venerdì 22 gennaio 2021

Tutti i colori del grigio

 Ci vuole tanto, troppo coraggio a decidere di sopravvivere a Milano in una giornata come quella di oggi, col cielo grigio mestizia, la pioggia sottile che pare insinuarsi nei pori, il silenzio mesto che ricorda più quello di certe periferie dimenticate che a stento vantano l’ufficio postale nella piazzetta principale. E’ con queste sensazioni che mi sono avviata a piedi fino alla Sormani - che da casa mia vuol dire all’incirca allenarsi per il cammino di Santiago – e ho attraversato una città che pare dirmi che, in fondo, gli inverni passati mi offrivano scenari abbastanza simili, solo che io ero più brava a colorarli. Sì è vero. Ad un certo punto credo di aver mollato. Ed è stato  ben prima della pandemia.

Fino a qualche anno fa facevo spesso gare non competitive di running. Nulla di che, giusto 10 km in scioltezza. Quasi tutte erano a Milano, ma una volta mi avventurai a farne una al parco di Monza. Bellissimo, ma ricordo che pioveva che Dio la mandava e faceva un freddo cane. Ma non aveva alcuna importanza per me: corsi lo stesso eppure al nono km non ne avevo proprio più.  Mentre arrancavo al punto da rendere evidenti i miei segni di cedimento mi affiancò una ragazza che non avevo mai visto prima dicendomi: “per colpa tua ho resistito fino a qui. Ho guardato te per tutto il tempo che ho avuto la tentazione di fermarmi e mi hai dato la forza di non farlo e resistere. Dai, adesso resisti tu che siamo quasi arrivate”. Mi colpì moltissimo quell’incitamento non previsto, come pure scoprire che a mia insaputa ero stata di motivazione per qualcuno. E così mi tornarono le forze e arrivai fino alla fine coprendo l’intero percorso in meno di un’ora (che per me è davvero un’ottima prova). Arrivammo al traguardo assieme. Ci abbracciammo e le chiesi il nome. Si chiamava Ines. Le fui molto grata.

Ecco, io credo che la mia esperienza di questi anni sia stata tutta un po’ così: in qualche modo mi sono affezionata all’idea che possa esserci qualcosa o qualcuno che da qualche parte tragga un qualche beneficio dal mio non essere altrove e che a sua volta mi  stia aiutando a trovare la forza e la motivazione necessarie a restare, resistere e andare avanti. Anche quando proprio non ne posso più. Oggi questa speranza mi ha accompagnato per buona parte del tempo e mi è stata di enorme conforto.

Fino a due giorni fa ho seguito, per la terza volta, una specie di percorso “detox” che mi ha imposto, tra le tantissime restrizioni che prevede il suo protocollo, la totale astinenza da caffè e un conseguente mal di testa da non riuscire a stare in piedi senza un sostegno. Esperienza direi quasi mistica e per me tremendamente faticosa ma portata tenacemente a termine tutte le volte e con risultati – fisici ed emotivi – assolutamente sorprendenti. Perché mi sottopongo a prove così estenuanti per “libera scelta”? Ancora non lo so. Ma sento che è giusto.

Ho ordinato dei prodotti on line che ho fatto recapitare all’indirizzo dei miei. Pare che qualcosa sia stato manomesso e giunto danneggiato. Ho inviato foto all’azienda e fatto reclamo. Oggi mi hanno rispedito il prodotto intonso senza nessun problema. E così ho pensato che il capitalismo è brutto e cattivo ma nessuno come lui sa chiedere scusa e farsi perdonare pur continuando a fare come ha sempre fatto. 

Quanto è triste Milano con questo grigio bagnato così uguale e diverso da quando lo conosco. C’è però che intanto Trump non è più il presidente degli Stati Uniti, è poi arrivato il vaccino, e io stamattina ho cucinato delle pietanze assurde e meravigliose che sembrano una cosa e invece sono altro. E poi ho il fegato tutto pulito, una pelle rigenerata e il mal di testa che ormai è passato. Pare che domani faccia bello. Potrei andare a correre. 10 km in scioltezza. Con un pensiero alla mia amica dell’ultimo km a cui devo molto più di quanto lei stessa potrebbe mai pensare. Grazie Ines!    

                                                                                                                                                                            
    

mercoledì 13 gennaio 2021

Essere in bolla (sperando che non esploda)

 -          Hai dormito male stanotte vero?

-           Si. Non mi capitava da secoli di avere gli incubi. E invece stanotte mi sono svegliata di soprassalto per ben due volte.

-          Eppure anche ieri sei andata a letto prestissimo. Eri talmente stanca che hai fatto fatica pure a struccarti

-          Non so cosa dirti. Ho avuto pensieri bruttissimi e questa storia che non so come tornare a casa comincia a preoccuparmi sul serio

-          Eppure non fai che dire che in fondo non ti pesa la vita che ti è toccata in questa fase…

-          Si certo, non mi lamento ma comincio a pensare che devo decidere cosa fare, come ritornare giù e provare ad immaginare di poter vivere bene e per sempre anche lì dove sono nata

-          Davvero!?!? 

-          Sì. Qui non ho nessuno che mi trattenga e ormai credo sia altamente improbabile che possa trovarsi qui la persona che sto cercando da tutta la vita. E poi devo tornare dai miei e apprezzare i posti in cui ho le radici

-          Ma che fesserie dici? Quando mai hai pensato che un luogo valga più di un altro, che le origini contino più del “contaminarsi” con le diverse mentalità  o che l’incontro che aspetti da tutta una vita sia geolocalizzabile!?!?…Lucia, tu non pensi così, non sogni così. Piuttosto, ammetti che non hai mai frequentato abbastanza, che non ti sei mai attivata per trovare davvero  chi cerchi, che non ci credi mai abbastanza, che lasci che vecchie ferite ti brucino ancora perché in fondo ti fa comodo così…

-          Ok, sarà anche questo, tanto ormai non ha nessuna importanza. Rimane il fatto che è mio dovere tornare a casa da parenti che invecchiano da soli

-          Sì, è vero. Hai dormito male per questo?

-          Anche.  Ho avuto incubi confusi con pensieri brutti. Non vedo vie d’uscita definitive o a breve termine da questa cacchio di pandemia, non riesco neppure ad inventarmi  errori nuovi da commettere come pretesto per ripensare tutto in altri modi. Non mi lamento, per carità, ma comincio a risentire anche io di questa bolla assurda che pare diventare sempre più piccola man mano che passano i giorni e poi i mesi. Sono un po’ avvilita

-          Beh, mi pare del tutto normale. Sicura che sia soltanto questo?

-          No. Non credo. Forse ha ragione chi dice che dovrei iscrivermi a quei siti d’incontri anche solo per riderci tutto il tempo, fingermi gatta morta super sexy e vedere l’effetto che fa, così giusto per mettere alla prova lati forse soltanto  nascosti di me. Che ne sai, potrei scoprire di essere una disinibita bomba del sesso

-          Aspetta, scusami, ma devo ridere un attimo a crepapelle. Piuttosto, parlami delle solite scarpe da running che hai comprato al posto del tacco dodici che ti eri imposta per legge?

-          Ok…niente da fare. L’uomo della mia vita dovrà accontentarsi di una che per piacergli fa solo sport e una strana alimentazione. In fondo potrebbe andargli bene lo stesso. Che ne sai tu?

-          E allora perché dormi male? 

-          Ma è stato solo stanotte. Può capitare una volta tanto anche a me in un periodo che in moltissimi hanno vissuto in modo apocalittico

-          Ricapiterà

-          Sì è vero. Ricapiterà

-          Devi farci i conti. Con questa bolla che diventa sempre più stretta devi farci i conti, perché finirà per esplodere o peggio ancora per sottrarti tutta l’aria. Trovalo quel coraggio di fare una cosa che ti pare inconcepibile. Una qualunque tra quelle ancora possibili. E poi fammi sapere

-          Ok. Ma se stanotte dormo bene resto così come sono che ormai ho un’età e mi sto simpatica così

-          Cosi irrecuperabile?

-          Così fiduciosa


 

venerdì 8 gennaio 2021

Bilancio di inizio anno

 Ho salutato il nuovo anno con la supponenza di certe matrone che si mettono a braccia conserte col piedino che batte sul pavimento in segno di attesa di una prestazione che promette un sicuro insuccesso. Essere scaramantici vuol dire anche non aspettarsi mai molto dal futuro, non fare pronostici né fare una lista di buoni propositi o ipotizzare che tutto ciò che è andato male nell’anno vecchio ormai fa parte del passato e che le magnifiche sorti sono solo in attesa del loro imminente svelamento. E in ogni caso il carico di responsabilità affidato al 2021 me lo rende un anno a cui guardare con molta comprensione e enorme cautela. Da solo non ce la può fare. 

Negli ultimi inizio d’anno ero solita uscire all’alba per una corsa di benvenuto di una decina di km: la magia di quel silenzio irripetibile, il valore quasi sacro di quello sforzo “iniziatico” assieme al “battesimo” di una doccia bollente e rigenerante erano il mio incipit obbligatorio. Il primo gennaio rispondeva ad una scaletta precisa che in qualche maniera riflettesse ciò che mi sarei riproposta di conservare per l’intero periodo. Dettava tutta la linea. Questa volta no. Non sono uscita, non ho preparato nulla di speciale, non ho visto nessuno. Ho solo fatto i miei soliti allenamenti in casa, visto film e serie tv, ciondolato, provato vestiti che non mettevo da tempo. E poi sono andata a letto molto presto. Non ho mai avuto così tanto sonno come in questi ultimi giorni, capodanno incluso. Ascoltarsi, non avere fretta, darsi il tempo di vedere i risultati di ciò che si è fatto, prima di decidere come procedere, è stato magnifico. Quello che so per certo che accadrà è che il prossimo luglio mi scadrà il passaporto e che mi impegnerò molto di più per usarlo più che posso. E poi che la bilancia mi ha restituito il peso che volevo e non era per nulla scontato, dati i miei assurdi esprimenti alimentari misti ad una non comune golosità. So pure che mi avvio ai 45 anni con un gusto che non mi sarei mai aspettata, e che se ci saranno le condizioni per passare molto più tempo al sud, se non proprio di riuscire a farlo definitivamente, cercherò di approfittarne senza esitazione. Ecco, il mio 2021 si apre con delle semplici considerazioni e qualche promemoria. Nulla di molto altro. So che sarà un anno storicamente complicatissimo, che la componente di inatteso e di imprevedibile potrebbe addirittura avere il potere di incidere nell’esistenza individuale in un modo forse molto difficilmente manovrabile. Mantenersi flessibili e adattabili è fondamentale: pianificare troppo potrebbe non essere strategicamente premiante.

Sono stata molto tempo da sola in questa lunga fase di transizione e di passaggio di testimone. Non ne ho risentito, nonostante sentissi la mancanza delle persone a cui tengo e quelle di cui vorrei fare conoscenza e con cui vorrei tanto andare a fare colazione da Starbucks.

Milano è diventata una città malinconica e irritata. Camminare per certe strade ha qualcosa di straniante. Eppure ai miei occhi conserva lo stesso fascino dei tempi del mio approdo. Forse perché il suo lato glam non è stato mai di grande interesse per me. Di questa città mi è piaciuto tutt’altro: cose che mi porterò dentro, anche quando andrò via, e che me la faranno amare per sempre. Persino il mio rumoroso vicino sudamericano ormai si fa sentire poco e in questa casa regna una pace irreale, tra cose in ordine che creano stupore persino a me, pranzi cucinati e poi congelati per giorni, “Propaganda live” ad allietarmi il venerdì. Tutto sotto controllo. Basico. Rassicurante. Non avverto nemici esterni e neppure paranoie interne. Mi sbaglierò? Ma certo che mi sbaglierò. Ma c’è tutto un anno a darmi, e questo è il vero augurio, tutte le ragioni. Io, di solito, degli anni che arrivano tendo sempre a fidarmi


domenica 3 gennaio 2021

Fare in tempo a darsi il tempo

 

Non mi sono neppure degnata di andare a vedere che faccia avesse. Il 2021 è arrivato e io non ho ancora messo il naso fuori di casa ad incrociare la sua aria nuova. Nuova malgrado le scarse premesse su cui fonda l'affetto e le speranze che si ripongono in lui. Il tempo è grigio, troppo umido, c’è una brutta luce e questo per me è già sufficiente per smorzare ogni entusiasmo e rinnovata fiducia.

Per fortuna mi è stato possibile non cedere, se non per un brevissimo periodo, alle seduzioni dello smartworking e men che meno all’orrore del pigiama per tutto il giorno. A dirla tutta io non possiedo pigiami: vado a letto con leggings e maglietta così da impormi di cominciare la giornata facendo ginnastica, poi doccia, cazzeggio in rete, trucco, scelta d’abito casuale, pranzo da portare via, oddiocomeètardi, quattro km a piedi, finalmente ufficio. Così, per ciascuno dei miei giorni feriali, tra le 5 e le 7:30, da quando sono l'unica responsabile di ogni scelta del mio quotidiano. Sembra follia, eppure questa replica assurda e sempre fedele a se stessa del momento per me più affascinante e delicato della giornata è ciò che mi ha fatto mantenere la barra dritta anche in un periodo così anomalo. C'è qualcosa di sacro anche in certi rituali così prosaici.

Quando non sono costretta ad uscire, invece, stare a casa è la mia vera festa. La cosa che mi piace fare più di tutto è mettermi sulla cyclette e vedere film, coniugando così la necessità di mantenermi attiva con il bisogno di dimenticare la sensazione che il mio presente sia in realtà irrimediabilmente troppo scarno. In questi ultimi due giorni ne ho approfittato per vedere una seconda volta “Soul”. l'ho trovato un totale godimento dal punto di vista visivo, abbastanza bello nei contenuti, ma troppo già visto e persino discutibile nel messaggio di fondo. Vivere come esperienza pienamente meritevole in sé ha ai miei occhi tutta la retorica del valore intrinseco delle piccole cose che rischiano la mediocrità se non coltivate o animate da una passione sincera. Mah, non saprei, credo che “Coco” resti il mio preferito e “Wall-e” l’acme della sperimentazione più coraggiosa e ardita della Pixar.

Come ci si accontenta di una vita così come quella che mi è toccata nell'anno appena trascorso, senza considerarlo un dramma, ma anzi sentirla come profondamente propria? In realtà non saprei. A me pare abbastanza normale in fondo, e questo pur riconoscendone tutti i limiti e i rischi futuri. Direi che sia una questione che ha a che fare con quello che eri ben prima di tutto quello che hai tentato di scordare o aggiustare nel frattempo: dall’amichetta alle elementari che ti ha tradito e che da allora ti ha fatto smettere di credere alla vera amicizia, da un’educazione repressiva e poco attenta per ragioni che hai capito solo col tempo, da parole dette male o interpretate in modo da scheggiare il cuore per sempre, dalla carenza di motivazione, dalle scelte irreversibili che poi dettano tutto il futuro. L'ideale sarebbe trovare la maniera di lasciar andare tutto questo con leggerezza pacificata, magari ripetendoti come una filastrocca che il passato è passato e si può sempre rimediare, ricominciare, perdonare, comprendere. Si può. anzi, la vera sfida è proprio questa Ma con me funziona bene solo in parte e poi non dimenticare mi aiuta nella cosa più importante di tutte: fare autocritica. Insomma, tutto questo per dire che il 2020 con me ha fatto ben poco se non restituirmi un’opportunità: comprendere che la storia del dolore “capitalizzato” è vera e che il disincanto può costituire persino un piccolo patrimonio di risorse interne che parevano impazienti solo di fare il loro gioco nei momenti più imprevisti. Se ragiono in modo individuale potrei addirittura affermare, non senza imbarazzo, che non sono mai stata meglio proprio grazie a questo tempo isolato, fatto tutto di immaginazione mista a ricordi confusi, di vita ordinaria ma senza contatti forzati, di maturità che non ha avuto rispetto dei suoi canoni “istituzionali”, di tantissimo amore immaginario, impossibile e perfetto, anzi perfetto proprio perché impossibile. La vita che volevo era forse tutta qui, ad aspettarmi per darmi ragione, mettere a tacere voci antiche, temporeggiare ancora un poco nel confronto con la realtà. Chissà.

Delle cose che continuo a salvare ci sono ancora, e non mancheranno mai cascasse il mondo, "Le lettere morali a Lucilio" di Seneca, "Putess' essere aller?" di Pino Daniele, Le danze di Michael Jordan, "Bianca" di Moretti, la mia cheesecake ricotta e cioccolato e la matita per gli occhi.   

E’ il 3 gennaio e io non ho ancora messo il naso fuori per salutarlo. Forse ho paura che sia arrivato soltanto a smentirmi. E a dirmi che ormai potrei anche smetterla. Potrei anche smetterla di avere sempre paura. Finalmente.


mercoledì 30 dicembre 2020

Arrivi tu, o riparto io?

Credo che già da domani la neve sul mio lungo tragitto verso l’ufficio non ci sarà più. Stamattina è stato divertentissimo affondare almeno un quarto di gamba  manco stessi facendo l’allenamento di Rocky. Era ancora buio, non c’era nessuno, via Mecenate era una perfetta cartolina di Natale tra strade innevate, alberi appesantiti e lucine in stile differenziato dai balconi di condomini con troppi piani. Questa strada resterà sempre una parte fondamentale del mio vissuto milanese:  l’ho percorsa così tante volte, in silenzio o con le cuffie a palla, lasciando che le tappe fossero scandite da pensieri sconnessi o chiodi fissi, mentre passavo nell’orario in cui il panificio sforna i cornetti freschi con un profumo di burro livello estasi . Eppure pare una strada da film neorealista.  Nessuno direbbe mai che abbia un particolare fascino. Eppure stamattina era così bella, mentre mi affannavo a  fissare una lista fondamentale e definitiva delle cose da fare  durante l’anno più carico di responsabilità della storia dell’umanità che sarà il 2021. Sì, io credo che tutti, anche inconsapevolmente, pensiamo di meritare un riscatto per aver sopportato un anno così anomalo, quando non doloroso o brutale.

Ma le liste, se non ti chiami David Foster Wallace, rischiano di annoiare e sono prive di un reale valore narrativo. Le mie poi, sono più che altro dei promemoria, dei piccoli auspici per condurmi a qualcosa di sorprendente. E se da un lato ho trovato doveroso appuntarmi tutto quanto di buono quest’anno mi ha regalato,  dall’altro vorrei trovare finalmente  la maniera di “incidentare” il mio percorso in modo da imbroccare strade del tutto nuove, incontrare persone che mi riguardino, persino andar via da Milano. Innamorarmi di chi vuole soltanto me.

E’ la prima volta che lo penso davvero, eppure mai come in questo periodo, fatto di isolamento, lavoro, lunghe camminate credo che sia ormai maturo il tempo di attivarmi in qualche modo per tornare giù. Tutto quello che amo di questa città, in primis i corsi di cinema, le persone che mi sono care, il lavoro stesso ormai potrei portarmelo dietro grazie alla rete. Non mi rimane altro qui. Amo la mia piccola casa, ma quella di giù è mille volte più bella. Amo star sola, ma io lo sono da sempre e ovunque anche quando non lo sono e Milano in questo  non fa più la vera differenza ormai.  Si è detto nessuna  lista: ma tanto le cose che mancano rientrano in un elenco che non si deve neppure numerare. 

Stamattina ho letto il post di una mamma amorevole che faceva gli auguri di compleanno al suo bimbo. Era una bella lettera pubblica, molto sincera ma che non mi ha commosso neppure un po’. La maternità non mi commuove mai: ho combattuto per anni con questo senso di colpa prima di chiedermi perché mai dovrei sentirmi in colpa. Di me so poco ma non che non sono nata per generare.

E poi ho pensato a quello che davvero, profondamente, mi manca: collezionare bei viaggi, lunghi che più lunghi non potrei.  America e Giappone più di tutto il resto.  L’islanda è stata bella (…anche se poi ho silenziato da subito il gruppo wa dei miei compagni di viaggio…), potrei tornarci altre dieci volte con lo stesso identico piacere.  Anche da sola. E poi vorrei tornare a studiare con applicazione, conservare solo una parte piccola della mia sbadataggine che mi fa uscire dai binari e mi sorprende per poi trovare un centro esatto nel rigore testardo.  Terrò i capelli un po’ più lunghi e mi truccherò bene gli occhi. Continuerò a fare una fatica disumana per tentare di stare in forma. Cercherò di trovarmi sempre bellissima indipendentemente dal dato oggettivo di esserlo.

Che senso hanno le liste quando in realtà tutto quello che vorresti , tutto  – dal punto 1 a + ∞ - vorresti che fosse assieme non a uno, qualcuno, uno qualunque…ma assieme all’unica persona possibile e della quale io non ho ancora nessuna cognizione.

2021 se neppure tu lo hai capito, allora sei di coccio peggio degli altri

 


giovedì 24 dicembre 2020

Darsi i natali

 


Se dovessi giudicare da quello che ho visto ieri, quando sono andata a comprare l’acqua al supermercato, dovrei pensare che il pranzo di natale delle famiglie in numero contingentato è una sorta di suicidio premeditato stile “La grande abbuffata”, altrimenti non mi spiego quel delirio di carrelli traboccanti come mai mi è capitato di vedere in questo periodo. E io, che vengo dal sud e so benissimo cosa significhi mangiare molto durante le feste, so di cosa sto parlando.  Ancora non riesco a crederci. Per quanto mi riguarda  mi sento predisposta  a questo periodo magico e di cui serbo ricordi passati molto più cupi di oggi. Tutto è pronto per il “cenone semi-veg”, le lucine, i film tassativi, gli aggiornamenti familiari. Sarà bello, come lo è quasi sempre il tempo che ti scegli e nel quale decidi di mettere dentro solo quello in cui credi davvero, senza obblighi, costrizioni, ipocrisie, rinunce.

Quattro anni fa di questi tempi piangevo tutte le mie lacrime, un po’ di anni prima invece  facevo finta di trovarmi bene dentro una situazione che non sapevo proprio  come interrompere.  Solo oggi posso benedire quegli anni con la pace di chi troverebbe ormai  assurdo aver versato  tutte quelle lacrime e vissuto così tanto  tempo senza sentirselo davvero addosso.  Star sola non è la cosa che mi auguro per sempre, ma è ancora ciò che mi procura il benessere maggiore:  è così che ho imparato ad osservare con il giusto distacco le mie fragilità, a scoprire di credermi gelosa quando in realtà stavo soltanto  rinnegando l’intuizione di esperienze affettive inadeguate, a pretendere finalmente amori affrancati da qualsiasi passato e presente, ad imparare il sacro valore dell’attesa come categoria dell’esistenza piuttosto che il risultato certo di pretese spesso  velleitarie.

Vivo in un condominio concepito come una specie di “comune”: dalle case vicine sento tutto, i litigi, le conversazioni di coppie anziane che si dicono sempre le stesse cose, le ripicche piccole ma continue che appesantirebbero il quotidiano anche della persona più paziente del mondo, il senso costante e inesorabile di noia…e a volte penso alla mia pace domestica, alla semplicità delle mie strane abitudini che per  tanti potrebbero, comprensibilmente,  sembrare follia (dormire così poco, allenarsi prima di andare a lavorare, uscire poco, non bere, mangiare cose strane…ma perché mi si dovrebbe sopportare?). E poi ci sono le volte in cui penso al mio senso di accudimento, al patriarcato che è dentro di me, a tutto quello che tendo sempre a fare quando mi lego a qualcuno…e allora penso che in realtà forse fuggo ancora da quella parte di me che si espone volutamente alle ferite, quando la scusa della solitudine come scelta pare mostrare il fianco.

Ho smesso da tanto tempo di piangere per amore e per disillusione. Mi sono persino “aggiustata” a credere a quello strano concetto di “amicizia amorosa”, svincolata da passione e possesso ma fatta di tutto il resto. Qualche volta funziona, molte altre mi dispiace tantissimo.  La verità è che c’è una grammatica del cuore che mi resterà per sempre oscura o solo vagamente intuita. Mai davvero percepibile.  Però in fondo che ne so.

Ieri ho comprato l’acqua in un supermercato in cui c’era il delirio. Un amico mi aspettava fuori con la macchina e mi ha portato dei bellissimi regali inaspettati, tanto più graditi perché pensati con ogni cura.

Sono la solita fortunata senza neppure un po’ di merito

(Ah, auguri eh…) 

“ Ci addormentavamo vicini vicini, senza che c'importasse dove inizia uno e dove finisce l'altro, né di chi sono queste mani o questi piedi.
E nel sonno, quando uno si muoveva tra le lenzuola, l'altro si accomodava negli angoli e nelle curve.
E quando uno sospirava, sospirava anche l'altro.
E quando uno si svegliava, si svegliava anche l'altro.
Stavamo in una complicità così perfetta, che ci incontravamo nei sogni ed il giorno dopo, non sapevamo chi aveva sognato chi”

~ Isabel Allende

 

venerdì 18 dicembre 2020

Sentirsi mancante

- Manchi solo tu ormai

Ormai pure il collega più “milanesizzato” che conosco se netornerà a fare il suo lavoro al sud. Non l’ho mai visto così convinto di quello che sta per fare. E lui pare sicuro che prima o poi mi attiverò seriamente in tal senso anche io. 

Credo che abbia ragione. Ormai è forte la sensazione che si stia per chiudere un ciclo che pare aver  accorciato in corso d’opera la sua durata. E no, il 2020 non ha avuto un ruolo particolare in tutto questo. Tutt’altro. La possibilità di massimizzare certe forme di riflessione, di poter testare le mie amicizie farlocche,piene di chiacchiere vacue e senza  vero impegno , dedizione né reciprocità generosa, di dedicarmi alle tre o quattro attività imprescindibili senza troppo mediare,  ha reso il 2020 per me -persona a vocazione solitaria, in piena salute, senza amori in corso, senza problemi economici in atto -persino un anno bello. Quando tutto questo sarà finito sarò ugualmente felice, ma aggiungerò fatica e ipocrisia.

I miei hanno ricevuto il pacco “da su”: panettone artigianale milanese, vino, cioccolata, dolcetti. A loro queste cose piacciono e a modo mio anche io ho delle cose speciali da preparare per i miei giorni di festa: più che altro mi piace che la casa profumi di cibo cucinato e che la tavola sia apparecchiata con cura, con i piatti più glam che ho e una luce studiata. Certi rituali mi affascinano sempre molto. Non mi intristisce pensarmi da sola in questi momenti e già pregusto il mio ritorno a casa nei giorni del disimpegno e del “pure questo Natale ce lo siamo levati…”, mi serve a prolungare il senso di festa mentre gli altri hanno già il trauma da rientro. Sono una finta buona.

Degli undici anni passati qui a Milano, otto sono trascorsi senza la TV: nei primi anni qui uscivo sempre, facevo tutto fuori casa con l’ansia febbrile mista alla certezza che questa sia una città da interiorizzare assecondandola in ogni proposta che ti assomigli. Persino avere un micio non mi ha trattenuto dal percorrere questa città quanto più mi fosse possibile, preferendo privarmene piuttosto che rinunciare a stare “dentro” Milano. Oggi non lo farei assolutamente.

Adesso però sono stanca. Non penso più in questi termini. Non vedo più questa città con quegli occhi. Preferirò sempre Milano ad ogni altra città, eppure sento come necessario, doveroso, inevitabile, anche trovarmi nel luogo in cui i miei stanno invecchiando senza di me. 

Manco solo io. Io manco sempre.  Non a qualcuno o a qualcosa eppure manco.

 

Per chi o cosa restare ancora? Che paradosso sentirsi fortunati di non riuscire a trovare risposta


venerdì 11 dicembre 2020

Ricordi anomali di un anno da dimenticare


 Persino io mi arrendo. Io, che mi ostino sempre a prendere nota di un tempo in cui provo a riconoscervi la necessità che le cose debbano essere esattamente come sono. Ma non si può. E’ un anno troppo storto per offrire una seppur minima chiave di lettura edificante di tutto quello che ha voluto infliggerci. Non c’è niente di giusto: dagli idoli che ci ha strappato, alle limitazioni negli affetti privati, dalla quotidianità appesantita da obblighi e restrizioni, all’impoverimento materiale di intere categorie, fino alla paura del futuro, l’individualismo che si fa solitudine, malinconia, depressione collettiva. Neppure io perdono quest’anno brutale, vergognandomi persino della mia condizione apparentemente inviolata grazie alla quale continuo a fare tutto quello che ho sempre fatto. Intanto ho riparametrato ogni vecchia priorità, come desiderare restare per sempre in questa città, coltivare un romanticismo “realizzabile”, collezionare nuove mete di viaggio. Nulla. E’ un anno proprio odioso e spero che si trovi al più presto la maniera di dimenticarlo.

Il mio ufficio è quasi del tutto vuoto e gran  parte dei miei colleghi è tornata al sud per lavorare da lì. Mi pare sensato e l’ufficio così è bellissimo, soprattutto se penso a colleghi che riflettono ad alta voce per otto ore di fila, incuranti di orecchie che forse vorrebbero tregua,  o ad altri che non salutano neppure se gli sbatti col muso contro. Ma sarò felice anche del loro rientro. Giuro. Nella mia vita lavorativa ho odiato solo due colleghi e per fortuna se ne sono andati via entrambi e quando è successo mi sono detta che forse ho un angelo custode potentissimo. Il primo dei due era un tizio di Foggia, un gradasso con cui ebbi uno scontro scaturito da un parere divergente riguardo un film. Quella sera ne parlai male, volutamente, proprio su questo blog e il giorno dopo tutto l’ufficio ne parlava. Mi finsi sorpresa, ma in realtà volevo che sapesse e signorilmente vomitargli addosso tutto il mio disprezzo, evitando il contraddittorio con una persona cosi indegna. Una delle migliori sensazioni della mia vita, assieme  alle preghiere esaudite di vederlo andar via.

Il secondo collega detestabile era un tale Genny. Con lui non avevo mai avuto nulla a che fare. Però una volta gli chiesi delle puntine per la spillatrice di cui avevo una certa urgenza e lui, per fare lo splendido , mi disse “no, servono a me”. Mi bastò questo per considerarlo la seconda persona peggiore dell’ufficio. Quando è andato via ho gioito come una pasqua…e lui magari manco ha mai saputo quanto lo detestassi. Che personaggio strano che sono pure io…ma loro due erano proprio brutti lo stesso.

Oggi invece me ne sono stata immersa nel silenzio ovattato di uno spazio troppo grande per contenere solo me e pochissimi altri dispersi nei vari piani e mi sono chiesta come sarà tornare al regime precedente, con le pause caffè caotiche e le schiscette da consumare tra i colleghi che si piacciono. E poi sono uscita, percorrendo una strada umida e nebbiosa che mi piace soltanto d’estate, ascoltando un programma comico nelle cuffie e provando a gestire la profonda tristezza per la morte di un regista coreano di cui mi sono innamorata dopo averlo incrociato con colpevole ritardo.

E’ un anno di pensieri piccoli e di ricordi meschini, di vuoti difficili da colmare assieme alla difficoltà ad immaginare un vero ritorno alla vita di prima. Fare peggio non si poteva. Ma mancano ancora un po’ di giorni. Meglio tacere. O confidare ancora in quel gran figo del mio angelo custode.

domenica 6 dicembre 2020

Tenere presente il futuro

E’ stato più difficile della prima volta. Ma sapevo che non me ne sarei pentita. Cinque giorni senza caffè e ogni altra cosa non inclusa in ciascuna delle cinque “scatoline della sopravvivenza” del mio kit per la longevità. Non ci sono ragioni specifiche per cui abbia deciso di replicare un’esperienza che avevo già trovato abbastanza estrema la prima volta. Neppure sono sicura che mi faccia davvero bene, ma confido con fede intatta che sia così. Forse la vera ragione è che ogni tanto ho bisogno di costruirmi delle piccole sfide, delle prove di resistenza, piuttosto che di mera forza. Funziona molto bene per la mia autostima. E così, approfittando delle ferie, ho cominciato le mie giornate senza caffè né eccitanti di nessun genere, sopportato mal di testa lancinanti per tutto il tempo, patito una fame assurda attenuata senza successo da brodini fatti di polverine strane, integratori di vitamine, alghe e minerali. E’ stato veramente difficile anche solo mantenermi in piedi. Al quarto giorno mi sono detta che mi sarei concessa almeno un caffè. Ma poi non l’ho fatto. Poi i cinque giorni sono passati e io non potevo crederci: ho fatto tutto alla lettera e senza mollare. Quando tutto è finito ho fatto la colazione più memorabile della mia vita. Vivere il piacere in questo modo è una vera condanna.

Quest’anno ho deciso di fare regali soltanto ai miei. Ho ordinato dolci e panettoni artigianali milanesi dalla fondazione Rava e dall’Amref e li ho fatti arrivare giù. Io ho finito. Procedere per sottrazione vuol dire anche evitare di sentirsi in obbligo per ogni cosa con chiujnque e senza una vera ragione.

Per me non sarà un Natale diverso dagli altri. Ho sempre amato alla follia l’idea di poterlo festeggiare da sola, mangiando quello che piace a me, con le luci e il silenzio di una casa addobbata con semplicità ma non per questo senza accuratezza. Mi piace. Mi piace by passare tutta l’immane fatica che si cela dietro l’organizzazione e i preparativi di un cenone con tante persone, certa tensione da cui non ci libera mai veramente, l’ipocrisia, la retorica che si trova a subire chi non è credente…ma praticante a modo suo. In fondo che colpa ne ho.  

Di questi tempi, di solito, mi metto a fare un bilancio dell’anno che è stato. Credo si tratti di un automatismo diffuso. Ogni volta vorrei poter dire che ho rivoluzionato vita e modo di pensare, che questa pandemia ha modificato radicalmente il mio sguardo sul mondo e sugli altri. Ma sarebbe falso. Mi confermo la stessa di sempre: tendenzialmente solitaria ma non per questo meno affettuosa, svampita eppure appassionata di tutto ciò che è metodo e disciplina, in perenne attesa di incontri e destino da compiersi ma, intanto, quanto è bello pure sognare ciò che ancora non è. Il mio bilancio dell’anno è sempre così: utili con differita imputazione. Mi pare ok: un’impresa solida ragiona così per prosperare a lungo.

Se c’è una cosa che questa epoca dolorosa e sfortunata mi ha suggerito è che in realtà qualcuno di noi era già pronto a vivere così: senza considerare queste improvvise restrizioni del quotidiano come privazioni ma, al contrario, delle occasioni per sentirsi in pieno diritto di stare in se stessi senza altre sovrastrutture e obblighi sociali. Mi vergogno un po’ ad ammettere che questo sicuramente vale per me. Poi però mi passa.

I miei cinque giorni di “vuoto” e di mal di testa sono passati. Che fatica bella e terribile. La leggerezza è una conquista per nulla scontata. E questo alto costo è il mio migliore affare di quest’anno 

 



lunedì 30 novembre 2020

Pausa (dal) caffè

Ho un mal di testa feroce, come sempre quando comincio la mia settimana senza caffè. Ma quando poi la finisco mi pare di rinascere e quindi so che resistere ha molto senso. E’ anche il mio primo giorno di un periodo di ferie abbastanza lungo se penso che non ho intenzione di andare in giro se non per sopravvivere. Questo secondo periodo di reclusione ha in sé la familiarità e la rassegnazione del già visto. Pare che nel mese di Dicembre si tornerà ad uscire troppo e anche stavolta perderemo l’occasione di uscire da questo pantano. Mi sono rassegnata persino a questo. Io invece ho fatto presto ad abituarmi agli acquisti on line e la cosa mi procura la soddisfazione di un bambino all’arrivo dei regali.

Il mal di testa mi obbliga a movimenti lenti e a pensieri sconnessi e questa sensazione non è poi cosi sgradevole se decido di non fare lo sforzo di oppormi alla mia debolezza. E cosi stamattina mi è successo di pensare alla brutta pubblicità che Lanthimos ha fatto per la Tena: donne non giovani, non belle, non in forma che ci tengono a farmi sapere che, nonostante abbiano delle perdite e che non rispondano ai canoni classici di bellezza, non hanno assolutamente problemi sul fronte del loro desiderio sessuale. Non so dire bene cosa trovassi più sgradevole, non ho capito se fosse per il messaggio in sé, che io non avevo mai messo in discussione, o proprio per quell’orgoglio sfrontato per l’imperfezione che mi è sembrata più una spiegazione  non richiesta che effettivo compiacimento. Non lo so, ma ho provato fastidio misto a disgusto.

Io credo che esista una bellezza oggettiva, stabilita dall’armonia e dalla “statistica”. Ed è per questo che ritengo che non si possa negare l’esistenza della bruttezza. Non ho mai pensato che ci fossero colpe o meriti nel trovarsi a gestire una delle due, forse perché ho sempre fatto mia l’idea che vinca davvero solo “ciò che piace”. Il bullismo o il body shaming si combattono su un piano differente dall’ipocrisia della correttezza. Ed è per questo che trovo orrenda barbie curvy. Trovo parecchio più interessante sviluppare l’autodeterminazione e la valorizzazione della parte migliore di noi stessi, riconoscendo che ne esiste pure una peggiore. Ma non mi addentro in questa faccenda che sennò il mal di testa mi aumenta.

Ho appena ordinato delle scarpe da running. Ho cominciato quest’anno correndo in un’alba gelata. Ero così curiosa ed entusiasta di salutare un anno  nuovo nuovo. Non ricordo bene cosa davvero mi aspettassi. Ho imparato in fretta, e ben prima di quest’anno, a non alimentare aspettative e a fare più autocritica che posso. Pare poco. Per me no.

Di questo tempo credo che ricorderò tutti gli scampati pericoli: da contagio, perdita del lavoro, problematiche scolastiche, gestione familiare, frequentazioni in corso…ci si può ritenere fortunati anche semplicemente per ciò che non si ha. E poi ricorderò che è morto Maradona e con lui l’ultimo pezzo della storia di un pezzo di Napoli che con Pino Daniele e Massimo Troisi ha interrotto la sua narrazione migliore. Forse questa la supererò più a fatica.

Alla tv sta andando Mila e Shiro, il mio mal di testa si sta facendo feroce. E siamo solo al primo giorno. Non so come finirà quest’anno assurdo. 

Io mi riterrò eroica se riesco a superare anche solo questi cinque giorni   


lunedì 23 novembre 2020

Sotto un’altra luce

 Questo Novembre tiepido e luminoso non ce l’ha fatta ad intristirmi. Mi godo questi colori dalla finestra di casa o dell’ufficio, assieme ad un  silenzio che mi pare sempre più  irreale e atipico. Mi mette pace. La sera mi viene sonno molto presto, dormo bene e poi  ho imparato a cucinare piatti nuovi grazie ai quali mi sono autoproclamata la migliore al mondo cuoca di me stessa.  Mi sono concessa pure il tempo per montare la sedia a dondolo che mi era arrivata già da un po’ ma che non osavo  assemblare. E’ stato complicato ma riuscirci ha rappresentato una minuscola prova per la mia autostima, oltre che una vera svolta per la mia felicità domestica.

Ieri sono uscita per una lunghissima passeggiata. Il sole era alto ma per i primi dieci minuti ho avuto un po’ freddo. Dopo non più. Poi sono andata al supermercato e ho fatto la spesa senza alcuna fretta, scegliendo con cura quello che più mi piaceva per i miei nuovi piatti fatti di tempo e cura. E poi ho sbirciato nei carrelli degli altri (lo faccio molto spesso in realtà), ho provato ad intuirne i progetti di consumo e le ragioni per cui si lascino attirare da cose che io invece non comprerei mai. Mi pare sempre un esercizio molto utile, se non altro per capire quanto in fondo pure i consumi di massa in realtà sono capaci di evidenziare diversità reciproche piuttosto che vera omologazione. O perlomeno questa è la mia impressione rispetto al mio modo di consumare.

Da un po’ di tempo uso un additivo per il mio bucato. E’ un profumatore. Bisogna aggiungerlo al detersivo abituale. Uso lo stesso detersivo di mia madre eppure il mio bucato non profuma mai come il suo. E per me questa cosa è troppo straniante. Ho anche imparato a scegliere dei giorni in cui non bere neppure un caffè, a fare dolci a base di legumi al posto della farina, sperimentato un nuovo tipo di allenamento, visto vecchi film e fatto scorpacciate di cartoni anni ‘80. Le giornate sembrano passare molto in fretta quando ti imponi almeno una cosa nuova ogni giorno. O una capace di riportarti ad un passato lontanissimo ma ancora vivo nel tuo vissuto. A cambiare davvero è proprio la mia percezione del tempo e questo mi pare tanto più curioso se penso  che la vera noia si manifesta in tutta la sua ineluttabile arroganza nell’inerzia del presente e nella banalità brutale delle operazioni  necessarie (se trovo chi ha inventato la polvere dietro i libri o l’unto sui fornelli lo condanno al cambio di stagione del mio armadio per l’eternità).  

E’ un Novembre anomalo, dentro un anno andato a male capitato a sua volta in un tempo che  già faticavo a comprendere.  C’è troppa luce. Secondo me è tutta colpa sua

 


Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...