sabato 13 febbraio 2021

(Tra)vestirsi a festa

 Che luce! Il mio percorso all’anello di Linate mi ha regalato un’ora e mezza di sole, musica in cuffia, aria fredda ma tonificante e di pensieri, che partono annodati e poi si “srotolano” e diventano limpidi man mano che provano a cadenzarsi con i passi e il respiro. Amo certi miei rituali del fine settimana, così uguali e diversi ogni volta. Oggi compio 44 anni e mezzo, che non vuol dire niente eppure per me è importante perché ho una incomprensibile impazienza dei 45 anni: mi pare un’età così bella e impressa in una idea “pacificata” di maturità, quella che senti di aver raggiunto quando non devi più dimostrare nulla o sei riuscita a by passare responsabilità socialmente imposte e che non sentivi, quando ti riesce di non essere un peso per nessuno e addirittura ti è riuscito di capire un bel po’ di altre cose, magari un po’ tardi, ma sempre meglio che mai. Non ho marito perché non ne mai voluto uno (e, per “fortuna”, non l’ho neanche mai trovato), non ho bambini perché non mi interessava averne, e continuo ad amare sopra ogni cosa la mia solitudine, che per me rimane l’unico modo che ho di imparare ad amare tutto il resto. La coerenza di tutti questi anni mi ha incoraggiato e aiutato a comprendere che non esiste un solo modo di stare al mondo e che uscire dalla convenzione è un po’ più faticoso ma assolutamente necessario se quella ti appare come l’unica strada. Ma domani è San Valentino anche per gente come noi. Sento che è in ogni caso una festa anche mia. Non importa quanto sia sola nel tempo e nel cuore: San Valentino è la festa degli innamorati. E io “sto sempre innamorata”,  come dico tutte le volte ad un mio amico che è solito prendermi in giro per il mio romanticismo “utopistico”. Ma è la pura verità: io sono sempre, in qualche modo, innamorata di qualcuno. Io ho sempre una persona che se ne sta lì, tra i pensieri – e a una distanza adeguata e tale da esorcizzare ogni tentativo di conquista - a farmi da faro, spinta, modello da emulare. Funziona. Credo sia un allenamento molto efficace soprattutto a rendermi pronta nel caso la sorte volesse riservarmi l’incontro “decisivo”, quello nel quale credo persino io ma del cui concreto verificarsi non affatto sono certa, perlomeno non nel limite ristretto della mia singola esistenza. 

Domani sarà anche la domenica che precede il carnevale e io ho deciso che mi vestirò da donna fatale, col tacco 12 e una bella gonna. E poi metterò il rossetto rosso e mi truccherò bene gli occhi. E poi proverò a capire quanto di me ci sia in una donna così o se certe risorse femminili non mi appartengano proprio per nulla fino a spiegare un po’ del mio starmene così in disparte. Intanto mi tornano alla memoria i personaggi assurdi che si sono avvicendati nel mio vano peregrinare tra sentimenti in cui trovare un po’ di luce condivisa: da quello che si era scordato di dirmi che era già fidanzato, a quell’altro che era addirittura già sposato, fino a quelli che non si è mai capito che tipo di legame volessero…mah…meglio i sogni e le utopie, fatti di uomini che sanno ancora fare la corte e che scandiscono parole e gesti con la grazia e la naturalezza di una complice affinità, come fanno tutti quelli a cui decido di voler bene senza che necessariamente lo sappiano.

Domani è San valentino e io voglio preparare qualcosa di buono che richieda il tempo e la cura che meritano le persone che amiamo. E che arrivino proprio domani, o in qualsiasi momento decidano loro in totale libertà, non ha nessuna importanza. Sarà San Valentino anche per me. Questo è certo.   

domenica 7 febbraio 2021

Risolvere “alle radici”

 Per fortuna certe cose me le segno, così poi me le ricordo come si deve nei periodi di poca lucidità dovuta ad eccesso di sconforto.  Non mi è mai stato chiaro il concetto di orgoglio delle proprie radici. Sentirmi orgogliosa di essere napoletana è come esserlo di avere gli occhi verdi: è una cosa che capita per puro caso e nessun merito particolare, non incide in alcun modo sullo spessore umano e quindi per me non ha senso parlare di orgoglio.  Sono vissuta in una delle province più degradate della Campania, in un paese di una bruttezza mortificante e dal quale ho sempre desiderato scappar via. Oggi  la penso ancora così e l’ipotesi di dovervi ritornare un giorno sarà dettata esclusivamente da obblighi e necessità familiari. Questo è quello che devo sempre tenere a mente quando devo dare ragione dei miei anni in questa città, nella quale faccio una fatica tremenda a tenere la barra dritta ma senza la quale non avrei mai potuto comprendere quanto sia fondamentale affrancarsi da luoghi, famiglia, abitudini consolidate per autodeterminarsi. Ho fatto in tempo a comprendere che non è sufficiente una casa abbastanza grande per sentirsi a proprio agio, che un ragazzo che ti dà uno schiaffo non ha neppure una scusante che lo renda perdonabile, che il “paracadute” familiare ad un certo punto diventa controllo ricattatorio e manipolazione travestiti da affetto e protezione. Nell’ultimo anno ho per un attimo dimenticato tutto questo, con la falsa convinzione che un rientro definitivo a casa, dopo tanti anni impegnata a gestire una vita che mi ha restituito libertà e capacità di scelta, sarebbe stato un ritorno alle origini, ad un ancestrale recupero di quel vago concetto di radici di cui dicevo prima e che di fatto non ho mai davvero compreso. Milano è ancora il posto più figo in cui potessi avere il privilegio di vivere e sempre quello in cui mi piacerebbe restare più a lungo possibile. Ho persino proposto ai miei di vendere tutto e comprare casa qui. Ma per loro pare essere un fatto assurdo e inconcepibile…eppure lo sanno benissimo anche loro che il paesello fa parecchio schifissimo…ma continuo a passare io per quella strana.

Mi sono prodotta nella mia prima teglia di alici della mia vita. Ho diliscato il pesce mentre seguivo on line una delle mie amate lezioni di cinema. E’ stato divertentissimo, come lo sono certe domeniche in cui fuori è brutto ma le cose che hai da fare in casa ti tengono abbastanza impegnata da farti scordare eventuali mancanze, silenzi e sconforto. E poi ho il mio vicino argentino, credo l’uomo più scemo della terra, che in questo momento sta urlando al telefono come un ossesso (come sempre) e mi fa ricordare del tempo in cui la sua casa era vuota e io sognavo un vicino di casa interessante col quale confrontarmi e sorridere. Mi sono sbagliata e ora quel silenzio fatto di vuoto e finestre chiuse mi manca moltissimo. 

La notizia bomba di questi giorni è la rivoluzione copernicana dovuta all’avvicendamento di Draghi al posto di Conte. Ho salutato il fatto come una svolta epocale e sento che in qualche modo lo sarà davvero. Non sono mai stata tanto curiosa del futuro come questa volta e mi auguro con tutto il cuore di poterne raccontare con le migliori parole possibili.

Forse tra un paio di settimane riesco a scendere un po’ giù dai miei. Ho dei colleghi che sono nelle case d’origine più o meno dall’anno scorso. Avrei potuto farlo anche io. Eppure non c’ho pensato neppure per un istante. Avevo già la risposta da allora nonostante per un po’ di tempo abbia creduto di pensare il contrario. Mi stavo confondendo. Ora sono quasi sicura che i miei tentennamenti siano soltanto colpa di questo vicino di casa scemo. Potrebbe farlo lui il ragionamento sulle radici, visto che sta incollato al telefono con i compaesani dalla mattina alla sera. Vorrei che quella casa fosse di nuovo vuota e tornare a fantasticare ancora sul nuovo inquilino. O immaginare di comprarla proprio io, magari arrivare a convincere i miei a starsene lì. E così arrivare a risolvere, finalmente, la nebulosa questione delle radici, o semplicemente della provincia meridionale squallida e delle distanze. Oppure, semplicemente, delle chiacchiere che offendono la mia casa e il mio silenzio e in cui le mie radici provano a darsi, a modo loro, un’identità     


lunedì 1 febbraio 2021

Domenica e lunedì

 Le ho prese davvero. Ero sveglia da prima delle cinque del mattino e sono stata capace di prendermi tre ore di permesso per entrare in ufficio a mezzogiorno. Volevo cominciare il mese e la settimana seguendo la tabella dei miei piccoli obiettivi prefissati con la calma che si concede solo a certi rituali solenni: finire un film che avevo interrotto ieri sera al limite della mia stanchezza, fare una colazione bellissima dopo un allenamento ingiusto anche per una trentenne. E poi stendere la lavatrice e sistemare casa in modo da non doverlo fare al rientro. Volevo leggere un paio di pagine di un libro e prendere pure un po’ di appunti. Mi sono alzata all’alba e catapultata per strada solo quando la città era già nel pieno dei suoi ritmi frenetici. Non mi capita così spesso: di solito esco che è ancora buio, immersa nel silenzio di strade ancora avvolte dalla quiete di un sonno di massa e cosi mi ha un po’ destabilizzato tutta quella folla che sottrae dello spazio al mio percorso. Però è stato bello rimodulare un po’ di abitudini dettate soprattutto dalle necessità di quest’ultimo anno, credo che mi aiuti a cambiare un po’ la prospettiva, persino ad immaginare di nuovo a possibilità più ampie di socializzazione (soprattutto perché non ne ho più alcuna voglia ma sono ancora in grado di capire che questo non sia affatto sano). È stato divertente passeggiare in un contesto caotico ma vivo che ha un po’ ridisegnato la mia routine.

Ieri mi è capitato di vedere una specie di docu-intervista in cui Katharine Hepburn si raccontava, prima come bambina figlia di genitori straordinari, poi giovane e promettente attrice di talento e infine come donna innamoratissima di Spencer Tracy. Per questa ultimissima fase del suo racconto ho pianto così tanto che in un sol colpo mi sono perdonata tutta  la mia incapacità di commuovermi per ognuno dei film deputati proprio a questo ma per i quali risulto sempre essere l’unico cuore di pietra tra gli spettatori. Invece stavolta non riuscivo a non restare avvinta a quella storia meravigliosa. Per fortuna il tempo era bello e sono uscita per una lunghissima camminata all’anello di Linate. Mi ha fatto molto bene. Al rientro ho dondolato sulla  mia bella sedia rossa mentre andavano le ricette fatte in casa da Benedetta: “l’Italia  del fare” - di berlusconiana memoria - col suo pragmatismo alla “Art attack”, fino a risolversi nella sua pletora infinita di canali tematici ipnotici, tra tutorial, seduzione del risultato visibile e facilmente raggiungibile, che ben poco spazio riservano alle “traiettorie alternative” del pensiero astratto, profondo, creativo. Ammetto che certe volte sono un vero toccasana pure per me che ne vedo la “pericolosità”.


Qualche giorno fa ho trascorso il pomeriggio in un centro estetico in cui lavorano ragazze che mi piacciono molto: ho fatto un trattamento al viso molto rilassante. Quanto tempo era che nessuno toccava il mio viso, che non sentivo profumi nuovi e non chiacchieravo con una sconosciuta giovane e delicata?

E’ un anno che vivo così: frequentando quasi nessuno, lavorando in un ufficio semivuoto, vedendo film e serie tv, ricordando vecchi amori tutti sbagliati, cucinando pensando a quelli che forse non vivrò mai, cercando di posizionarmi in questo tempo così assurdo eppure, in fondo, per me così ordinario e “bastevole” per andare avanti.


Dovrei tornare un po’ dai miei, ma in teoria ancora non posso, e vorrei tanto passare a salutare le persone di cui sento la mancanza o trovare il coraggio di farglielo sapere. E poi vorrei tornare agli anni dell’università, a quell’esame che mi fece capire che avrei anche potuto mollare, così oggi la mia vita forse sarebbe stata tutta un’altra cosa. No, non è vero. Il mio mondo sgangherato, casuale, sbagliato e “sbadigliante” mi è sempre piaciuto tutto così com’è. Mi è servito ad arrivare ad una domenica di pianto e commozione. E ad un lunedì che sentitamente ringrazia Di tutto questo.

 

martedì 26 gennaio 2021

Una monoporzione

 Avere il microonde in stanza vuol dire poter venire in ufficio con il risotto al salmone che ti sei preparata ieri,  quello fatto con i pomodorini,  gli odori, le olive (e poi tanto aglio, che tanto non c’è nessuno) e sentire questo profumo meraviglioso e persistente anche adesso, dopo aver finito di mangiare da almeno venti minuti. Se dovessi misurare la mia autostima soltanto sulla base di quanto mi piacciano le cose che mi preparo sarei una gran presuntuosa. Per fortuna le altre cose della vita mi riescono molto meno bene e così resto il più traboccante contenitore di insicurezze, paure, timori, perplessità che il 1976 abbia posizionato nella piena estate di una rovente Italia meridionale. Però che profumo meraviglioso, quanto mi piacerebbe poterlo descrivere abbastanza bene da riuscire a restituirne una percezione anche sensoriale.

Oggi Conte si è dimesso. Non è molto interessante per me sapere cosa accadrà, giacché non mi illudo che arrivi Draghi  (l’unico nome che per me fa rima con svolta) visto che vivo come sempre quella condizione privilegiata e idilliaca (perlomeno ai miei occhi la considero tale) di non trovarmi a  gestire il dramma della scuola, del lavoro, dell’adolescenza repressa, del lavoro perso, di una salute precaria, di cari in difficoltà, di un futuro oltre la mia esistenza che non posso che vedere come ridotto a sacrifici estremi e prolungati. E poi non subisco l’umiliazione di una solitudine non scelta: rientrare dal lavoro la sera, in una  casina accuratamente predisposta per tutte le cose che amo fare, rimane ancora una delle cose più gratificanti della mia vita, assieme ai miei assurdi risvegli dell’alba tra caffè, pesi  da sollevare, vapori che appannano tutto,  schiscette da preparare...se non sapessi esattamente quanto mi piacciano certi momenti della giornata, diffiderei  persino io di me stessa.  Fino ad ora nulla per me ha rappresentato davvero una rinuncia, a parte il fatto di dover cucinare soltanto per me stessa e di aver smesso, oserei dire finalmente, di farlo pure per chiunque orbitasse nella mia sfera di frequentazioni. D’ora in poi la condizione della reciprocità sarà un mio preciso mantra per ogni tipo di legame che deciderò di coltivare. Perché me lo merito. E perché è giusto così. Questa è la sola cosa nuova che ho imparato: un po’ di doveroso egoismo.

Pare che durante la pandemia le separazioni siano aumentate del 60%, ma io non ci casco: erano “asintomatici” già da prima. L’amore non finisce perché si sta troppo tempo assieme e si scopre che ci sono tensioni, conflitti, nulla di interessante da dirsi. L’amore rimane immutato se è davvero tale, quindi ben venga scoprire che non ce ne era stato neppure prima.  La persona a cui penso sempre io, invece, mi piace ancora adesso nella stessa identica maniera. Che bello, uno dei pochi vantaggi di certi scampoli di vita non vissuta e, forse, non “vivibile”.

Tra le cose che promuovo a pieni voti di questo anno assurdo ci sono i miei allenamenti nuovi, le tre esperienze “alimentari” estreme, la nuova energia, i fianchi più stretti, il viso disteso, i fiumi di appunti, i tanti film visti, le mie carambole lessicali, i miei km a piedi in silenzio a scegliere con cura i pensieri.

Qui c’è ancora un profumo magnifico di pomodorini e salmone.  Ma forse è magnifico soltanto per me. E’ un bene che qui ci sia soltanto io. E poi il risotto era tutto soltanto per me

 

venerdì 22 gennaio 2021

Tutti i colori del grigio

 Ci vuole tanto, troppo coraggio a decidere di sopravvivere a Milano in una giornata come quella di oggi, col cielo grigio mestizia, la pioggia sottile che pare insinuarsi nei pori, il silenzio mesto che ricorda più quello di certe periferie dimenticate che a stento vantano l’ufficio postale nella piazzetta principale. E’ con queste sensazioni che mi sono avviata a piedi fino alla Sormani - che da casa mia vuol dire all’incirca allenarsi per il cammino di Santiago – e ho attraversato una città che pare dirmi che, in fondo, gli inverni passati mi offrivano scenari abbastanza simili, solo che io ero più brava a colorarli. Sì è vero. Ad un certo punto credo di aver mollato. Ed è stato  ben prima della pandemia.

Fino a qualche anno fa facevo spesso gare non competitive di running. Nulla di che, giusto 10 km in scioltezza. Quasi tutte erano a Milano, ma una volta mi avventurai a farne una al parco di Monza. Bellissimo, ma ricordo che pioveva che Dio la mandava e faceva un freddo cane. Ma non aveva alcuna importanza per me: corsi lo stesso eppure al nono km non ne avevo proprio più.  Mentre arrancavo al punto da rendere evidenti i miei segni di cedimento mi affiancò una ragazza che non avevo mai visto prima dicendomi: “per colpa tua ho resistito fino a qui. Ho guardato te per tutto il tempo che ho avuto la tentazione di fermarmi e mi hai dato la forza di non farlo e resistere. Dai, adesso resisti tu che siamo quasi arrivate”. Mi colpì moltissimo quell’incitamento non previsto, come pure scoprire che a mia insaputa ero stata di motivazione per qualcuno. E così mi tornarono le forze e arrivai fino alla fine coprendo l’intero percorso in meno di un’ora (che per me è davvero un’ottima prova). Arrivammo al traguardo assieme. Ci abbracciammo e le chiesi il nome. Si chiamava Ines. Le fui molto grata.

Ecco, io credo che la mia esperienza di questi anni sia stata tutta un po’ così: in qualche modo mi sono affezionata all’idea che possa esserci qualcosa o qualcuno che da qualche parte tragga un qualche beneficio dal mio non essere altrove e che a sua volta mi  stia aiutando a trovare la forza e la motivazione necessarie a restare, resistere e andare avanti. Anche quando proprio non ne posso più. Oggi questa speranza mi ha accompagnato per buona parte del tempo e mi è stata di enorme conforto.

Fino a due giorni fa ho seguito, per la terza volta, una specie di percorso “detox” che mi ha imposto, tra le tantissime restrizioni che prevede il suo protocollo, la totale astinenza da caffè e un conseguente mal di testa da non riuscire a stare in piedi senza un sostegno. Esperienza direi quasi mistica e per me tremendamente faticosa ma portata tenacemente a termine tutte le volte e con risultati – fisici ed emotivi – assolutamente sorprendenti. Perché mi sottopongo a prove così estenuanti per “libera scelta”? Ancora non lo so. Ma sento che è giusto.

Ho ordinato dei prodotti on line che ho fatto recapitare all’indirizzo dei miei. Pare che qualcosa sia stato manomesso e giunto danneggiato. Ho inviato foto all’azienda e fatto reclamo. Oggi mi hanno rispedito il prodotto intonso senza nessun problema. E così ho pensato che il capitalismo è brutto e cattivo ma nessuno come lui sa chiedere scusa e farsi perdonare pur continuando a fare come ha sempre fatto. 

Quanto è triste Milano con questo grigio bagnato così uguale e diverso da quando lo conosco. C’è però che intanto Trump non è più il presidente degli Stati Uniti, è poi arrivato il vaccino, e io stamattina ho cucinato delle pietanze assurde e meravigliose che sembrano una cosa e invece sono altro. E poi ho il fegato tutto pulito, una pelle rigenerata e il mal di testa che ormai è passato. Pare che domani faccia bello. Potrei andare a correre. 10 km in scioltezza. Con un pensiero alla mia amica dell’ultimo km a cui devo molto più di quanto lei stessa potrebbe mai pensare. Grazie Ines!    

                                                                                                                                                                            
    

mercoledì 13 gennaio 2021

Essere in bolla (sperando che non esploda)

 -          Hai dormito male stanotte vero?

-           Si. Non mi capitava da secoli di avere gli incubi. E invece stanotte mi sono svegliata di soprassalto per ben due volte.

-          Eppure anche ieri sei andata a letto prestissimo. Eri talmente stanca che hai fatto fatica pure a struccarti

-          Non so cosa dirti. Ho avuto pensieri bruttissimi e questa storia che non so come tornare a casa comincia a preoccuparmi sul serio

-          Eppure non fai che dire che in fondo non ti pesa la vita che ti è toccata in questa fase…

-          Si certo, non mi lamento ma comincio a pensare che devo decidere cosa fare, come ritornare giù e provare ad immaginare di poter vivere bene e per sempre anche lì dove sono nata

-          Davvero!?!? 

-          Sì. Qui non ho nessuno che mi trattenga e ormai credo sia altamente improbabile che possa trovarsi qui la persona che sto cercando da tutta la vita. E poi devo tornare dai miei e apprezzare i posti in cui ho le radici

-          Ma che fesserie dici? Quando mai hai pensato che un luogo valga più di un altro, che le origini contino più del “contaminarsi” con le diverse mentalità  o che l’incontro che aspetti da tutta una vita sia geolocalizzabile!?!?…Lucia, tu non pensi così, non sogni così. Piuttosto, ammetti che non hai mai frequentato abbastanza, che non ti sei mai attivata per trovare davvero  chi cerchi, che non ci credi mai abbastanza, che lasci che vecchie ferite ti brucino ancora perché in fondo ti fa comodo così…

-          Ok, sarà anche questo, tanto ormai non ha nessuna importanza. Rimane il fatto che è mio dovere tornare a casa da parenti che invecchiano da soli

-          Sì, è vero. Hai dormito male per questo?

-          Anche.  Ho avuto incubi confusi con pensieri brutti. Non vedo vie d’uscita definitive o a breve termine da questa cacchio di pandemia, non riesco neppure ad inventarmi  errori nuovi da commettere come pretesto per ripensare tutto in altri modi. Non mi lamento, per carità, ma comincio a risentire anche io di questa bolla assurda che pare diventare sempre più piccola man mano che passano i giorni e poi i mesi. Sono un po’ avvilita

-          Beh, mi pare del tutto normale. Sicura che sia soltanto questo?

-          No. Non credo. Forse ha ragione chi dice che dovrei iscrivermi a quei siti d’incontri anche solo per riderci tutto il tempo, fingermi gatta morta super sexy e vedere l’effetto che fa, così giusto per mettere alla prova lati forse soltanto  nascosti di me. Che ne sai, potrei scoprire di essere una disinibita bomba del sesso

-          Aspetta, scusami, ma devo ridere un attimo a crepapelle. Piuttosto, parlami delle solite scarpe da running che hai comprato al posto del tacco dodici che ti eri imposta per legge?

-          Ok…niente da fare. L’uomo della mia vita dovrà accontentarsi di una che per piacergli fa solo sport e una strana alimentazione. In fondo potrebbe andargli bene lo stesso. Che ne sai tu?

-          E allora perché dormi male? 

-          Ma è stato solo stanotte. Può capitare una volta tanto anche a me in un periodo che in moltissimi hanno vissuto in modo apocalittico

-          Ricapiterà

-          Sì è vero. Ricapiterà

-          Devi farci i conti. Con questa bolla che diventa sempre più stretta devi farci i conti, perché finirà per esplodere o peggio ancora per sottrarti tutta l’aria. Trovalo quel coraggio di fare una cosa che ti pare inconcepibile. Una qualunque tra quelle ancora possibili. E poi fammi sapere

-          Ok. Ma se stanotte dormo bene resto così come sono che ormai ho un’età e mi sto simpatica così

-          Cosi irrecuperabile?

-          Così fiduciosa


 

venerdì 8 gennaio 2021

Bilancio di inizio anno

 Ho salutato il nuovo anno con la supponenza di certe matrone che si mettono a braccia conserte col piedino che batte sul pavimento in segno di attesa di una prestazione che promette un sicuro insuccesso. Essere scaramantici vuol dire anche non aspettarsi mai molto dal futuro, non fare pronostici né fare una lista di buoni propositi o ipotizzare che tutto ciò che è andato male nell’anno vecchio ormai fa parte del passato e che le magnifiche sorti sono solo in attesa del loro imminente svelamento. E in ogni caso il carico di responsabilità affidato al 2021 me lo rende un anno a cui guardare con molta comprensione e enorme cautela. Da solo non ce la può fare. 

Negli ultimi inizio d’anno ero solita uscire all’alba per una corsa di benvenuto di una decina di km: la magia di quel silenzio irripetibile, il valore quasi sacro di quello sforzo “iniziatico” assieme al “battesimo” di una doccia bollente e rigenerante erano il mio incipit obbligatorio. Il primo gennaio rispondeva ad una scaletta precisa che in qualche maniera riflettesse ciò che mi sarei riproposta di conservare per l’intero periodo. Dettava tutta la linea. Questa volta no. Non sono uscita, non ho preparato nulla di speciale, non ho visto nessuno. Ho solo fatto i miei soliti allenamenti in casa, visto film e serie tv, ciondolato, provato vestiti che non mettevo da tempo. E poi sono andata a letto molto presto. Non ho mai avuto così tanto sonno come in questi ultimi giorni, capodanno incluso. Ascoltarsi, non avere fretta, darsi il tempo di vedere i risultati di ciò che si è fatto, prima di decidere come procedere, è stato magnifico. Quello che so per certo che accadrà è che il prossimo luglio mi scadrà il passaporto e che mi impegnerò molto di più per usarlo più che posso. E poi che la bilancia mi ha restituito il peso che volevo e non era per nulla scontato, dati i miei assurdi esprimenti alimentari misti ad una non comune golosità. So pure che mi avvio ai 45 anni con un gusto che non mi sarei mai aspettata, e che se ci saranno le condizioni per passare molto più tempo al sud, se non proprio di riuscire a farlo definitivamente, cercherò di approfittarne senza esitazione. Ecco, il mio 2021 si apre con delle semplici considerazioni e qualche promemoria. Nulla di molto altro. So che sarà un anno storicamente complicatissimo, che la componente di inatteso e di imprevedibile potrebbe addirittura avere il potere di incidere nell’esistenza individuale in un modo forse molto difficilmente manovrabile. Mantenersi flessibili e adattabili è fondamentale: pianificare troppo potrebbe non essere strategicamente premiante.

Sono stata molto tempo da sola in questa lunga fase di transizione e di passaggio di testimone. Non ne ho risentito, nonostante sentissi la mancanza delle persone a cui tengo e quelle di cui vorrei fare conoscenza e con cui vorrei tanto andare a fare colazione da Starbucks.

Milano è diventata una città malinconica e irritata. Camminare per certe strade ha qualcosa di straniante. Eppure ai miei occhi conserva lo stesso fascino dei tempi del mio approdo. Forse perché il suo lato glam non è stato mai di grande interesse per me. Di questa città mi è piaciuto tutt’altro: cose che mi porterò dentro, anche quando andrò via, e che me la faranno amare per sempre. Persino il mio rumoroso vicino sudamericano ormai si fa sentire poco e in questa casa regna una pace irreale, tra cose in ordine che creano stupore persino a me, pranzi cucinati e poi congelati per giorni, “Propaganda live” ad allietarmi il venerdì. Tutto sotto controllo. Basico. Rassicurante. Non avverto nemici esterni e neppure paranoie interne. Mi sbaglierò? Ma certo che mi sbaglierò. Ma c’è tutto un anno a darmi, e questo è il vero augurio, tutte le ragioni. Io, di solito, degli anni che arrivano tendo sempre a fidarmi


domenica 3 gennaio 2021

Fare in tempo a darsi il tempo

 

Non mi sono neppure degnata di andare a vedere che faccia avesse. Il 2021 è arrivato e io non ho ancora messo il naso fuori di casa ad incrociare la sua aria nuova. Nuova malgrado le scarse premesse su cui fonda l'affetto e le speranze che si ripongono in lui. Il tempo è grigio, troppo umido, c’è una brutta luce e questo per me è già sufficiente per smorzare ogni entusiasmo e rinnovata fiducia.

Per fortuna mi è stato possibile non cedere, se non per un brevissimo periodo, alle seduzioni dello smartworking e men che meno all’orrore del pigiama per tutto il giorno. A dirla tutta io non possiedo pigiami: vado a letto con leggings e maglietta così da impormi di cominciare la giornata facendo ginnastica, poi doccia, cazzeggio in rete, trucco, scelta d’abito casuale, pranzo da portare via, oddiocomeètardi, quattro km a piedi, finalmente ufficio. Così, per ciascuno dei miei giorni feriali, tra le 5 e le 7:30, da quando sono l'unica responsabile di ogni scelta del mio quotidiano. Sembra follia, eppure questa replica assurda e sempre fedele a se stessa del momento per me più affascinante e delicato della giornata è ciò che mi ha fatto mantenere la barra dritta anche in un periodo così anomalo. C'è qualcosa di sacro anche in certi rituali così prosaici.

Quando non sono costretta ad uscire, invece, stare a casa è la mia vera festa. La cosa che mi piace fare più di tutto è mettermi sulla cyclette e vedere film, coniugando così la necessità di mantenermi attiva con il bisogno di dimenticare la sensazione che il mio presente sia in realtà irrimediabilmente troppo scarno. In questi ultimi due giorni ne ho approfittato per vedere una seconda volta “Soul”. l'ho trovato un totale godimento dal punto di vista visivo, abbastanza bello nei contenuti, ma troppo già visto e persino discutibile nel messaggio di fondo. Vivere come esperienza pienamente meritevole in sé ha ai miei occhi tutta la retorica del valore intrinseco delle piccole cose che rischiano la mediocrità se non coltivate o animate da una passione sincera. Mah, non saprei, credo che “Coco” resti il mio preferito e “Wall-e” l’acme della sperimentazione più coraggiosa e ardita della Pixar.

Come ci si accontenta di una vita così come quella che mi è toccata nell'anno appena trascorso, senza considerarlo un dramma, ma anzi sentirla come profondamente propria? In realtà non saprei. A me pare abbastanza normale in fondo, e questo pur riconoscendone tutti i limiti e i rischi futuri. Direi che sia una questione che ha a che fare con quello che eri ben prima di tutto quello che hai tentato di scordare o aggiustare nel frattempo: dall’amichetta alle elementari che ti ha tradito e che da allora ti ha fatto smettere di credere alla vera amicizia, da un’educazione repressiva e poco attenta per ragioni che hai capito solo col tempo, da parole dette male o interpretate in modo da scheggiare il cuore per sempre, dalla carenza di motivazione, dalle scelte irreversibili che poi dettano tutto il futuro. L'ideale sarebbe trovare la maniera di lasciar andare tutto questo con leggerezza pacificata, magari ripetendoti come una filastrocca che il passato è passato e si può sempre rimediare, ricominciare, perdonare, comprendere. Si può. anzi, la vera sfida è proprio questa Ma con me funziona bene solo in parte e poi non dimenticare mi aiuta nella cosa più importante di tutte: fare autocritica. Insomma, tutto questo per dire che il 2020 con me ha fatto ben poco se non restituirmi un’opportunità: comprendere che la storia del dolore “capitalizzato” è vera e che il disincanto può costituire persino un piccolo patrimonio di risorse interne che parevano impazienti solo di fare il loro gioco nei momenti più imprevisti. Se ragiono in modo individuale potrei addirittura affermare, non senza imbarazzo, che non sono mai stata meglio proprio grazie a questo tempo isolato, fatto tutto di immaginazione mista a ricordi confusi, di vita ordinaria ma senza contatti forzati, di maturità che non ha avuto rispetto dei suoi canoni “istituzionali”, di tantissimo amore immaginario, impossibile e perfetto, anzi perfetto proprio perché impossibile. La vita che volevo era forse tutta qui, ad aspettarmi per darmi ragione, mettere a tacere voci antiche, temporeggiare ancora un poco nel confronto con la realtà. Chissà.

Delle cose che continuo a salvare ci sono ancora, e non mancheranno mai cascasse il mondo, "Le lettere morali a Lucilio" di Seneca, "Putess' essere aller?" di Pino Daniele, Le danze di Michael Jordan, "Bianca" di Moretti, la mia cheesecake ricotta e cioccolato e la matita per gli occhi.   

E’ il 3 gennaio e io non ho ancora messo il naso fuori per salutarlo. Forse ho paura che sia arrivato soltanto a smentirmi. E a dirmi che ormai potrei anche smetterla. Potrei anche smetterla di avere sempre paura. Finalmente.


mercoledì 30 dicembre 2020

Arrivi tu, o riparto io?

Credo che già da domani la neve sul mio lungo tragitto verso l’ufficio non ci sarà più. Stamattina è stato divertentissimo affondare almeno un quarto di gamba  manco stessi facendo l’allenamento di Rocky. Era ancora buio, non c’era nessuno, via Mecenate era una perfetta cartolina di Natale tra strade innevate, alberi appesantiti e lucine in stile differenziato dai balconi di condomini con troppi piani. Questa strada resterà sempre una parte fondamentale del mio vissuto milanese:  l’ho percorsa così tante volte, in silenzio o con le cuffie a palla, lasciando che le tappe fossero scandite da pensieri sconnessi o chiodi fissi, mentre passavo nell’orario in cui il panificio sforna i cornetti freschi con un profumo di burro livello estasi . Eppure pare una strada da film neorealista.  Nessuno direbbe mai che abbia un particolare fascino. Eppure stamattina era così bella, mentre mi affannavo a  fissare una lista fondamentale e definitiva delle cose da fare  durante l’anno più carico di responsabilità della storia dell’umanità che sarà il 2021. Sì, io credo che tutti, anche inconsapevolmente, pensiamo di meritare un riscatto per aver sopportato un anno così anomalo, quando non doloroso o brutale.

Ma le liste, se non ti chiami David Foster Wallace, rischiano di annoiare e sono prive di un reale valore narrativo. Le mie poi, sono più che altro dei promemoria, dei piccoli auspici per condurmi a qualcosa di sorprendente. E se da un lato ho trovato doveroso appuntarmi tutto quanto di buono quest’anno mi ha regalato,  dall’altro vorrei trovare finalmente  la maniera di “incidentare” il mio percorso in modo da imbroccare strade del tutto nuove, incontrare persone che mi riguardino, persino andar via da Milano. Innamorarmi di chi vuole soltanto me.

E’ la prima volta che lo penso davvero, eppure mai come in questo periodo, fatto di isolamento, lavoro, lunghe camminate credo che sia ormai maturo il tempo di attivarmi in qualche modo per tornare giù. Tutto quello che amo di questa città, in primis i corsi di cinema, le persone che mi sono care, il lavoro stesso ormai potrei portarmelo dietro grazie alla rete. Non mi rimane altro qui. Amo la mia piccola casa, ma quella di giù è mille volte più bella. Amo star sola, ma io lo sono da sempre e ovunque anche quando non lo sono e Milano in questo  non fa più la vera differenza ormai.  Si è detto nessuna  lista: ma tanto le cose che mancano rientrano in un elenco che non si deve neppure numerare. 

Stamattina ho letto il post di una mamma amorevole che faceva gli auguri di compleanno al suo bimbo. Era una bella lettera pubblica, molto sincera ma che non mi ha commosso neppure un po’. La maternità non mi commuove mai: ho combattuto per anni con questo senso di colpa prima di chiedermi perché mai dovrei sentirmi in colpa. Di me so poco ma non che non sono nata per generare.

E poi ho pensato a quello che davvero, profondamente, mi manca: collezionare bei viaggi, lunghi che più lunghi non potrei.  America e Giappone più di tutto il resto.  L’islanda è stata bella (…anche se poi ho silenziato da subito il gruppo wa dei miei compagni di viaggio…), potrei tornarci altre dieci volte con lo stesso identico piacere.  Anche da sola. E poi vorrei tornare a studiare con applicazione, conservare solo una parte piccola della mia sbadataggine che mi fa uscire dai binari e mi sorprende per poi trovare un centro esatto nel rigore testardo.  Terrò i capelli un po’ più lunghi e mi truccherò bene gli occhi. Continuerò a fare una fatica disumana per tentare di stare in forma. Cercherò di trovarmi sempre bellissima indipendentemente dal dato oggettivo di esserlo.

Che senso hanno le liste quando in realtà tutto quello che vorresti , tutto  – dal punto 1 a + ∞ - vorresti che fosse assieme non a uno, qualcuno, uno qualunque…ma assieme all’unica persona possibile e della quale io non ho ancora nessuna cognizione.

2021 se neppure tu lo hai capito, allora sei di coccio peggio degli altri

 


giovedì 24 dicembre 2020

Darsi i natali

 


Se dovessi giudicare da quello che ho visto ieri, quando sono andata a comprare l’acqua al supermercato, dovrei pensare che il pranzo di natale delle famiglie in numero contingentato è una sorta di suicidio premeditato stile “La grande abbuffata”, altrimenti non mi spiego quel delirio di carrelli traboccanti come mai mi è capitato di vedere in questo periodo. E io, che vengo dal sud e so benissimo cosa significhi mangiare molto durante le feste, so di cosa sto parlando.  Ancora non riesco a crederci. Per quanto mi riguarda  mi sento predisposta  a questo periodo magico e di cui serbo ricordi passati molto più cupi di oggi. Tutto è pronto per il “cenone semi-veg”, le lucine, i film tassativi, gli aggiornamenti familiari. Sarà bello, come lo è quasi sempre il tempo che ti scegli e nel quale decidi di mettere dentro solo quello in cui credi davvero, senza obblighi, costrizioni, ipocrisie, rinunce.

Quattro anni fa di questi tempi piangevo tutte le mie lacrime, un po’ di anni prima invece  facevo finta di trovarmi bene dentro una situazione che non sapevo proprio  come interrompere.  Solo oggi posso benedire quegli anni con la pace di chi troverebbe ormai  assurdo aver versato  tutte quelle lacrime e vissuto così tanto  tempo senza sentirselo davvero addosso.  Star sola non è la cosa che mi auguro per sempre, ma è ancora ciò che mi procura il benessere maggiore:  è così che ho imparato ad osservare con il giusto distacco le mie fragilità, a scoprire di credermi gelosa quando in realtà stavo soltanto  rinnegando l’intuizione di esperienze affettive inadeguate, a pretendere finalmente amori affrancati da qualsiasi passato e presente, ad imparare il sacro valore dell’attesa come categoria dell’esistenza piuttosto che il risultato certo di pretese spesso  velleitarie.

Vivo in un condominio concepito come una specie di “comune”: dalle case vicine sento tutto, i litigi, le conversazioni di coppie anziane che si dicono sempre le stesse cose, le ripicche piccole ma continue che appesantirebbero il quotidiano anche della persona più paziente del mondo, il senso costante e inesorabile di noia…e a volte penso alla mia pace domestica, alla semplicità delle mie strane abitudini che per  tanti potrebbero, comprensibilmente,  sembrare follia (dormire così poco, allenarsi prima di andare a lavorare, uscire poco, non bere, mangiare cose strane…ma perché mi si dovrebbe sopportare?). E poi ci sono le volte in cui penso al mio senso di accudimento, al patriarcato che è dentro di me, a tutto quello che tendo sempre a fare quando mi lego a qualcuno…e allora penso che in realtà forse fuggo ancora da quella parte di me che si espone volutamente alle ferite, quando la scusa della solitudine come scelta pare mostrare il fianco.

Ho smesso da tanto tempo di piangere per amore e per disillusione. Mi sono persino “aggiustata” a credere a quello strano concetto di “amicizia amorosa”, svincolata da passione e possesso ma fatta di tutto il resto. Qualche volta funziona, molte altre mi dispiace tantissimo.  La verità è che c’è una grammatica del cuore che mi resterà per sempre oscura o solo vagamente intuita. Mai davvero percepibile.  Però in fondo che ne so.

Ieri ho comprato l’acqua in un supermercato in cui c’era il delirio. Un amico mi aspettava fuori con la macchina e mi ha portato dei bellissimi regali inaspettati, tanto più graditi perché pensati con ogni cura.

Sono la solita fortunata senza neppure un po’ di merito

(Ah, auguri eh…) 

“ Ci addormentavamo vicini vicini, senza che c'importasse dove inizia uno e dove finisce l'altro, né di chi sono queste mani o questi piedi.
E nel sonno, quando uno si muoveva tra le lenzuola, l'altro si accomodava negli angoli e nelle curve.
E quando uno sospirava, sospirava anche l'altro.
E quando uno si svegliava, si svegliava anche l'altro.
Stavamo in una complicità così perfetta, che ci incontravamo nei sogni ed il giorno dopo, non sapevamo chi aveva sognato chi”

~ Isabel Allende

 

venerdì 18 dicembre 2020

Sentirsi mancante

- Manchi solo tu ormai

Ormai pure il collega più “milanesizzato” che conosco se netornerà a fare il suo lavoro al sud. Non l’ho mai visto così convinto di quello che sta per fare. E lui pare sicuro che prima o poi mi attiverò seriamente in tal senso anche io. 

Credo che abbia ragione. Ormai è forte la sensazione che si stia per chiudere un ciclo che pare aver  accorciato in corso d’opera la sua durata. E no, il 2020 non ha avuto un ruolo particolare in tutto questo. Tutt’altro. La possibilità di massimizzare certe forme di riflessione, di poter testare le mie amicizie farlocche,piene di chiacchiere vacue e senza  vero impegno , dedizione né reciprocità generosa, di dedicarmi alle tre o quattro attività imprescindibili senza troppo mediare,  ha reso il 2020 per me -persona a vocazione solitaria, in piena salute, senza amori in corso, senza problemi economici in atto -persino un anno bello. Quando tutto questo sarà finito sarò ugualmente felice, ma aggiungerò fatica e ipocrisia.

I miei hanno ricevuto il pacco “da su”: panettone artigianale milanese, vino, cioccolata, dolcetti. A loro queste cose piacciono e a modo mio anche io ho delle cose speciali da preparare per i miei giorni di festa: più che altro mi piace che la casa profumi di cibo cucinato e che la tavola sia apparecchiata con cura, con i piatti più glam che ho e una luce studiata. Certi rituali mi affascinano sempre molto. Non mi intristisce pensarmi da sola in questi momenti e già pregusto il mio ritorno a casa nei giorni del disimpegno e del “pure questo Natale ce lo siamo levati…”, mi serve a prolungare il senso di festa mentre gli altri hanno già il trauma da rientro. Sono una finta buona.

Degli undici anni passati qui a Milano, otto sono trascorsi senza la TV: nei primi anni qui uscivo sempre, facevo tutto fuori casa con l’ansia febbrile mista alla certezza che questa sia una città da interiorizzare assecondandola in ogni proposta che ti assomigli. Persino avere un micio non mi ha trattenuto dal percorrere questa città quanto più mi fosse possibile, preferendo privarmene piuttosto che rinunciare a stare “dentro” Milano. Oggi non lo farei assolutamente.

Adesso però sono stanca. Non penso più in questi termini. Non vedo più questa città con quegli occhi. Preferirò sempre Milano ad ogni altra città, eppure sento come necessario, doveroso, inevitabile, anche trovarmi nel luogo in cui i miei stanno invecchiando senza di me. 

Manco solo io. Io manco sempre.  Non a qualcuno o a qualcosa eppure manco.

 

Per chi o cosa restare ancora? Che paradosso sentirsi fortunati di non riuscire a trovare risposta


Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...