’ottica. Star soli perché autonomi, risolti o semplicemente nella fiduciosa attesa dell’incontro giusto a tempo debito è finalmente qualcosa di socialmente accettato e anzi addirittura figo. Che bello, sapevo che prima o poi qualcuno mi avrebbe capito.

Non ho mai usato Tinder nè nessun altro sito del genere. Resto ferma sull’idea che l’incontro della
vita non vada cercato con metodo ma debba capitare e che questo avvenga soltanto quando riusciamo a diventare esattamente ciò che ci è dato di essere come individui. Altrimenti il rischio è assestarsi su cose che passano, incontri anche belli, divertenti, formativi, interessanti, passionali...ma passano. Inevitabilmente.

Credo che sia sbagliato definirsi single soltanto per scelta o per disgrazia. Si può esserlo anche per decisione, quella presa quando capisci che le strategie di seduzione valgono per il tempo della conquista e poi si svuotano per obiettivo ormai raggiunto, o quando ti rendi conto che i “vediamo come va” sono una base di partenza già cosi fragile che ti andrebbe di stringergli la mano e dirgli che quella che è appena passata fa più al caso suo di te. E soprattutto che la solitudine è una condizione necessaria per crescere e non una cosa di cui avere timore.

Ieri ho visto un film che mi ha un po’ affaticato. Si intitola “La belle Epoque” e parla di un uomo sposato da molti anni con una donna, che pare non amarlo più, che rivive il giorno in cui si è
innamorato di lei per ricordare che cosa ha provato e perché è accaduto. L’idea mi è sembrata bella, il film è scritto bene eppure io non ho ben capito che intenzione avesse veramente, visto che alla fine non mi è chiaro se per far perdurare un amore sia necessario il ricordo di ciò che lo ha generato, oppure ritornare a quello che si era quando è nato, oppure se sono necessarie le condizioni storiche che lo hanno favorito, se è una mera suggestione ma in realtà ciò che è stato non può continuare ad essere nella stessa forma delle origini. Oppure se il protagonista in realtà non si sta rinnamorando di sua moglie ma della donna che lo sta aiutando a ricordarla, che è giovane, bella, affascinante...ma un’altra donna. Non l’ho capito e questo per me è già una risposta sufficiente sulla questione.

Di certo tra poco uscirò e prenderò la metro. Mi soffermerò su quei volti giovani e sorridenti. E penserò che hanno ragione loro. Poi, come quasi tutti, passeranno al torto




In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...