Che bello. Certe giornate sembrano progettate proprio per realizzare le tue intenzioni senza che tu faccia sforzi particolari: tutto segue una sua linea di implementazione con la cronologia esatta dell’impegno efficace. Così è stato fino ad ora (sono circa le 17:30). Ho trascorso la mattina a cucinare le mie solite cose sane che volevo fossero anche belle, mi sono allenata, fatto una bellissima doccia e sono uscita a camminare per dieci kilometri in mezzo alla natura e agevolata da una temperatura ideale. Non ricordavo di sentirmi così bene da tantissimo tempo. Forse continuo a farmi bastare davvero poco, ma per quello che ne so la smania e i desideri non mi hanno mai guidato verso mete pronte ad attendermi. Io voglio stare in pace e stancarmi solo per cose in cui credo davvero, frequentare poco piuttosto che forzarmi ad assecondare iniziative che mortificano i miei bisogni e che mi fanno sentire usata piuttosto che cercata per quello che sono e il bene che mi si vuole. Oggi è stata una giornata perfetta per questo. Il mio vicino argentino ha cominciato a farsi sentire credo alla ventisettesima birra e a quel punto ho capito che avrei potuto approfittare di questo bel sole, godermi un paio d’ore di cammino silenzioso e pensare a qualsiasi cosa che nulla avesse a che fare con quella precedente e neppure con la successiva. E così ho pensato a quando andai a Londra per supplicare quelli della SOAS di prendermi in un loro master di antropologia nonostante il mio punteggio un po’ più basso di quello richiesto al TOEFL. Ma loro furono irremovibili e io ci rimasi molto male: pensai “ma che diamine, se neppure l’università più frikkettona del mondo non mi vuole non oso pensare cosa mi direbbero i suoi dirimpettai fighettissimi della London School of economics...non sarò mai una vera economista”. In effetti è stato così però ho fatto in tempo lo stesso a capire e innamorarmi di Keynes. E mi va già benissimo così. Poi ho pensato alle mele che ho comprato ieri, da certe donnine che le promuovevano alla Coop e ti regalavano un libricino sulle virtù della mela Pinova. Ho provato a fare una mia personale classifica delle mie preferita e alla fine penso che con le stark e le golden delicious non ci sia partita, ma forse è solo perché delle trecento varietà di mele esistenti in natura il mercato ne propone solo cinque o sei, quindi la mia classifica è falsata per esiguità degli elementi noti in concorso. Mah, camminarci sopra mi rende accettabili pure certi limiti cognitivi imposti da un mercato che restringe coercitivamente il mio gusto e le mie possibilità di scelta. Domani riapre il paese: ho provato a capire in che modo cambieranno le mie abitudini e ammetto di essere la persona più noiosa del mondo perché, tranne la tentazione di andare al cinema alle sei del mattino (alcune sale faranno questo), il mio quotidiano non subirà alcuna variazione. Al settimo kilometro io penso solo al mare e alla possibilità di un viaggio lontano. Per fortuna mi distraggo presto e per ora non ci penso più. In realtà non penso davvero a nulla per più di pochi secondi e a cose come che spero che Kevin Spacey torni di nuovo a fare film o che non mi passi mai la voglia di allenarmi la mattina presto. E poi che vorrei fare colazione da starbucks con la carrot cake, un cappuccino gigante e qualcuno di fronte a cui non rinunciare mai più nella vita. Ma dopo due ore e dieci kilometri restano solo le cose a cui tieni troppo per avere pure la forza di pensarle per bene e così te le tieni come post it per il prossimo giro, come la prima cosa a cui pensare per la prossima passeggiata a mente fresca. E così sono rientrata in casa come se avessi fatto tutto quello che il mondo si aspettava da me. Nulla di meno. Abbastanza per una ripartenza. Che bello
domenica 25 aprile 2021
venerdì 16 aprile 2021
Traslocare la vitalità del proprio spazio
E’ strano come pare che non accada nulla di speciale quando senti di vivere un eterno giorno della marmotta e allo stesso tempo sai che non è così proprio per nulla: nel frattempo stai cambiando tu, sia perché lo vuoi e ti ci metti d’impegno e anche perché succede e non te ne accorgi o non lo accetti. Il tempo passa pure da “fermo” e le cose sempre uguali acquistano tutte un senso diverso, come le stagioni che si susseguono, le prospettive che si modificano per il fatto stesso di spingersi in avanti contaminandosi con un tempo che non le agevola. Io sono cambiata tantissimo. Ne ho percezione come mai mi è capitato in altre fasi della mia vita, neppure quelle in cui i cambiamenti erano enormemente più visibili. Ho cambiato le pretese verso me stessa: non voglio fare più niente per nessuno senza essere adeguatamente ricambiata. Giuro che questo non era affatto scontato fino ad un anno fa. Oggi non credo più nella gratuità degli affetti: non bisogna svalutare il peso di quello che diamo e che facciamo per gli altri e se succede bisogna fare un po’ di passi indietro. E poi ho imparato a fare pace pure col fatto che non troverò mai l’anima gemella, ma che continuerò comunque a vivere ogni secondo della mia vita solo per essere pronta a questo stupendo miracolo. E poi, last but not least, ho cambiato stanza d’ufficio, che pare una cosa da nulla, ma non lo è affatto se penso che lascio una parete bellissima e coloratissima, decorata con le esperienze di tutte le cose che ho fatto in questa città: avevo chiesto perché avere un collega che pensa per sette ore ad alta voce non è la cosa più divertente del mondo. Un piccolo trasloco carico di un non trascurabile valore simbolico.
Ma la mia vera notizia bomba in realtà è un’altra. Pare che l’appartamento sopra il mio sia in vendita. Fino a qualche anno fa lo era anche quello accanto: era stato messo all’asta fino ad arrivare ad un prezzo simbolico di cui avrebbe approfittato chiunque al mio posto (29000 euro!) , ma io avevo resistito all’ipotesi di prenderlo sperando di guadagnarci un buon vicino di casa. Non è stato così: il grasso e logorroico signore argentino che ha preso in affitto quella casa è così fastidioso che mi chiedo perché non abbia investito quel denaro anche soltanto per garantirmi il silenzio che avevo prima. Però la casa al piano di sopra mi fa proprio gola. E non solo perché non vorrei “piedi in testa”. Mi piacerebbe tantissimo rivivere quel tempo gioioso e realizzativo che si porta dentro una casa da ristrutturare e arredare. E’ bella anche soltanto l’idea di poter aggiungere un piano a quella in cui vivo ora. Da quando l’ho saputo non faccio che prefigurami il modo in cui potrei predisporla all’accoglienza, o semplicementealla realizzazione di uno spazio nuovo in cui esprimermi meglio: un salottino con gli attrezzi, uno studiolo, la zona lavanderia finalmente lontana dalla mia vista, persino una piccola “saletta cinema” col proiettore a parete. E’ incredibile quanto possa viaggiare la fantasia quando è opportunamente stimolata e come questo generi stati d’animo ed energie sopite. Ma credo che mi asterrò anche stavolta e che me ne starò nel mio piccolo guscio mentre incrocio le dita sulla qualità del futuro acquirente. In fondo io chiedo solo un po’ pace. E poi l’idea di iniziare a pensare di andar via da Milano comincia a prendere corpo: non è una cosa che desidero ma è quello che molto probabilmente dovrà accadere, prima o poi.
Una vita in sospensione. Mi pare un bel privilegio anche questo: restare giocoforza sollevati da terra mantenendo anche la semplice intenzione del volo, per riuscire almeno a non precipitare. In questo tempo assurdo mi sono esercitata così bene ad accettare tutte le mie asfittiche limitazioni che mi ci sono abituata fino all’assuefazione: ho imparato a relativizzare gli spazi piccoli, le frequentazioni mai sinceramente disinteressate e generose, e poi mi sono anche tanto divertita ad inventare nuovi modi di occupare questo tempo improvvisamente dilatato. Tutto per arrivare a comprendere che non si trattava forse di reali rinunce, ma solo di pretesti molto utili per capire meglio e pensare ad altro. Per pensarmi come altro.
Forse sulla mia testa verranno ad abitare delle altre persone fastidiose. Se così sarà, allora capirò finalmente che è arrivato il momento, ancora una volta, di abitare uno spazio diverso.
domenica 4 aprile 2021
Pasqua a spasso
Qui a Milano c’è un sole fantastico. Tra poco uscirò per una passeggiata di un paio d’ore anche per dare ragione di un pranzo di cui sono estremamente orgogliosa. Come sempre mi sono svegliata all’alba e col mio programma radiofonico preferito e mi sono prodotta in risotti, verdure al vapore, parmigiana light, pancakes...come se avessi ospiti a cui tengo e invece ci sono solo io e quello che surgelerò per l’intera settimana.
Sono passata indenne al mio rientro al lavoro dopo un soggiorno molto gradevole e rilassante giù in zona rossa Campana e ora sono qui in questo posto, altrettanto rosso, a vivere la Pasqua nella quiete luminosa della mia cuccia pulita e che profuma di zuppe e risotti. C’è chi potrebbe diventare pazzo a vivere così. E chi invece ha trovato una sua pace. È curioso, eppure io non ho ancora capito dove potrei collocarmi tra queste due ipotesi. Alla tv ci sono le puntate di friends: sono arrivati a quella situazione un po’ anomala e stonata in cui Rachel e Joey si innamorano, ma mi mettono allegria lo stesso. Ho pure ripreso a dormire poco e ad avvertire quello strano senso di vertigine che si prova dalla posizione seduta a quella in piedi e che mi prende nei cambi di stagione, ma tanto lo so e quindi nessuna preoccupazione. Qui a Milano il suono delle ambulanze è ancora un sottofondo piuttosto frequente e io realizzo solo ora che non ho l’uovo di pasqua, anzi in realtà realizzo solo ora il fatto stesso che sto passando la Pasqua da sola proprio come lo scorso anno e moltissimi degli anni precedenti. Funziona ancora. Le feste comandate trascorse così mi rendono sempre ben chiara la distinzione netta tra le mie oggettive mancanze e necessità e quello che comunque non mi avrebbe aiutato in alcun modo ad essere felice: non ci sarebbero riusciti dei figli, nè un marito e neppure nessuno degli uomini che mi sono piaciuti fino ad oggi, non sarebbe andata meglio neppure con un lavoro diverso o più appassionante. Le feste a questo mi servono: a chiedermi come sia possibile riuscire a star bene in un modo diverso da quello che mi sono scelta senza condizionamenti, sebbene includesse un certo, enorme, spirito di adattamento. Quello che so è che, per la prima volta, ho percepito che i mei sono meno affranti del fatto di non essere diventati nonni, sebbene credo che sia più per l’oggettiva perplessità verso il futuro che per una improvvisa adesione alle mie scelte. Io resto ferma nella convinzione che siano molto poche le donne con un reale istinto materno. Il più delle volte è solo una forma di generosità anche inconsapevole verso il bisogno della famiglia d’origine di passare il testimone. Per me la motivazione rimane scarsa.
Qualche anno fa trascorsi questa giornata con una persona che adoravo. Dopo pranzo camminammo assieme per km e km, in mezzo alla natura e alla pace di un silenzio irreale. Fu molto bello, ma faceva più freddo di oggi e c’era troppa cioccolata per solo due persone. E poi non avevamo lo stesso passo e così mi stancai un po’ di più che se fossi stata da sola. E dopo andammo al cinema, ma non riesco a ricordare che film c’era e se ne discutemmo. A pensarci bene non ricordo poi molto di quel giorno eppure ricordo che cucinai per tutta la mattina e mi chiedevo se tutto sarebbe stato abbastanza buono. Ora invece sono proprio sicura che ai fornelli sono un vero asso.
Ho ricevuto degli auguri. Ricambio sempre ma non ne faccio mai di mia iniziativa. I mie mi hanno inviato dei soldi di buon augurio, ho silenziato tutti i gruppi di wa e sono ossessionata da una cosa che devo mettere per iscritto a cui sto pensando da un po’ di giorni, ma per la quale non mi sento all’altezza. Dovrei mettere le tendine in bagno e comprare la ricarica delle essenze per il mio diffusore. Ma non c’è nessuna fretta. Credo che in questo momento sia molto più urgente uscire. E fare almeno dodicimila passi.
venerdì 26 marzo 2021
Sogno o (non) son (troppo) desta (già di mio)?
Devo dire che è veramente facile sperimentare la zona rossa in un posto più confortevole di quello a cui ti eri abituata da un anno a convivere con le restrizioni. Eppure non mi pare di essermi mai lamentata troppo: la mia casa piccolina piccolina mi aiuta da sempre a sentirmi una specie di eterna studentessa fuorisede, maldestra e sgangherata e che giustifica così il suo eterno mancato passaggio vero all’età adulta. Milano costituisce da sempre il mio alibi perfetto.
Sono qui in Campania da dieci giorni e non sono mai uscita, se non pochissimi minuti minuti per andare a trovare la nonna a una distanza di parecchi metri. Sono dieci giorni che faccio tutto quello che mi piace fare, prendo il sole, addirittura dormo per sette ore di fila e per tutto il resto del tempo immagino cose che vorrei che si realizzassero ma che con ogni probabilità non lo faranno mai. Mi piace. Mi piace pensare al futuro senza attenderlo seriamente, mi piacciono i progetti a lungo termine che di fatto si compongono soltanto di piccoli frammenti di serenità presente.
Ancora non ho il biglietto per ritornare a Milano: mi piacerebbe tardare più che posso, ma non mi sogno neppure di continuare a lungo con questa vita in vacanza così perfetta e tutelata. Non credo di meritare ancora un vita così facile, anche se il confronto con la mia quotidianità milanese - a pensarci proprio bene - è veramente impietoso: lì dormo pochissimo e male, respiro aria malsana, investo tantissimo tempo per portare a termine cose “necessarie”, piuttosto che alla cura esclusiva di passioni e piaceri. E poi è una città mi spinge subito a ricordare periodi un po’ dolorosi e persone che mi hanno deluso. Milano mi riporta ad un decennio di piccoli e grandi vuoti generati da tentativi ricchi di buona fede ma dal congegno troppo difettoso per restituire risultati apprezzabili. A volte questo mi pare una fortuna e uno scampato pericolo. Altre una beffa inconcludente. Ma sono pur sempre dodici anni di una vita che rimane mia e poi se faccio un confronto con certe foto di allora penso che oggi sono di gran lunga più bellina: se così è, Milano mi ha almeno aiutato a cambiare il mio sguardo su me stessa. Lo metto tra i meriti.. Avevo persino scordato che portavo l’apparecchio ai denti e che stavo attenta a sorridere il meno possibile. E poi che ho conosciuto tipi orribili che poi si sono pentiti di essere così orribili solo quando hanno smesso di piacermi. E così mi sono sembrati dei tipi non più così orribili proprio perché poi hanno smesso di piacermi ma sono diventati gentili. Si migliora un po’ tutti a quanto pare. Come è difficile gestire il disincanto, ma ne vale sempre la pena. E quella volta che c’era una che tutte le mattine mi teneva due ore a parlare degli uomini che la usavano e io non sapevo come dirle che non volevo più avere nulla a che fare con lei. Poi un giorno sono riuscita a farglielo capire e liberarmi delle sue infinite chiacchiere, della sua mancanza d’amore così diversa dalla mia, è stato come tornare a respirare. Forme di selezione naturale riuscite: una conquista che rinforza anche noi sopravvissuti. Milano e i suoi dodici anni sono stati questa roba qui, assieme ai lavori di ristrutturazione di una casa che ha assecondato la necessità di assomigliarmi e accogliermi come meglio potesse: colori nuovi alle pareti, l’armadio a muro e un soppalco per dare nuove opportunità allo spazio. Persino un bagno un po’ snob lo sentivo come un gesto necessario a definire uno spazio che mi definisse. Non è successo poi molto, ma neppure proprio niente. Su tutto mi rimane il dormire troppo poco pur non essendo mai stata troppo sveglia.
Qui in Campania, in una casa a sua volta molto cambiata negli anni, le giornate trascorrono lievi nonostante la fissità di certe routine fatte di sport, lettura, cibo buono. C’è che la sera però mi addormento subito e molto presto, così non sono mai stanca come a Milano. E poi faccio bei sogni: tutte le notti sempre lo stesso, quello dove finalmente ti ho trovato, siamo su un divano molto comodo con tutta una pila di film da vedere assieme, il tuo dolce preferito fatto da me e tu che mi ringrazi con gli stessi occhi della prima volta. E così ho pensato che forse il motivo principale per cui penso che sia un bene essere costretta a ritornare a Milano sia proprio questo: dormire il giusto, alla lunga, mi fa male
mercoledì 17 marzo 2021
Posta al sole
E alla fine anche io mi sono concessa un ritorno a casa dopo mesi di rispettoso isolamento e di dubbi sull’opportunità o meno di spostarmi. Spero di aver fatto bene: questa è una casa concepita in modo che si possa convivere e al contempo avere la possibilità di starsene in completa autonomia: io mi concedo entrambe le modalità con il baldanzoso entusiasmo di chi non è abituato ad una vita così semplice eppure anche così “complice”. Di fatto tento di attenermi a gran parte di quella che è stata fino ad ora la mia routine quotidiana da zona rossa, quella che contempla la cucina, allenamenti costanti, il provare a tenermi aggiornata su quello che succede e che condiziona in modo prepotente ogni mio stato d’animo, pensiero, decisione futura. E poi concedermi il tempo per vedere almeno un film al giorno, pianificare viaggi che non vedo l’ora di tornare a fare, pensare alle persone a cui tengo e che forse non riuscirò mai più a rivedere. Ovunque io mi trovi o in qualunque luogo decida di andare è come se portassi sempre con me una specie di stock di attività non negoziabili che mi fanno da coordinate e supporto al mio tentativo di preservare coerenza, disciplina, orientamento. Forse perché mi conosco abbastanza bene da sapere che lasciarmi andare può voler dire perdere in modo irrimediabile il controllo sufficiente sulle cose e su me stessa. E questo, di solito, mi rende dispersiva e parecchio insoddisfatta.
È stata una giornata calda e piena di sole. Sono stata sul mio terrazzo a pensare che sarebbe molto divertente ritinteggiare questa mansarda in cui non mi è mai riuscito di abitare davvero (sono andata via prima di vederla finire), togliere un po’ di mobili vecchi, apportare qualche variazione, insomma farla davvero mia. Poi mi sono ricordata che tra qualche giorno tornerò di nuovo nel mio piccolo nido milanese, nel quale mi trovo altrettanto bene, pur con mille disagi in più, e così mi sono riadagiata nella condizione di “ospite” che sta soggiornando in un luogo confortevole ma non di sua appartenenza. Il mio pomeriggio è quasi interamente trascorso posizionata su una sdraio, con la faccia rivolta al sole e gli occhi chiusi, prima per proteggermi da tutta quella luce, poi per sonnecchiare e fantasticare. Sono stata bene, mi sono detta che in fondo essere solitari di questi tempi è un bel “vantaggio comparato” e che l’individualismo è una cosa diversa dall’egoismo: è solo la presa di coscienza che siamo fatti in un modo che nessuno potrà fare davvero molto per noi, nonostante ogni buona fede e volontà. Credo che anche questo rientri nel karma di ognuno. Alcuni di noi non saranno mai amati come vorrebbero. Da nessuno, familiari, amici, amori. Non è così drammatico, quando si prende coscienza che non vi sia un vero colpevole per questo. C’era così tanto silenzio, un’aria così tersa, una temperatura ideale. E io pensavo a cose malinconiche solo in apparenza. È molto facile stare in zona rossa in una casa come questa, se non devi lavorare e hai tutti i limoni e le arance che vuoi semplicemente allungando una mano. Un anno fa ero incollata alla finestra della mia cucina a Milano e il mio vicino argentino parlava come sempre a voce troppo alta, ascoltava brutta musica e confermava la mia attitudine alla solitudine piuttosto che alla sopportazione di persone così diverse da me. Ma devo dire che è stato altrettanto triste perdere il contatto con persone che mi piacevano molto e che forse non rivedrò mai più. La mia sensazione è che anche quando tutto questo sarà davvero finito, ormai nulla sarà più come prima. Non lo sarà per me, che tremo persino all’idea che l’ufficio possa ripopolarsi come prima, che ho paura anche solo dell’ipotesi di poter conoscere qualcuno che riesca a farmi battere di nuovo il cuore, che temo di non riuscire a visitare tutti i posti che vorrei, di capire troppo tardi cose fondamentali per la mia vita. Se da um lato mi è di conforto pensare che sia tutto rimandato non per colpa o negligenza mie, dall’altro sento costantemente di stare perdendo occasioni preziose che non potrò più recuperare. E il bello è che non so neppure se questo davvero mi dispiaccia. Che casino.
Quando il sole è tramontato ho sentito un gran freddo. Sono rientrata. C’era la crostata al limone che avevo preparato ieri, voci scomposte provenienti da programmi televisivi che non conosco, il suono di qualche ambulanza e l’arrivo del corriere che mi ha portato delle cose che avevo ordinato. Poi mi sono chiusa in camera a vedere un film. E ho pensato che noi individualisti (non egoisti), solitari e rassegnati, siamo proprio bravi a starcene ovunque. E a pensare che davvero basti solo questo a fare la differenza
martedì 9 marzo 2021
Mi pare ieri
Esattamente un anno. Per me il senso del tempo è sempre stato motivo di disagio: i passaggi temporali riesco a scandirli solo attraverso delle svolte che abbiano il potere di modificare la mia percezione di certe scansioni. La vita che procede lineare, senza scossoni, ha in sè la placida fissità di un tempo che pare non voler restituire un senso. Non so se sia un bene o un male. La mia sensazione però è stata questa. Un anno esatto. Cosa pensai in quello strano giorno in cui il direttore del mio ufficio mi faceva presente che neppure in un ufficio vuoto sarei stata autorizzata a lavorare? Come mi sembrò sapere che non si poteva neppure andare a correre in aperta campagna senza essere giudicati degli untori o assassini e che per fare la spesa era necessario preventivare una media di un’ora e mezza di attesa in fila. Cosa ha significato per una persona sola e molto lontana da casa gestire una simile anomalia collettiva? In verità io non lo so bene. Ora che provo a ricordare mi pare quasi che sia successo ieri e, dall’alto di una condizione che considero tuttora estremamente privilegiata e fortunata, direi che avere un’indole solitaria abbia giovato . È passato un anno che mi pare a malapena un lungo ieri e io sento di stare così: bene senza credere davvero che sia vero, male senza il coraggio sufficiente per ammetterlo. Avrei voluto innamorarmi ma non è certo colpa della pandemia se non è successo. O forse è successo e l’ho semplicemente voluto scordare. Ecco perché sto bene. Ecco perché non credo sia vero. Tutto il resto mi pare invece ancora abbastanza sopportabile.
Una delle cose che ho ripreso a fare appena è stato possibile è stato tornare ad esplorare quei meravigliosi “nidi” di materno accudimento che sono alcuni centri benessere che ho scoperto da quando vivo a Milano. Questo in zona Corvetto mi ha conquistato: un massaggio riuscito, le tensioni che si allentano, il senso di leggerezza e benessere ad ogni pressione sapientemente dosata. Che meraviglia! Quanto è brava S. Ricordava Persino che un po’ di tempo fa avevo apprezzato il cuscino con i gusci di ciliegie riscaldato che mi aveva fatto tenere sotto il collo. Me lo ha fatto trovare pronto anche oggi per farmi una sorpresa.
Tra un paio di giorni proverò a tornare giù dai miei. Non so se mi sarà consentito, ma ci voglio provare lo stesso. Manco dalla scorsa estate, e dopo una faticosissima ristrutturazione di un bagno ancora pieno di difetti. Nel frattempo, e senza una ragione precisa, ho preso ad addormentarmi sempre più spesso sul divano piuttosto che nel mio lettone sul soppalco: mi fa sentire come un’ospite in una casa che non mi è familiare e la cosa mi diverte molto. In freezer ci sono ancora due fette della mia cheese cake proteica e tutte le porzioni di verdura per soddisfare il bisogno di una intera settimana sia per pranzo che per cena. La valigia è già pronta. Vorrei riuscire a trovare una serie pazzesca almeno quanto Bo Jack e trovare ritmi di lettura meno pigri. Ho ordinato degli abiti on line che mi stanno esattamente come speravo. E pure degli alimenti funzionali, beveroni buoni ma dal contenuto imprecisato e strane polverine energizzanti che spero siano legali.
Esattamente un anno. Mi pare ieri. Succede. Persino ai giorni che hanno tentato in ogni modo a non essere tutti uguali.
Non ci sono riusciti
mercoledì 3 marzo 2021
Del guadagnarsi le proprie strade perdute
Ho un sacco di giorni di ferie dell’anno precedente da dover usare entro i prossimi due mesi. In passato erano il mio pretesto migliore per fare un bel viaggio lungo, molto spesso da sola - anche se poi ho smesso per ragioni alle quali ho giocoforza dovuto arrendermi: certi pregiudizi culturali sono molto duri a morire e i rischi ai quali si accompagnano posso assicurare che farebbero arrendere anche le più temerarie. Perlomeno questa è stata la mia esperienza. Oggi mi ritrovo a dover gestire tutto questo tempo “accantonato” giusto per sbrigare un po’ di faccende legate al mio prosaico quotidiano, per camminare, riposare, cucinare e mangiare cose buone, stare zitta e non costringermi ad ascoltare per obbligo o necessità. Mi piace lo stesso.
Tanto tempo fa, avevo circa 27 anni, feci una cosa: mi licenziai dal mio lavoro di allora, lasciai le Marche – splendida regione nella quale sono vissuta per due anni – e mi misi a studiare per preparare l’esame di ammissione al dottorato presso l’università dove mi ero laureata ben tre anni prima. Avevo soltanto un mese per provarci e sui miei vecchi testi di economia c’era una coltre di polvere sedimentata da anni di altrove e di dimenticanza. Ma io volevo conseguire il mio dottorato ad ogni costo. E così stabilii un programma serratissimo di studio matto e disperatissimo: mai nella vita credo di aver mai studiato così tanto e con tale intensità e rigore. A quella prova mi classificai prima e credo che neppure i miei genitori abbiano mai creduto che si trattasse davvero di una selezione seria e trasparente. E invece lo era e la mia motivazione granitica mi restituì i frutti di quel mese assurdo. La verità è che il mio scopo era soltanto uno: ritrovare il mio vecchio prof. Ci sono persone che non smetteranno mai di significare moltissimo per noi, che hanno avuto una presa speciale, che va oltre lo stesso interesse per l’insegnamento e il sapere che ci trasmettono. Io ho sempre saputo che non sarei mai stata una buona economista e anche lui), ma ci tenevo ugualmente tantissimo ad averlo come mio tutor per tre anni e ascoltarlo e interagire con lui. Poi sarei andata via, mi sarei inventata qualche altra cosa per mantenermi, ma quel tempo lì doveva essere mio e dedicato un po’ anche a me. Più di tutto ricordo che una volta mi disse “Lucia, tu hai un intuito che ti porta sempre dalle parti buone. Ascoltalo sempre”. E poi che mi prendeva sempre in giro per la mia insana passione per Moretti (anche lui andava in giro per Napoli con una vespa blu e pure nel modo di fare lo trovavo profondamente “morettiano”). E poi un giorno appese persino un poster di “Caro diario” nel suo ufficio. Ricordo che gli unici momenti in cui mi pareva che si annoiasse ad ascoltarmi era quando gli portavo il mio lavoro di ricerca…nel quale non credevo neppure io, peraltro. Per il resto avere a che fare con lui era un momento sempre irripetibile, interessante, divertente, di confronto ed emozionante per me. A ciascuno i suoi miti. Il mio è stato lui per un tempo imprecisato della mia vita. E l’ultima persona che ho salutato prima di salire a Milano. Sono passati tanti anni da allora. Ancora oggi mi chiedo quale molla mi mosse ad indurmi ad investire tutto quel tempo in qualcosa che sapevo non essere in alcun modo la mia strada e che avrei pagato in faticosi “riaggiustamenti” successivi della mia vita. Eppure quegli anni lì, da matricola che approdò in una facoltà in cui manco sapeva cosa si intendesse con la parola Erario, a quell’esame di economia politica che proprio il mio futuro mito mi fece ripetere tre volte, alla tesi, al master dove ancora lo ritrovai, fino al dottorato…li rifarei tutti. Pari pari. Anche al posto di ogni altra scelta giusta mai compiuta.
Ho un sacco di giorni di ferie da usare a casaccio. Se potessi riempirei uno zaino e andrei in posto a caso tra quelli in promo sulla vetrina dell’agenzia di viaggi della coop. Uno di quelli a cui non avrei mai pensato né scelto. Ma è grazie a certi itinerari non scelti che io torno sempre con i ricordi migliori. E invece adesso non so proprio come sbagliare strada almeno una volta ancora…
venerdì 26 febbraio 2021
Per un frappè oversize
Mi sono detta che avrei potuto aspettare. Oggi ho saltato il pranzo. Volevo avere abbastanza fame per il frappè “oversize” che avevo intenzione di prepararmi al rientro dal lavoro: banana surgelata in pezzi, skyr, proteine aromatizzate al cioccolato e burro di arachidi, cannella, nocciole sbriciolate, un ciuffo di panna. Quanto ne sia valsa la pena non saprò mai declinarlo adeguatamente con parole mie.
I giorni diventano sempre più complicati e difficili da raccontare. Un anno passato così, tra stato di emergenza accompagnato da forme di terrorismo catastrofista, a periodi di ingiustificato liberi tutti da pagare a caro prezzo. Il tutto ad intervalli regolari di due settimane. Per me invece non è mai davvero cambiato nulla se non lo spirito col quale provo ad assecondare questo tempo strano e indecifrabile. In effetti non mi pare che si possa fare molto altro e in ogni caso mi è toccato di stare anche molto peggio in tempi (sedicenti) “migliori”. Sono molto provata, ma non oso immaginare a come sarebbe stato avere dei bambini che non possono vivere regolarmente la scuola e il loro sacrosanto tempo di gioco e condivisione, o dover gestire una relazione “condizionata” dai limiti imposti, o peggio ancora vivere la fase dell’adolescenza…E’ un tempo ad “amarezza differenziata” e chi, come me, ha imparato da tanto tempo a vivere la solitudine come benedizione piuttosto che come condanna, forse ha qualche risorsa in più su cui poter contare, combinata ad una lunga serie di rogne in meno. Forse sono un po’ invidiosa soltanto di certi proprietari di cani che incrocio al mattino, durante il mio lungo cammino al lavoro. Sì, credo che loro abbiano trovato la quadra perfetta. A me toccano semplicemente il fascino di un ufficio pressocchè vuoto, i libri, i film, le lezioni, gli allenamenti, la cucina. E poi, come una stella fissa, l’utopia di un amore per il quale vorrei farmi trovare davvero pronta. Credo che prima dei 50 anni ormai non se ne parla neanche: la competenza emotiva esige un percorso senza scorciatoie e una persona davvero libera che cerchi le stesse cose. E poi che l’universo giochi a favore.
Temo che il biglietto che ho comprato per tornare giù non sarà utilizzabile e io ormai non so proprio come risolvere questa faccenda. Sento il bisogno di raccogliere i limoni del mio alberello e preparare un dolce con la farina di mandorle per cui tutti andrebbero in estasi. E poi di ritrovare quel dispettoso di micio che per un paio d’anni ha avuto pieni poteri in questo bilocale. E poi di rivedere tutte le cose tristi e senza soluzione che ho lasciato lì con l’occhio pacificato di chi ha imparato ad accettare pure questo.
Chissà se mai si tornerà alla vita di prima, se ritroverò le persone che ho perso da mesi e che mi mancano moltissimo, chissà se cammineremo di nuovo a viso scoperto. Chissà se tornerà soltanto ciò che conta veramente, finalmente depurato da inutili orpelli di un tempo di cui non si comprendeva il giusto valore. Se così fosse sarebbe un po’ valsa la pena aspettare così tanto. Un po’ come ho fatto io col mio frappè gigante modello pulp fiction. Da godersi rigorosamente solo dopo prolungata astinenza.
sabato 20 febbraio 2021
Un anno dopo. E poi?
E così è davvero trascorso un anno. Un anno esatto dal giorno in cui tutto è cambiato per tutti i presenti a questo mondo. Senza un minimo di preavviso o almeno qualche forma di preparazione psicologica ad una condizione di cui non sapevamo che cosa pensare. A volte mi pare passato un decennio. Altre mi pare ieri. All’epoca ero alle prese con il mio ultimo bellissimo viaggio in Islanda e sorridevo per tutte le voci di allarme che mi giungevano da amici o dal tenore delle notizie che mi aggiornavano su questa cosa che vedevo cosi assurda, surreale e comica. E invece anche l’essere poi riuscita a tornare a casa si rivelò una fortuna. E trascorsero diverse settimane prima che avessi davvero percezione della gravità della cosa. Tutto il mio mondo cominciò a cambiare con un tasso di accelerazione che oggi mi appare inaudito. Clausura, impossibilità di fare quasi tutto fuori di casa, dal recarsi al lavoro, alla spesa senza ore ed ore di attesa. Poi ho cominciato a ritarare i miei equilibri, a vivere senza troppi traumi il necessario processo di riadattamento. Ho cercato di vederlo come un’avventura senza precedenti, nonostante il dolore e le notizie sempre più catastrofiche e inequivocabili.
Avrei potuto fare smartworking, ma quasi mai ho aderito a questa modalità e siccome l’ufficio era vuoto mi hanno concesso di andarci. Nel frattempo chiudevano le palestre: io, che in dieci anni ho sottoscritto abbonamenti in otto palestre milanesi, negli ultimi due anni mi allenavo già in casa o correndo da sola all’anello di Linate. Nel frattempo ho smesso di prendere i mezzi e cominciato a comprare cose on line. A seguire corsi on line. E a vedere film in streaming. Ho coltivato al mio meglio forme sublimi di solitudine a cui ero già rodata da tempo. Intanto il tasso di divorzi è aumentato del 60%, i bambini sperimentavano la fatica e i risultati scadenti della dad, tantissime aziende hanno fallito e una pletora imprecisata di categorie poco tutelate è finita praticamente in rovina. Nel frattempo è cambiata la compagine governativa perché, alla fine, la politica non smentisce mai la sua incapacità di farsi carico responsabilmente delle tragedie del suo tempo.
Se proprio ci penso bene, nella mia vita non è davvero cambiato molto e tutto quello che lo ha fatto non è stato davvero peggiorativo. Forse per uno strano paradosso nei due anni precedenti stavo provando a raggiungere il mio equilibrio coltivando sostanzialmente certi rigori da vita in pandemia. Per qualcuno può sembrare un fatto a suo modo inconcepibile. Per me no: se non ho smanie vuol dire che sto bene e che le mie attese sono state consistenti con i risultasti. Oppure ero io a non cercare più nulla di particolare. Piuttosto, se cambiamento c’è stato, è nella mia prospettiva futura che io colgo i segnali più spiazzanti. È dalla scorsa estate che non posso tornare dai miei e ancora non mi riesce di sapere quando potrò farlo senza rischiare salute e controlli. E poi è cambiato il mio senso di questa città e l’azzeramento di spunti di facile fruizione che mi offriva fino a pochissimo tempo fa. Mi manca poter spostare l’orizzonte in avanti. Mi manca il progettare un viaggio lungo, possibilmente lunghissimo, ma mi piacerebbe anche semplicemente un soggiorno in un cottage nella campagna inglese con qualcuno che vuole condividere un po’ di tempo tranquillo assieme a me. Mi manca la possibilità di incontrare una persona bella, anche in modo afinalistico o platonico (che poi solo in quelli io mi sento davvero ferrata). E mi mancano i rossetti, le espressioni dei volti, la condivisione di un pranzo in cui si è persino in quattro in una cucina. Si può fare a meno di tutto questo? Certo che sì, ma sapere che si potrebbe anche tornare a certe piccole normalità inessenziali mi pare ancora una bella tentazione.
E’ passato un anno. La mia vita non è cambiata quasi per nulla, al netto di dettagli sopportabili. Per certi aspetti è persino migliorata. Eppure anche a me mancano tantissime cose. Ci pensavo giusto oggi. Mentre il suono delle ambulanze continua a fare da sottofondo alle mie giornate. Dopo un anno. E dopo quanto ancora?
sabato 13 febbraio 2021
(Tra)vestirsi a festa
Che luce! Il mio percorso all’anello di Linate mi ha regalato un’ora e mezza di sole, musica in cuffia, aria fredda ma tonificante e di pensieri, che partono annodati e poi si “srotolano” e diventano limpidi man mano che provano a cadenzarsi con i passi e il respiro. Amo certi miei rituali del fine settimana, così uguali e diversi ogni volta. Oggi compio 44 anni e mezzo, che non vuol dire niente eppure per me è importante perché ho una incomprensibile impazienza dei 45 anni: mi pare un’età così bella e impressa in una idea “pacificata” di maturità, quella che senti di aver raggiunto quando non devi più dimostrare nulla o sei riuscita a by passare responsabilità socialmente imposte e che non sentivi, quando ti riesce di non essere un peso per nessuno e addirittura ti è riuscito di capire un bel po’ di altre cose, magari un po’ tardi, ma sempre meglio che mai. Non ho marito perché non ne mai voluto uno (e, per “fortuna”, non l’ho neanche mai trovato), non ho bambini perché non mi interessava averne, e continuo ad amare sopra ogni cosa la mia solitudine, che per me rimane l’unico modo che ho di imparare ad amare tutto il resto. La coerenza di tutti questi anni mi ha incoraggiato e aiutato a comprendere che non esiste un solo modo di stare al mondo e che uscire dalla convenzione è un po’ più faticoso ma assolutamente necessario se quella ti appare come l’unica strada. Ma domani è San Valentino anche per gente come noi. Sento che è in ogni caso una festa anche mia. Non importa quanto sia sola nel tempo e nel cuore: San Valentino è la festa degli innamorati. E io “sto sempre innamorata”, come dico tutte le volte ad un mio amico che è solito prendermi in giro per il mio romanticismo “utopistico”. Ma è la pura verità: io sono sempre, in qualche modo, innamorata di qualcuno. Io ho sempre una persona che se ne sta lì, tra i pensieri – e a una distanza adeguata e tale da esorcizzare ogni tentativo di conquista - a farmi da faro, spinta, modello da emulare. Funziona. Credo sia un allenamento molto efficace soprattutto a rendermi pronta nel caso la sorte volesse riservarmi l’incontro “decisivo”, quello nel quale credo persino io ma del cui concreto verificarsi non affatto sono certa, perlomeno non nel limite ristretto della mia singola esistenza.
Domani sarà anche la domenica che precede il carnevale e io ho deciso che mi vestirò da donna fatale, col tacco 12 e una bella gonna. E poi metterò il rossetto rosso e mi truccherò bene gli occhi. E poi proverò a capire quanto di me ci sia in una donna così o se certe risorse femminili non mi appartengano proprio per nulla fino a spiegare un po’ del mio starmene così in disparte. Intanto mi tornano alla memoria i personaggi assurdi che si sono avvicendati nel mio vano peregrinare tra sentimenti in cui trovare un po’ di luce condivisa: da quello che si era scordato di dirmi che era già fidanzato, a quell’altro che era addirittura già sposato, fino a quelli che non si è mai capito che tipo di legame volessero…mah…meglio i sogni e le utopie, fatti di uomini che sanno ancora fare la corte e che scandiscono parole e gesti con la grazia e la naturalezza di una complice affinità, come fanno tutti quelli a cui decido di voler bene senza che necessariamente lo sappiano.
Domani è San valentino e io voglio preparare qualcosa di buono che richieda il tempo e la cura che meritano le persone che amiamo. E che arrivino proprio domani, o in qualsiasi momento decidano loro in totale libertà, non ha nessuna importanza. Sarà San Valentino anche per me. Questo è certo.
domenica 7 febbraio 2021
Risolvere “alle radici”
Per fortuna certe cose me le segno, così poi me le ricordo come si deve nei periodi di poca lucidità dovuta ad eccesso di sconforto. Non mi è mai stato chiaro il concetto di orgoglio delle proprie radici. Sentirmi orgogliosa di essere napoletana è come esserlo di avere gli occhi verdi: è una cosa che capita per puro caso e nessun merito particolare, non incide in alcun modo sullo spessore umano e quindi per me non ha senso parlare di orgoglio. Sono vissuta in una delle province più degradate della Campania, in un paese di una bruttezza mortificante e dal quale ho sempre desiderato scappar via. Oggi la penso ancora così e l’ipotesi di dovervi ritornare un giorno sarà dettata esclusivamente da obblighi e necessità familiari. Questo è quello che devo sempre tenere a mente quando devo dare ragione dei miei anni in questa città, nella quale faccio una fatica tremenda a tenere la barra dritta ma senza la quale non avrei mai potuto comprendere quanto sia fondamentale affrancarsi da luoghi, famiglia, abitudini consolidate per autodeterminarsi. Ho fatto in tempo a comprendere che non è sufficiente una casa abbastanza grande per sentirsi a proprio agio, che un ragazzo che ti dà uno schiaffo non ha neppure una scusante che lo renda perdonabile, che il “paracadute” familiare ad un certo punto diventa controllo ricattatorio e manipolazione travestiti da affetto e protezione. Nell’ultimo anno ho per un attimo dimenticato tutto questo, con la falsa convinzione che un rientro definitivo a casa, dopo tanti anni impegnata a gestire una vita che mi ha restituito libertà e capacità di scelta, sarebbe stato un ritorno alle origini, ad un ancestrale recupero di quel vago concetto di radici di cui dicevo prima e che di fatto non ho mai davvero compreso. Milano è ancora il posto più figo in cui potessi avere il privilegio di vivere e sempre quello in cui mi piacerebbe restare più a lungo possibile. Ho persino proposto ai miei di vendere tutto e comprare casa qui. Ma per loro pare essere un fatto assurdo e inconcepibile…eppure lo sanno benissimo anche loro che il paesello fa parecchio schifissimo…ma continuo a passare io per quella strana.
Mi sono prodotta nella mia prima teglia di alici della mia vita. Ho diliscato il pesce mentre seguivo on line una delle mie amate lezioni di cinema. E’ stato divertentissimo, come lo sono certe domeniche in cui fuori è brutto ma le cose che hai da fare in casa ti tengono abbastanza impegnata da farti scordare eventuali mancanze, silenzi e sconforto. E poi ho il mio vicino argentino, credo l’uomo più scemo della terra, che in questo momento sta urlando al telefono come un ossesso (come sempre) e mi fa ricordare del tempo in cui la sua casa era vuota e io sognavo un vicino di casa interessante col quale confrontarmi e sorridere. Mi sono sbagliata e ora quel silenzio fatto di vuoto e finestre chiuse mi manca moltissimo.
La notizia bomba di questi giorni è la rivoluzione copernicana dovuta all’avvicendamento di Draghi al posto di Conte. Ho salutato il fatto come una svolta epocale e sento che in qualche modo lo sarà davvero. Non sono mai stata tanto curiosa del futuro come questa volta e mi auguro con tutto il cuore di poterne raccontare con le migliori parole possibili.
Forse tra un paio di settimane riesco a scendere un po’ giù dai miei. Ho dei colleghi che sono nelle case d’origine più o meno dall’anno scorso. Avrei potuto farlo anche io. Eppure non c’ho pensato neppure per un istante. Avevo già la risposta da allora nonostante per un po’ di tempo abbia creduto di pensare il contrario. Mi stavo confondendo. Ora sono quasi sicura che i miei tentennamenti siano soltanto colpa di questo vicino di casa scemo. Potrebbe farlo lui il ragionamento sulle radici, visto che sta incollato al telefono con i compaesani dalla mattina alla sera. Vorrei che quella casa fosse di nuovo vuota e tornare a fantasticare ancora sul nuovo inquilino. O immaginare di comprarla proprio io, magari arrivare a convincere i miei a starsene lì. E così arrivare a risolvere, finalmente, la nebulosa questione delle radici, o semplicemente della provincia meridionale squallida e delle distanze. Oppure, semplicemente, delle chiacchiere che offendono la mia casa e il mio silenzio e in cui le mie radici provano a darsi, a modo loro, un’identità
Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando
Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...
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E così sono arrivati anche loro. Puntuali come lo scoccare della mezzanotte per Cenerentola proprio quando cominciava a divertirsi sul seri...
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Non mi ricordo mai che certe cose vanno evitate come la peste. Che poi per me non cambia niente sapere o meno, visto che poco ci si può far...
