giovedì 9 agosto 2018

Cambiare aria (speriamo poco condizionata da quella che tira)

Uh...mi appresto a concludere una settimana insospettabilmente faticosissima. Al lavoro mi sono ritrovata a gestire afflussi di portata davvero imprevedibile, mentre in casa ho dovuto fronteggiare delle temperature con picchi da forno crematorio poiché non ho l’aria condizionata: sono anni e anni che continuo a considerare questa abitazione come provvisoria e che sia pertanto inutile ritenere che sia ancora migliorabile con investimenti ulteriori. Eppure, nonostante tutte le crisi e la voglia sempre più insistente di una stanza in più magari in un quartiere più fighetto, sono ancora troppo affezionata a questa ”cuccia” colorata e allegra che conserva il grande merito di “contenermi”, sia concretamente che nelle mie inutili velleità.
In questo momento è perfettamente in ordine e profumata come riesce ad essere solo quando parto per un po’ di tempo. Finalmente domani sera tornerò giù per un po’ e il mio solo scopo è quello di fare il meno possibile, per quanto più mi è possibile, ad una temperatura sostenibile.

Stanotte, per la prima volta, ho dormito con tutte le finestre completamente spalancate. Non credo che sia esattamente la cosa più ragionevole del mondo da fare se vivi al pian terreno E infatti non lo farò più ma è stato proprio bello starmene sul divano con la luce dei lampioni che sottolineava i contorni delle cose presenti nella mia cucina. Ad una certa ora l’aria si è fatta respirabile e io mi sono irrimediabilmente addormentata come un sasso. Quando mi sono svegliata era ancora buio, non avevo sudato come le altre notti, ero abbastanza riposata e ho scoperto che è stato nominato un nuovo capo all’Agenzia delle Entrate. Sono stata felice di vivere l’alba con un caffè fatto bene e che il frigo fosse vuoto così da potermi concedere a suggerimenti alimentari alternativi alle mie inutili merendine virtuose.
La giornata in realtà si è articolata in modo da Annientarmi, ma poi alla fine tutto è andato come doveva, ho pranzato col gelato bello di “melaverde”: il gusto bacio è pura poesia e quello allo yogurt greco al pistacchio è un’ipotesi di felicità in crema. Poi ho preso dei film in biblioteca, ricevuto dei complimenti che mi servono a capitalizzare un’autostima sempre bisognosa di conforto, reale o immaginario, e ho infine fatto una lunga passeggiata verso casa.

Stasera è più fresco di ieri. Forse non è necessario tenere le finestre aperte e credo pure che mi addormenterò molto prima. Ma la sveglia di domani è la stessa e la moka è già pronta. Il frigo è ancora vuoto e in questo momento Di Maio sta parlando alla 7 anche del nuovo capo dell’Agenzia delle Entrate, oltre che di altre cose a cui non riesco a credere neppure con la massima buona volontà. Ma forse è davvero tutta colpa mia e dell’aria che respiro io. E poi a quest’ora ho già abbastanza sonno e sento di avere solo il diritto e la lucidità appena sufficiente per pensare ai gusti da scegliere domani a pranzo, dopo che avrò visto di certo troppe persone. Tutto accadrà prima di salire su Italo. Verso un’aria nuova. E condizionata

martedì 7 agosto 2018

“Mi piace” “non seguire più” (se poi non posso soffermarmi)

È da qualche giorno che ci penso. Forse la cosa comincia a diventarmi chiara solo da un po’ e provo a prendere le misure con un fenomeno in fondo relativamente nuovo. Parto dall’inizio. Qualche anno fa frequentavo assiduamente un amico con cui condividevo passioni comuni, in primis il cinema, che ci vedeva almeno tre pomeriggi a settimana assieme, e poi incontri legati a forme condivise di impegno e cene con bella gente che conoscevo all’epoca. Ad un certo punto lui mi scrisse sulla chat di fb dicendomi che mi avrebbe bloccato perché cominciava a soffrire all’idea che saremmo stati soltanto buoni amici e che stava male anche al solo pensiero di ritrovarsi finanche a contare tutti i like che mettevo agli altri, a leggere ciò che qualcuno mi scriveva per farmi sorridere e persino al mio modo divertito di rispondere sempre a tutti. Mi disse anche che si rendeva conto dell’assurdità della cosa, ma che non poteva fare a meno di farlo, nonostante questo lo annientasse. Fu quello il suo stranissimo modo di dichiararmi un affetto diverso dalla semplice amicizia, sulla quale io avrei sempre voluto contare. Prima di quel messaggio non avevo mai capito nulla e soprattutto mi colpivano le ragioni della sua sofferenza: i miei like, dati e ricevuti, non erano (e non sono) messaggi occulti di ammiccamento, come non lo è nulla di quello che scrivo su fb. E lui invece ne soffriva. Soltanto molto dopo ho capito che quel comportamento era il suo tentativo di accettare il fatto che non fossi innamorata di lui e che la sola cosa che gli riuscisse per provare a stare meglio era quella di non sapere più niente di me.

Dopo qualche tempo mi riscrisse, forse per capire se mi fosse mancato almeno un po’, ma io detesto che le persone soffrano inutilmente per me e in quella occasione non gli lasciai alcun dubbio residuo. Credo che chiunque dovrebbe fare così: essere chiaro e onesto anche al prezzo di essere odiati. In fondo è giusto così e poi dopo un tempo fisiologico di elaborazione si torna a stare tutti molto meglio.
 Mi è dispiaciuto molto non vederlo più, per tanto tempo ho sentito la mancanza delle nostre gare su chi imbastisse la recensione più riuscita dei film visti assieme e anche di tutte le cene e di certe paranoiche conversazioni su un tempo che non ci apparteneva mai del tutto...ma poi mi ripeto ogni volta che il detto “dove non puoi amare non soffermarti” rimane sempre il mio imperativo categorico, anche quando sono io quella che non si può amare. E così non ci siamo visti più da allora. Non avrei potuto offrirgli altro, nonostante gli volessi molto bene, ma sono certa di essergli ormai completamente passata dalla mente e dal cuore. E poi i cinema esistono ancora, come pure il buon cibo e le belle conversazioni con persone che ci somgiglino, ma è proprio sulla scorta di questa mia piccola esperienza che mi trovo sempre più persuasa del fatto che fb stia generando una strana forma di relazioni umane che chiamerei “socialogia” degli affetti di cui forse bisognerebbe prendere seriamente atto.

Io non blocco mai nessuno. È successo soltanto una volta con un’amica, ma poi ci siamo ritrovate. Per tutti gli altri lascio che la mia presenza sul loro profilo vada di pari passo con l’interesse reale che ho per loro. Tranne in un caso. In “quel” caso ho conservato l’amicizia ma  ho messo l’impostazione “non seguire più”. Ormai già da un po’ di tempo. Io credo che oggi sia più complicato di un tempo allontanarsi da qualcuno a cui a vario titolo ci sentiamo legati, proprio in virtù del fatto che le distanze da prendere non sono più soltanto quelle fisiche, “E siccome è facile incontrarsi anche in una grande città”...figurarsi quanto lo sia sui social!

E così oggi ho ripensato al mio amico di allora, a quanta inconsapevole sofferenza gli avevo procurato, e alla sua drastica ma condivisibile decisione di non vedermi neppure di “profilo”. E poi ho pensato ai rimedi nuovi per fronteggiare tutto questo dolore, dettato da cause reali e immaginarie, e ho notato che in fondo finiscono per rispondere sempre alla stessa logica: quella di proteggersi dalla gelosia e dal rifiuto. Ed è per questo che hanno ogni ragione anch’essi.

 “Dove non puoi amare, non soffermarti”. Solo questo “Condivido” e “Mi piace” proprio sempre. Dove non si può, in tutta franchezza, direi  che posso anche “Non seguire più”...

sabato 4 agosto 2018

Ho un problema con Cary Grant

Ormai non c’è più alcuna possibilità di redenzione e riabilitazione. Ci sono cose che non devo sapere, verità che devono essermi celate accuratamente, perché conoscerle significherebbe rompere un idillio o, peggio, generare traumi irreversibili. È per questo che ormai non posso più vedere film con Cary Grant. Ho letto che era avarissimo e che addirittura aveva richiesto, e gli era stato accordato, che da contratto poteva tenersi tutti gli abiti su misura che indossava nei film che girava. Lo sciupafemmine... Ecco, il risultato di questa verità che non volevo affrontare è che io adesso, ogni volta che mi imbatto in un suo film, vedo solo un “pulciaro” terribile e quindi non riesco più a godermi il film. Bisognerebbe avere più rispetto del mondo della “finzione” e non rischiare di abbassare mai un “divo” al suo livello umano. Del resto si chiama fabbrica dei sogni, mica bocca della triste verità...

Oggi sono stata al parco  Vittorini, quello in fondo alla mia strada. Per arrivarci devo fare una piccola passerella davanti ad una specie di spin off dei peggiori bar di Caracas. Ci sono personaggi molto naïf, che di solito stanno fuori a fumare e bere fiumi di birre, e che quando mi vedono passare sono soliti fare i brillanti con frasi da galletti che non mi offendono ma a cui non reagisco (lo farebbero con qualunque donna comunque) ma mi limito a camminare con la testa bassa sperando che quella manciata di secondi di imbarazzo passi in fretta.
Quando sono arrivata alla mia panchina preferita ho trascorso un paio d’ore tra pace, sole, lettura e qualche foto ad un parco desertico e magnifico. Poi avevo davvero troppo caldo e ho deciso di rientrare. C’erano ancora tutti. Io ho di nuovo abbassato lo sguardo, e di nuovo ho sperato che tutto finisse presto. Ad un certo  punto uno di loro ha detto “scusami...hey, scusami...ma perché non parli mai? Secondo me non sei di questa terra per quanto sei bella. Dai parla!”. Ho alzato lo sguardo soltanto in quel momento, gli ho sorriso per mezzo secondo e ho proseguito come sempre. Avrei voluto dirgli “caro mio, io pur di non passare davanti a tutti voi farei il giro della città ma ho troppa voglia di prendere il sole sulla mia adorata panchina a dieci metri da qui e se il mio prezzo sono gli occhi dei clienti dello spin off del peggiore bar di caracas che mi vedono donna giunonica per fantasie di cui credo di non aver grande cognizione, così sia. E poi sai che ti dico? In fondo è piuttosto divertente farti credere quello che credi, qualunque cosa sia”.

Chi sono io per infrangere i sogni e le credenze degli altri? Chissà quanto troverebbero noiosa e seria questa passante col prendisole e gli occhiali anni sessanta se davvero si concedesse al dialogo con loro. E invece sono anni che questi simpatici perdigiorno mi dicono cose inutili a cui abbiamo tutti deciso di credere. Per ben cinque secondi alla volta!

Domani alle 14:00, sulla 7Gold danno “il visone sulla pelle”. Con Cary Grant. Mi sa proprio che non me lo vedo. A quell’ora sai quanto sole si prende al parco 😝😉

giovedì 2 agosto 2018

Quando ero “Semi_Seri” e coltivavo dubbi

Da domani comincio a prepararla. È da un po’ di anni che adotto questo metodo e devo dire che mi ha sempre premiato. Non avverto la fatica dell’ultimo momento e neppure l’obbligo di una pianificazione troppo accurata grazie alla predisposizione di una lista. Io la valigia ormai la faccio così: la tengo aperta per circa dieci giorni e parto daLle cose strettamente necessrie per arrivare a gradi successivi di utilità. Dopo tre giorni, se non è diventata troppo pesante ci metto dentro tutto quello che non intendo riportare al mio ritorno tra regali, vestiti che non metto più ma che non riesco a buttare, libri letti, dvd, soprammobili che ormai non rappresentano più il mio spazio, cibo locale...
La prossima settimana tornerò per pochissimi giorni a casa: il mio papà mi ha preso i biglietti tre mesi fa ritenendo la mia presenza nella settimana di ferragosto un fatto necessario. Obbedisco.

Stasera avevo intenzione di rivedere un film che apprezzai molto al cinema assieme ad un amico che non frequento più da tanto tempo per ragioni che mi ha spiegato dopo e delle quali ho rispetto. Si trattava di “Dio esiste e vive a Bruxelles”, ma purtroppo c’e lo speciale camera e sono troppo delusa per assecondare un cambio così al ribasso.

In questi due giorni di caldo eccessivo, pressione così bassa da provocarmi problemi quando mi alzo, nottate sul pavimento per cercare refrigerio, mentre previsualizzavo il contenuto della mia valigia mi è tornato in mente l’ultimissimo post del mio primo blog, quello chiuso il giorno prima che partissi per emigrare in Lombardia. Era il 2009 e il blog si chiamava “Semi_Seri”, sottotitolo “alla ricerca di un terreno fertile su cui germogliare”. L’ultimo post si intitolava “bagagli e fardelli” che poi è un giochino di parole che riprendo ogni tanto perché mi sembra molto esplicativo di un’idea precisa di cosa sia per me davvero necessario e cosa invece una inutile zavorra fatta spesso di ciarpame di eccessivo ingombro. Mi ricordo che ero spaventata ma felice, che quelli che mi seguivano all’epoca furono adorabili e pieni di parole di incoraggiamento ma anche di tristezza per un’esperienza di condivisione che si concludeva. E poi mi ricordo di un commento che diceva “mi raccomando ricordati la maglietta della salute che al nord fa freddo”. Era un blogger di Padova che avevo anche conosciuto al primo blog fest della storia d’Italia che si tenne a Riva del Garda. Che tempi! Chissà cosa ne è stato di quelle migliaia di pionieri del popolo 2.0 che affollavano le strade e gli stand di quella gigantesca manifestazione. Io ci andai partendo con un blogger del mio paese con cui interagivo da mesi ma che conobbi solo quando partimmo per quel lungo viaggio. Fu lì che conobbi Matteo Bordone, uno dei miei idoli radiofonici assoluti e grazie al quale il sabato e la domenica pomeriggio sono il mio tempo non negoziabile per nulla al mondo ancora oggi.

Dall’avvento del dominio di fb quel genere di composizione della rete si è via via disgregato fin quasi ad annullarsi o riconvertirsi in qualcosa d’altro. Anche questo blog è tutt’altro da quel primo concepimento di scrittura condivisa. Credo di non aver mai fatto davvero pace con questa cosa. Quello era un salotto di discussione, una cassa di risonanza, una rete di idee spesso condivise, altre volte no, ma c’era modo di capirsi ed argomentare. Mi ricordo che c’era uno sforzo di documentazione e di elaborazione del pensiero che ormai stento a ritrovare, anche nei miei timidi tentativi attuali. All’epoca avevo dieci anni di meno, non lavoravo e avevo tanta paura del mio presente di allora e di tutto il futuro possibile, venivo fuori da una storia sbagliata e quando non scrivevo...piangevo.
Oggi no. Tutta quella paura di partire e salire qui me la sono fatta passare, ho imparato a viaggiare sempre più leggera e se scrivo lo faccio immaginando di non rivolgermi a nessuno, ma lasciando la porta aperta. E poi ormai non piango quasi più, qualsiasi cosa questo voglia dire. Ma devo confessare una cosa. Non ho mai portato con me la maglia della salute. Secondo me non mi sarebbe servita, ma ormai che importa...



martedì 31 luglio 2018

Piacere! (...a chi?)

In realtà non lo faccio mai. Perlomeno non da quando ho superato i trenta già da un pezzo. Però, complice un caldo davvero atipico, avevo deciso che questo week end mi sarei vestita da femmina che vuol farsi guardare...beh, detta così direi che non mi fa troppo onore. In realtà ho indossato semplicemente una canotta con delle trasparenze e una gonna molto ampia e colorata. Poi ho messo i tacchi e della biancheria nuova e un po’ elegante che ho dedicato soltanto a me stessa perché avevo sentito una volta una diva americana dire “indosso sempre della biancheria intima molto bella. Gli altri non lo sanno, ma io sì e cammino diversamente”. Aveva ragione: la sensualità non ha nulla a che fare con la bellezza banalmente “visibile”. Non sarò certo io a riferire se il mio esperimento “frivolo” sia riuscito o meno. Mi sarebbe già bastato sapere che ho camminato senza mai inciampare, che quella canotta mi sta ancora come l’ultima volta che la indossai (tanti anni fa) e che mi trovavo proprio bellina. E così, nonostante la mia naturale attitudine alla maglietta dei tre allegri ragazzi morti, jeans sdruciti e sneakers, mi pare sensato ogni tanto scoprirsi ed essere qualcos’altro.

Ormai ho imparato a riconoscerli tutti dal loro modo di bussare. I colleghi che mi vengono a trovare in stanza per un breve scambio di idee, amenità, pettegolezzi...sono tutti riconoscibili dal tocco: c'è chi deve assolutamente raccontarmi cosa ha visto al cinema, chi degli intrighi di palazzo, persino chi mi racconta delle sue esilaranti avventure amorose per le quali io rimango quasi sempre di stucco. La mia bolla fatta di silenzio, lavoro sempre uguale, luce naturale e poca aria condizionata, viene allegramente interrotta da queste sporadiche ma affettuose presenze. E a me questo piace sempre molto. Purtroppo in questo periodo mi toccherà quasi sempre coprire la prima informazione e l’attività di sportello. Starò sempre con la gente, alle prese con cose da dire e da ascoltare. E questo mi affatica. Ma poi oggi è successo che ad un certo punto improvvisamente, un contribuente mi ha regalato della frutta: l’aveva appena comprata e me ne ha data un po’. Gliene ho chiesto i motivi e mi ha detto che sono dolce e simpatica e la cosa mi ha seriamente commosso. E poi tutto accadeva senza che portassi i tacchi tacchi o trasparenze.

A volte mi chiedo cosa sia davvero determinante per piacere agli altri e a se stessi senza nevrosi,
ansie, ipocrisie. Ci sono dei momenti in cui penso che la solitudine e la rinuncia a coltivare legami profondi e duraturi siano soltanto il frutto dell’immensa paura di non essere mai davvero abbastanza per nessuno. Forse amo così tanto la radio anche per questa ragione: mi godo, senza precauzioni, le voci di persone che ho imparato ad amare e apprezzarne l’impostazione, le proposte musicali e intellettuali, l’allegria e gli spunti, senza pure l’obbligo di contribuire attivamente in questa lunga frequentazione, temendone le critiche, la stanchezza, un terreno di scontro. Credo che la radio rappresenti il mio surrogato più perfetto, e comodo, dell’amicizia.

Intanto adesso che è sera e tutto è stato già raccontato e ascoltato, me ne sto su questo divano, che in estate diventa pure il mio letto, a godermi un silenzio magnifico e una cena veloce fatta di quel pochissimo che ho in frigo, in compagnia solo delle ultime pagine di un libricino che vorrei non terminasse mai E con i brutti pensieri che cominciano a stemperarsi, proprio come hanno fatto quelli precedenti. Ormai la radio è spenta, una doccia fresca, i pantaloncini corti, la maglietta di cotone, la faccia pulita e la coda tirata. E poi le mutandine con i manga stampati, su entrambi i lati. Tanto non mi vede nessuno. Peccato, perché stasera penso di essere davvero bellina cosi messa. È trasparenza anche questa.




sabato 28 luglio 2018

Darsi all’ottica (e non perdersi di sviste)

Se l’avessi capito prima sarei sparita subito. Però alla fine è andata bene così: volevo completare un ciclo e al contempo necessitavo di ulteriori elementi per capire meglio. Non è detto che poi di fatto questi elementi esistessero o che ci fosse davvero qualcosa da capire meglio. Quello che è certo è che le cose finiscono. E questo è abbastanza normale e persino sano. Ciò che invece mi spaventa è scoprire che mi ero sbagliata su quasi tutto e che vivevo le esperienze con tutt’altro spirito. E questo è spiazzante, perché mi fa pensare di non aver nessuna percezione della realtà mentre la vivo. Le cose mi diventano chiare dopo, quando tutto ciò che sento di poter fare è andare via e aggiungere un tassello di diffidenza e rammarico. O forse è semplicemente così che funzionano tutte le cose belle che devono avere una buona scusa per finire prima che stanchino e diventino scontate. Va bene. A malincuore accetto che le esperienze e le persone che mi sono piaciute, ad un certo punto, con modalità e motivazioni differenti spariscano dalla mia vita. E io dalla loro.

Estate stranissima questa qui. Negli anni passati avvertivo in modo netto l’interruzine delle attività di una città che all’improvviso assumeva ritmi lenti e dilatava lo spazio. Adesso no. Anche i miei programmi preferiti alla radio stanno ancora andando, sebbene questa sia proprio l’ultima settimana. Credo che avvertirò una battuta di arresto generalizzata e improvvisa proprio da oggi in avanti, la stessa che sento in questo momento mentre pianifico il mio autunno, come se fosse un dirittto acquisito invece che un’ipotesi tra le tante, mischiata con gli imprevisti di un tempo in fondo abbastanza lontano. È che stavolta non vorrei sbagliarmi, vorrei non sentire il peso dell’equivoco o delle cose che mi sembrano belle ma che poi non erano davvero tali, ma solo il frutto un po’ immaturo di un entusiasmo coltivato male. O più semplicemente mi ostino a vedere una realtà distorta ma rassicurante..

Luglio è passato troppo in fretta e mi è sembrato che volesse darmi uno schiaffo che ho schivato giusto in tempo mentre ne avvertivo tutta la violenza. Spero che agosto trascorra abbastanza lento da aiutarmi a pianificare il mio tempo senza che abbia poi voglia di offendermi.
Sì, è proprio una strana estate, meno bollente dello scorso anno e col cuore che batte piano, con la testa che pulsa per colpa di una strana paura di cose finite ma non ancora passate. E i miei difetti di vista, che temo di non riuscire mai a correggere. Neppure con la luce calda di agosto.

giovedì 26 luglio 2018

Raccontami una storia. Puoi anche miagolarla, persino abbaiarla, se vuoi

Anche oggi, come ieri non ho portato con me l’i pad e mi sono limitata a vedere solo le eventuali notifiche sul mio debole cellulare. La mia vita social-contingentata mi pare cosa ottima, sebbene abbia scoperto che il post scritto ieri e non linkato su fb non sia stato raggiunto da altri canali. Mi stupisce sempre molto il meccanismo della visibilità di qualcosa che è comunque sotto gli occhi di tutti...davvero una faccenda strana.

Come credo di aver già detto qualche volta (e come sarebbe facile intuire) sono ancora una lettrice abbastanza appassionata di blog. Mi piacciono quelli buffi di certe mamme moderne, alternative, ironiche e che vivono la maternità senza alcuna retorica. Di solito il meccanismo che scatta nella mia testa è quello di mettermi nei loro panni e provare a capire cosa farei io alle prese con un bimbo che cresce e che di fatto non si conosce ancora, nonostante sia figlio. La mia anima freakettona mi vedrebbe in qualche posto di campagna, alle prese con giochi fatti a mano, colori, dolci da farcire, collanine colorate. E poi però vorrei pure che frequentassero la scuola americana: confesso che per anni ho messo da parte i soldi proprio per fare una cosa del genere. Oggi ho decisamente variato la destinazione d’uso di quei risparmi...ma tant’è.
E poi leggo i blog biografici con annessa autoironia: di solito si tratta di single rassegnate dai continui casi umani con cui si interfacciano, o di ragazze con disturbi alimentari esorcizzati brillantemente con un paio di maritozzi, oppure leggo le storie di ragazzi timidi che raccontano dei loro approcci falliti come se si trattasse ormai di uno sport estremo di cui collezionano medaglie da podio. Sì, direi che il mio senso di appartenenza si configuri con l’adesione soprattutto a un certo genere di narrazione. E questo indipendentemente dalla mia identificazione alle specifiche esperienze. Si tratta piuttosto di una forma molto delineata di empatia e di interesse per chi parla di una cosa propria centrando bene il modo con cui lo fa.

Una volta un bravo “raccontastorie” che fa delle cose molto belle in radio e in certi locali di Milano, Matteo Caccia, parlando del ruolo dello “storytelling” (termine da usare con molta parsimonia per favore), disse che si tratta di un atto fondamentalmente politico, anzi l’atto politico per eccellenza. Riflettendo sulla mia esperienza credo di capire cosa davvero intendesse. E forse lo ha ben capito pure una certa classe politica che ha saputo costruire la propria vittoria a tavolino facendo della narrazione sui social un potentissimo strumento di propaganda. Ma questa forse è ancora un’altra storia...

Ah dimenticavo. Oltre ai blog, mi piacciono pure i video buffi sui cani e i gatti. È uno dei modi più sublimi che ho di perdere il mio tempo senza pentirmi. Forse  perché mi pare che sia in certe loro irresistibili gag che io vi ritrovo frammenti di quei famigerati “atti politici per eccellenza”. Incanto di semplicità e istinto.
E così ho pensato che tornare a casa e riaccendere l’i pad, dopo una giornata in cui sono stata felicemente senza, sia proprio una bella storia. Che per fortuna ne racchiude tante altre.


mercoledì 25 luglio 2018

Logiche analogiche di un social privato (di un po’ di pubblico)

Potrei giurare che sia la prima volta da quando ne possiedo uno. Ma credo che sia proprio così: quella di oggi è la prima volta che sono uscita di casa senza portarmi dietro l’i pad. Dal 2012 ad oggi ne ho cambiati quattro ed è stato subito amore. Mica come col telefono che di solito è di marca scadente, non lo faccio costare più di 199 euro, ha solo 1 giga di internet e non ho mai messo neppure whatsapp. Sì, direi proprio che la mia “protesi emotiva” per dirla alla Gianluca Nicoletti sia sempre stata il mio i pad. Eppure oggi ho deciso che avrei trascorso la mia giornata senza di lui. Non un minuto su fb, se non per le notifiche sul cell, non una ricerca di info, neppure le mail. Oggi sono ripiombata in una vita pressoché “analogica”, ma non l’ho fatto per dimostrare a me stessa quanto sia meglio, perché di fatto secondo me non lo è. Le mie intenzioni erano altre: per esempio evitare di cadere nella tentazione di condividere a tutti i costi un pensiero, una sensazione, o il piatto che ho davanti, o la luce che spero valorizzi i miei occhi...e tutte quelle forme di vanità per le quali in altri tempi avrei provato un po’ di imbarazzo e che invece oggi tendo a considerare come cose potenzialmente interessanti almeno per qualcuno dei miei “avventori”social. Oggi ho voluto che i fatti miei rimanessero davvero tali e che riflettessi su quello che mi sta più a cuore senza disperderne i pezzi nella rete. Non è sempre indispensabile dare una voce ai pensieri, a volte possono restarsene sospesi tra la testa, il cuore e lo stomaco sostando negli spazi limitati ma esclusivi di un’esperienza tutta individuale.  E così sia, almeno una volta tanto.

Oggi è morto Marchionne e lo ha fatto con la stessa impressionante rapidità con cui ha smantellato il concetto di familismo d’impresa nel cosiddetto “sistema Italia”. I risultati gli hanno dato ragione. Del resto ad un manager è richiesto di far tornare i conti, mica di essere pure una brava persona.
È successo pure che la Grecia sta bruciando tutta e, pare, non per cause naturali. La situazione appare ingestibile e la colpa si espande dai fiammiferi ai tagli alle spese per la cura e la tutela del territorio.
Potrei continuare con questa cronaca un po’ generica per raccontare di un tempo che in linea di massima mi pare ostinato a volare basso, tra deputati cinque stelle che dicono di fare politica anche dalla barca, o un’ossessione non meglio motivata per i crocifissi negli uffici, fino a misure dal fiato cortissimo per favorire la crescita...ma è anche vero che forse è un gioco troppo facile quello di vedere nero parlando in modo così generico.

Una volta mi capitò di ascoltare l’intervista ad uno scrittore americano che non conoscevo e di cui non ricordo neppure il nome, ma pare fosse molto famoso, che disse così “l’unico modo che ho di offrire un contribuito con la mia esistenza è scrivendo libri. Non so fare altro, non mi interessa altro. Per questo non mi informo e non leggo nessun giornale”. Io credo che una risposta simile possa permettersela solo un genio, tutti gli altri un minimo di “coscienza” del mondo sono purtroppo tenuti ad avercela. Ahinoi...
Però qualche volta, quando mi pare di capirci addirittura meno del solito di tutto quello che mi accade intorno e che mi viene raccontato con un filtro mediato da voci dissonanti o parziali, viene anche a me da pensare solo ai fatti miei, ai film belli, alle corse in compagnia, alle lezioni sul cinema, alla crostata di ciliegie, al mio sentirmi insignificante. E poi alle passeggiate di sera e a qualcos’altro per cui le parole non servono..

Per tutto questo non serviva l’i pad. Però mi serve adesso, che è sera e sto sul divano dopo che ho ripensato a tutto quello a cui tenevo senza “digitarlo”. Adesso invece hoavuto voglia di ricordare un po’ di cose e concederle al blog, ma stavolta tengo fuori facebook, che forse è davvero un’altra cosa. Il cellulare invece è proprio spento. Conta il pensiero. E poi conta altrettanto la libertà con cui scegli o meno di diffonderlo. Possibilmente un po’ prima che si trasformi in inutile vanità


lunedì 23 luglio 2018

La regia degli affetti

Qualche volta c’azzecco proprio. È rarissimo ma quando capita mi pare un miracolo. Ricomincio la settimana lasciandomi alle spalle un magnifico week end pieno di cose molto diverse e tutte felicemente necessarie alla mia sempre precaria visione ottimistica delle cose. La cosa è tanto più strana se penso che tutta questa carica positiva è scaturita da un bel documentario su Ingmar Bergman, notoriamente non proprio un allegrone. Di lui ho sempre pensato che, oltre ad essere un genio inarrivabile, fosse uno di quei traditori seriali che non mi augurerei mai di incrociare nella mia, già di suo sfortunata, vita sentimentale e invece ho scoperto che il suo ultimo amore, quello della maturità, è stato per una donna con cui è rimasto felicemente fedele per venticinque anni, prima che una malattia portasse via quella adoratissima donna e dopo cure e presenza premurosa da parte lui. Gli ho voluto ancora più bene di prima. Il documentario  era notevole anche per molte altre ragioni, ma forse io sentivo soprattutto il bisogno di riabilitarlo su questo fronte. Immenso Bergman, anche per aver imparato ad amare come si deve, seppure soltanto in vecchiaia.

Ieri invece ho fatto una lunga escursione con alcune delle persone che più mi piacciono quando faccio sport di gruppo e, nonostante mi sia affaticata più di quanto pensassi, ho ancora negli occhi scenari incantevoli, risate collettive e conversazioni buffe. Tutte cose per cui poi mi pento della mia dominante attitudine alla solitudine. La verità è che le persone mi piacciono quasi sempre più di quanto io stessa sia pronta ad ammettere e garantisco che riconoscerlo non è così automatico. Forse la spiegazione è che , per dirla con lo stesso Bergman, “tutti i legami sono complicati” e credo che per legami lui intendesse il piccolo, o immenso, sacrificio che compie ciascuno di noi per aprirsi all’altro e accoglierlo in quanto tale. Ciò che non è legame non è complicato, ma ahimè, privo pure di bellezza e di senso.

Oggi mi è capitato di rileggere lo scambio di messaggi con una persona a cui voglio bene e al quale una volta ho detto “sei adorabilmente gentile”, col tempo non ha confermato l’impostazione di allora, ha spesso assunto comportamenti che mi hanno spiazzato e che non ho mai completamente compreso. Io l’ho assecondato, mi sono chiesta spesso cosa avessi detto o fatto perché ad un tratto non fosse più così sfizioso nei modi e, in generale, perché lo sentissi meno amico e meno presente. Non mi sono mai data una risposta e ho accettato la cosa per quella che era: nulla di particolare. “I legami sono complicati”, le cose semplici invece si perdono da sole sfumando in un tempo che ad un certo punto non ne definisce più la natura. Quando succede mi dispiace un po’. Poi però mi passa, come è giusto che sia, e mi ripeto che in fondo l’affetto altro non è che un atto unilaterale di durata variabile. Se non sei abbastanza fortunato, o bravo, da farlo diventare una cosa felicemente complicata. Bergman, che era Bergman, ci è riuscito soltanto da vecchio. Pensa tu quanto è difficile...

venerdì 20 luglio 2018

Quell’ora mai persa

Non è come gli anni precedenti. L’ufficio non è vuoto come gli altri anni. I colleghi non sono partiti in massa: hanno capito anche loro che le vacanze a macchia di leopardo e in periodi diversi da quelli appartenuti ad un modello economico sociale che non esiste più da tempo ormai, offrono vantaggi notevoli. A me invece un po’ dispiace non essere più “quella strana” che parte quando tutti rientrano. Ma tant’è e pure i miei storici avventori dello sportello sono ancora qui e mi tengono aggiornati, bontà loro, delle loro piccole e grandi faccende di vita quotidiana . Ce n’è uno che ho conosciuto prima che si sposasse, che mi ha aggiornato sul matrimonio, l’arrivo della prima figlia, i cambiamenti che non aveva previsto “Lucia, non ci crederai, ma mi ha urlato di andare fuori di casa perché avevo messo in disordine. In quel momento ho pensato ma come è possibile? Io avevo sposato una ragazza dolce. Chi era questa?”. È passata pure la commercialista alle prese con una ONLUS ladronissima che sfrutta una legge che la agevola per lucrare e non pagare neppure un centesimo di imposte e lei la odia ma non sa trovare la maniera di non abusare di una legge nata per altri scopi. E poi la mamma bionda separata,  e con figli adolescenti del tutto ingestibili.
Ne ho tantissimi di questi affezionati confidenti che mi rendono partecipe dell’evolversi delle loro storie. E a me quasi sempre piace ascoltarli. Mi interessano soprattutto certe narrazioni del quotidiano di cui provo ad intuire le tracce e i percorsi futuri e ho molta riconoscenza della fiducia che mi viene accordata.

 Ma per fortuna oggi è venerdì e quando si fa sera tutto è ormai stato, sono soltanto io a decidere cosa raccontarmi o che ricordi far affiorare. E allora proviamo a ricordare. Cosa? E quando? E chi?

Potrei partire da un messaggio di un paio di giorni fa che non mi aspettavo, di cui non avevo previsto il contenuto e al quale ho tentato di rispondere con tutta la delicatezza e il tatto possibile. Lo spero davvero, e grazie comunque per le belle parole. Le belle parole... sempre colpa loro se poi uno se ne serve per confezionare un ricordo indelebile. Ci pensavo mentre lavavo l’insalatae mi chiedevo quale fosse la cosa più bella che mi sia mai stata detta.  Ce l‘ho. Non può che essere quella. Una frase precisa, molto probabilmente detta senza alcuna convinzione - come quasi tutte le migliori cose spontanee - e di certo chi la pronunciò oggi non la ricorderà neppure. Io invece non l’ho mai scordata e anzi mi ricordo bene che pure il cuore, per un istante, rimase sospeso e attonito da quella frase inaspettata.

“Lucia, un’ora con te non è mai persa”. Così mi disse il mio prof. quella volta che mi seguiva nella tesi di dottorato. L’argomento che tentavo di trattare non era il suo campo di ricerca e lui era in ogni caso troppo bravo per stare appresso a una come me. Mi conosceva già da tanti anni (oserei dire che fosse una delle persone che mi conoscesse meglio), non gli ho mai dato del tu e pure la sua severità non l’ho mai davvero scordata. Però una volta la signora delle pulizie del dipartimento venne a dirmi che era stupita perché io ero l’unica a cui consentiva di entrare nel suo ufficio anche in sua assenza.

Mentre finisco di lavare l’insalata e mi ricordo di una cosa che non c’entra niente nella mia vita e nei suoi esiti, penso che ci sono persone che hanno uno strano modo di imporsi nella vita, e nei ricordi, di qualcuno senza usare le forme classiche dell’affetto. Io non lo so cosa lo spinse a dire quella frase così imprevedibile, di certo non troppo plausibile e che mi zittì per secondi che mi parvero infiniti. Però la pronunciò davvero, la scelse al posto di qualsiasi altra cosa potesse dire. E bastò perché io non la dimenticassi più.
Nel frattempo ho ricordato anche altre cose e nessuna era all’altezza di quella frase detta un po’ così, a cui non si sbaglierebbe a non credere, che sto qui a ricordare dopo undici anni. E che mai più scorderò.
Poi ho mangiato l’insalata e, stranamente, mi ha completamente saziato.

sabato 14 luglio 2018

Milano è un metodo (...senza entrare nel merito)

Che pace. Temo che siano gli ultimi giorni che mi sarà garantito dirlo con questa convinzione. L’abitazione sulla mia testa è ancora disabitata e questo meraviglioso silenzio, forse anche dovuto a partenze di massa da Milano, è la cosa migliore che potessi augurarmi per oggi. Per la verità stamattina sono stata tutto il tempo in centro, ho camminato molto, consumato il mio pranzo al sacco ai giardini Montanelli, usato una gift card in una profumeria e ceduto alla tentazione di un paio di running scontate. Poi mi sono diretta a via Cadore per prendere il 66 e mi sono ricordata che tutto è cominciato da lì, proprio in quella strada dove ho abitato per la prima volta e che all’epoca mi pareva così diversa da oggi, quando nulla mi era familiare e mi perdevo appena giravo l’angolo. Pare ieri e invece sono nove anni che atterravo dall’Inghilterra, una signora prendeva i miei bagagli per sbaglio e io andavo ad abitare presso una ex insegnante steineriana abbandonata dal marito dopo quarant’anni di matrimonio. Quale battesimo migliore in fondo. Oggi penso che sia la città più interessante in cui si possa vivere, qualche volta mi affatica con le continue proposte in cui mi tiene intrappolata, altre la sento ostile e ogni tanto mi chiedo come farò a riconsiderare i miei obblighi con le origini.

Fa davvero caldo oggi, credo che i panni si asciugheranno presto nel cortile. Dovrei ricominciare la cura di ferro, me lo ha ricordato ieri mia madre (ma come fa a saperlo?) . E poi dovrei sbrinare il frigo: ormai c'è soltanto l’anguria da finire e un paio di hamburger vegetariani. In fondo cosa è cambiato in questi quasi dieci anni? Casa, ufficio, viaggi che non faccio più da anni, la tv che rivedo solo da un paio di anni, la carne e il pesce che non mangio più, qualche amico, qualche più o meno amico, qualche incontro sbagliato, qualche non amico...chiunque, io stessa, mi direbbe che tutto questo si fa ovunque, non è necessario vivere a Milano. Può essere. Ma io non ci sono mai riuscita. Quando lavoravo nelle Marche ero capitata in un posto che mi pareva il paradiso in terra e andavo al mare da aprile ad ottobre. Poi un bel giorno sono salita all’ufficio del personale e mi sono licenziata. Sono così ritornata negli agi domestici per tre anni durante i quali vivevo con una borsa di studio e mi veniva solo richiesto di scrivere una tesi che sostenesse un’idea tutta mia. Nulla di più. Ma niente, non funzionava e non sapevo, neppure stavolta, perché.

 E Milano? Milano funziona? E che domanda è? Milano funziona o non funziona come tutto a questo mondo. Sono io a (pensare di) funzionare meglio qui, mentre assecondo le mie malinconie o provo a misurarmi con certi contesti ostili, le cose che mi annoiano e che non posso evitare e quelle che mi piacciono e che qui trovo prima che altrove. Io credo che sia un errore analizzare il benessere entrando nel merito delle cose. La differenza vera nelle cose della vita secondo me la fa il metodo. Io al sud sono diversa: mi muovo, interagisco, mangio, parlo diversamente. I miei hanno problemi diversi, la luce è un’altra, gli odori pure e tutto questo mi predispone e spinge sempre ad atteggiamenti che poi a Milano non mi servono a niente. E non è una questione di sentirsi una specie di Zelig...no, è un’altra cosa. Riguarda quello che ti hanno inculcato e che non hai interiorizzato del tutto e così lo respingi e riaffiora a seconda di quanto stai soffocando o ti è consentito di respirare a pieni polmoni.

 La verità forse è solo che è da un mese che provo a svuotare il frigo per sbrinarlo ma non potevo perché c’era sempre qualcosa che avanzava e che sarebbe andata a male e invece i miei hanno il frigo no frost e questa cosa non la fanno mai e poi non hanno paura che qualcuno gli venga ad abitare sulla testa e farà un rumore infernale e poi hanno addirittura un balcone per asciugare il bucato e vanno al mare tutti i giorni e si godono la pensione e fanno solo quello che hanno voglia di fare . E  si sono pure presi il mio gatto. Tutto a loro.
Però vuoi mettere. Io sto a Milano. E morirò di dispiacere, o sofffocata, quando succederà di doverla lasciare. E dico seriamente

Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...