sabato 16 maggio 2015

Sotto pressione (divagazioni sconnesse di un'aspirante ipertesa)

Oggi la mia pressione è proprio bassa bassa. Doppia dose di Gutron e speriamo di rimanere in piedi che devo fare un sacco di cose. Dice che la pressione alta è una malattia del benessere, che nessuno ne soffrirebbe se conducesse uno stile di vita sano e senza eccessi. Non mi risulta che invece per la pressione bassa ci siano ragioni particolari legate allo stile di vita, e quindi mi viene solo da fare una deduzione linguistica fin troppo elementare: è giocoforza una malattia del malessere...da cui forse il termine depressione. Ovviamente sono mie supposizioni meramente lessicali, non supportate dal alcun fondamento scientifico o letterario. Fesserie a gratis...mi si scusi

In realtà perdere i sensi non è sempre una brutta sensazione. Dico davvero. Se hai il tempo di capirlo e accompagni la caduta per attutirne il colpo, o sei hai la fortuna di poterti accasciare su una superficie morbida, beh allora "assentarsi" per un po' in modo repentino e non perché si ha bisogno di dormire, ha una sua strana magia. Come a dire, ho l'occasione di non-essere, di non vedere e non sentire nulla. Non voglio saperne mezza di niente e siccome non so fare la meditazione trascendentale, mi rimane solo questa cosa qua. Sperimento il coma per qualche istante e poi riprendo coscienza e riaccetto il patto dell'esistenza. Ci mancherebbe che non lo riaccettassi.

Se sono sicura che funziona sempre così mi pare una gran bella cosa. Ma non è mica detto. Se la pressione non è abbastanza bassa, si rimane svegli ma senza forza, fa male la testa e ci si stanca subito. Se la pressione è bassa, agli occhi degli altri sembriamo mosci, alla meglio calmi e miti e invece è solo perché non ce la facciamo a dirgliene quattro per le rime. La pressione bassa mi aiuta ad avere un buon carattere, a sembrare una persona migliore, a frenare i miei istinti. Gli altri pensano che sia una persona dolce.
E invece è solo perché non tengo la forza di infuriarmi come l'ipertesa che è in me




giovedì 14 maggio 2015

Un posto a tavola.

Quando mangio il tonno direttamente dalla scatoletta penso che mi sto facendo del male senza però capire subito che tipo di umiliazione mi stia infliggendo. La premessa è che questa è una cosa che faccio piuttosto spesso e la condizione è che io sia l'unica invitata alla mia tavola. In aggiunta ci deve stare che non ho alcuna voglia di cucinare e neppure di lavare i piatti.

Il tonno in scatola è forse il mio piatto preferito da quando ho smesso di mangiare solo ortaggi. E poi, da quando la Rio mare ci ha messo pure il contorno di fagioli o piselli potrei anche decidere di boicottare per sempre l'elettrodomestico più indispensabile che ho, sua maestà il microonde

Ho sempre usato il servizio buono di piatti per chiunque abbia messo piede come commensale in casa mia. Ho passato ore e ore tra ricerche degli ingredienti migliori, elaborazioni di ricette complicatissime, combinazioni auspicabilmente raffinate di pietanze...per tutte le volte che ho invitato qualcuno ad assaporare i miei piatti. Non potrei immaginare di fare diversamente per chiunque sperimenti un pasto preparato da me.
Il tempo dedicato è il supremo atto di altruismo che si possa compiere e se questo tempo è anche speso per un gesto primordiale come quello di alimentare è il valore del gesto stesso che "lievita"

Ecco. Ora ho capito. Ho capito che tutte le volte che mangerò il tonno, ricavandone un certo e indiscusso piacere, devo ricordarmi almeno di metterlo nel piatto più bello che ho, prendermi la briga di tagliare due pomodorini, condirli a regola d'arte e accompagnare il tutto con del pane fresco con i sesamini sopra. E mi devo pure ricordare di fare tutto con la dovuta calma. Alla fine mi renderò conto che non avrò sporcato nessuna pentola e che mi resteranno soltanto un piatto bello da lavare e
un'ospite felice :)
P.s. Le foto sotto sono i miei ricordi maldiviani....no...non sono fuori tema....riguarda sempre il volersi bene e il trattarsi come si deve a tavola. Pure se  è una tavola lontana lontana...:)

mercoledì 13 maggio 2015

Dello star comodi a fatica

Sono belli. Quando non vogliono che capisca parlano arabo. Litigano come pazzi e poi all'improvviso smettono e ridono. Mi hanno fatto dei lavori di ristrutturazione proprio belli, forse hanno impiegato più tempo del dovuto, forse mi hanno pure chiesto un po' troppo... però se ogni tot di anni non rifaccio trucco e parrucco alla mia tana mi pare di non sentirla più casa mia.

ora è tutta verde, ho fatto fare un gigantesco armadio a muro dove metterò la metà degli abiti che avevo prima, perché nel frattempo che metto a posto provo pure a mettere via. E poi il bagno bello bello in modo assurdo...

Sono anni che l'appartamento adiacente al mio è stato messo all'asta dopo un esproprio. Ormai lo danno via praticamente gratis. Tutti mi dicono "prendilo. Quella casa è lì apposta per te". No. Io non voglio una casa più grande. Cosa se ne fa una persona sola di una casa in cui potrebbero starcene quattro? Dice: ma staresti tanto più comoda. Io non voglio stare comoda. la comodità è una zavorra che progressivamente tiene inchiodati al divano di fronte alla TV con cibo spazzatura. La comodità appanna i sensi, invoglia alla pigrizia, fa passare la voglia di uscire e di abbattere i muri, fossero anche semplicemente quelli delle proprie pareti.

Penso a tutte queste cose e intanto mi spiego quasi tutte le altre...sulla manutenzione e sulla fatica che si fa per contrastare i cambiamenti che non ci piacciono e che pure semplificherebbero quasi tutto. Sull'idea che uno si fa di luogo che non sia troppo comune. Sulla difficoltà di essere se stessi in uno spazio e  in un tempo che vorremmo sentire più nostro con aggiustamenti, sottrazioni e aggiunte



lunedì 11 maggio 2015

questa è la mia strada. L'uscita

Pregusto già da qualche giorno il momento in cui tornerò in ufficio. Manco da un tempo incalcolabile e sarei una bella ipocrita se dicessi che non ne ho ricavato un beneficio molto più che proporzionale alla sofferenza di una operazione e ai disagi di una casa in ristrutturazione.

Non amo il mio lavoro e non ne ho mai fatto un segreto. Lo benedico, ne colgo il valore incommensurabile che rappresenta oggi più che mai, sia concettualmente che pragmaticamente. Ma non lo amo. Non favorisce in alcun modo la mia crescita individuale. Non mi appassiona. Non mi interessa. Lo faccio. Non perdo tempo alle macchinette del caffè , non mi nascondo in bagno, rispondo sempre a telefono, chiamo sempre per l'attività di sportello, cerco di portare a termine tutto quello che mi si dice di fare....
 Ma la vera liberazione è la fine della giornata di lavoro. È così da sempre. Non è una cosa che mi è venuta dopo anni di lavoro. È una smania  da "dopolavoro" che ho sviluppato dalla prima ora del mio primo lavoro.

Eppure per me non può che funzionare così. È una cosa che ho imparato ad accettare fin da subito. Il paradosso che mi accompagna è che io in realtà vivo per lavorare. Non il contrario. Io vivo principalmente per quel l'attesa compressa da un tempo che non mi da scelta, perché altrimenti niente del tempo che mi rimane riesce ad acquistare lo stesso sapore.

Forse è per questo che in realtà non vedo l'ora di rientrare in ufficio.
È insopportabile la mancanza di quella benedetta, salvifica, "proiettiva" timbratura d'uscita

domenica 10 maggio 2015

meccanismi di compensazione ( teoria per una esistenza sostenibile)

Quanto è bella la nuova Feltrinelli in piazza Duomo. E quanto ti piace scoprire che i pochi Philip Roth che ancora ti mancano sono a meno 20%  e mancano pochi metri per prendere il sole al Sempione e hai con te la pasta con le zucchine per un pic nic vegano-casereccio.

Come si fa a non accorgersi quanto sia facile. Non ho mai commesso reati "di espressione " gravi come quello di dire a qualcuno "buona vita", se dovesse accadere mi presenterò io stessa alle autorità chiedendo pena esemplare. Però l'ho sentito troppe volte da non averne subito la tossicità. Una volta ho sentito uno che mi diceva che De Andre' è una palla e mi risulta che sia ancora vivo, ma spero che le mie orecchie non abbiano mai più a soffrire tanto. Una volta sono uscita con uno che mi ha chiesto se potevo offrire io, lo feci nonostante all'epoca io non lavorassi e lui si...

Insomma credo di avere dato tante valide prove per definirmi una brava persona. E credo che una giornata di sole come quella di oggi, in cui tutto mi pare funzionare esattamente come deve, sia venuta a dirmi che questa panchina, questa magnifica luce e la Feltrinelli e Philip Roth si sono dati appuntamento oggi, qui, solo per stare con me, a compensazione di tutta la piccola tolleranza quotidiana di cui ho dovuto attrezzarmi e che ancora mi servirà assai. Prima di diventare completamente matta.

sabato 9 maggio 2015

Mamma mia...

È che proprio non mi interessa. Niente, ci penso, ci ripenso, mi chiedo come potrebbe essere. Niente. Ci sono cose che senti di non volere e  lo fai a dispetto di tutto, delle convenzioni, di una certa morale dominante, di una retorica dei sentimenti, di un presunto istinto, di un ma tu non puoi saperlo finché non provi.
Ci sono cose che senti e basta e che non ritieni di dover provare. Lo sai che non le vuoi ed è giusto così.

Volere un figlio non è un fatto scontato. Io non ne ho mai voluti. Mai mai. E non perché non mi piacciano i bambini, non perché sono una cupa e malmostosa pessimista, non perché nessuno mi abbia mai ispirato questo desiderio. No. È che proprio che la maternità è un ruolo che non mi appartiene e che non trovo invidiabile. E perché non ho mai davvero compreso la disperazione di quelle donne che si sono sottoposte a qualsiasi forma di tortura pur di soddisfare questo desiderio. Io non lo farei mai. Forse davvero si tratta di un'esistenza meramente fisica, visto che si può declinare la maternità in mille modi a prescindere da una "fabbricazione in proprio". Una volta uno mi disse che bisognava fare figli perché altrimenti li fanno solo gli extracomunitari e l'italiano si estingue...no comment. Un'altro continua a fare figli perché tiene solo femmine e vuole pure il maschio....????...un altro perché non saprebbe a chi lasciare le sue sostanze 😣...e un sacco di gente semplicemente perché così va il mondo...prendo atto e vado avanti.

Non è la prima volta che parlo di questa questione. Mi ricordo che nel vecchio blog, ormai quasi dieci anni fa, quando dissi questa cosa più o meno in questi termini, mi arrivarono una raffica di violentissime invettive. Non ho mai capito perché. Perché una donna dovrebbe sentirsi in colpa se il suo desiderio di tenere qualcosa in braccio rimane appagato già con un cucciolo di micio?

venerdì 8 maggio 2015

Stasera butto. Poi faccio di tutto

Come si fa a non volergli bene. Sono in casa con i miei operai di fiducia, un piedino che mi fa ancora un discreto male e un casino totale che mi fa sognare l'ultima scenaa di Zabriskie point...
Ma io a questi ragazzi belli, ma belli che la metà basta, allegri e gentili, che lavorano in modo preciso ed efficace, beh io a questi qui mi ci sono proprio affezionata.
Non oso pensare quando saranno andati via, quando la casa ormai trasformata non mi riserverà più sorprese, quando sarò sola a pulire tutto, a buttare la metà delle cose che hanno perso il diritto di ingombrare il mio rinnovato spazio. Infatti, non oso pensare.
Come è bella la gente che ricostruisce sulle macerie, intendendo per macerie tutto ciò che non ha più una sua vera funzione, d'uso o emotiva. Io al massimo le sposto da una parte all'altra, ma non mi riesce mai di liberarmene veramente. Invece quando decidi di cambiare la forma del contenitore, pure il contenuto è costretto ad adeguarsi. E cosi finalmente ho buttato un vecchio armadio in fondo al quale era annidata una quantità enorme di abiti di un tempo remoto ( mi stanno ancora tutti, sia chiaro :)) legati al periodo in cui ero appena approdata a Milano, che vestivano una persona che ormai mi farebbe tanta tenerezza e che forse all'epoca non ho trattato con la giusta indulgenza. Poi c'ho trovato un pupazzo di snoopy, tenuto li sotto per paura che la polvere lo alterasse, regalatomi da una persona poi rivelatasi orribile. Non ho alcun motivo per tenerlo ancora, nonostante sia carinissimo. Farà felice un bambino. Di certo molto di più di quanto abbia fatto con me. In uno dei cassetti ho persino trovato un vecchio biglietto per uno spettacolo di Rezza. Uh, che serata magica quella....ma tanto non la dimenticherei a prescindere.
Quante cose è capace di contenere una casa così piccola. Quanti sentimenti materializzati in piccoli insignificanti oggetti è capace di imprigionare per ricordarci con quale piede siamo partiti e che andantura abbiamo tenuto.
Io voglio buttare tutto....quasi tutto....ma sarebbe meglio tutto. Ho deciso di essere non solo quello
 che sono stata, ma pure quello che ho deciso di non essere più. Ora vado a svuotare i cassetti, che c'ho troppi sogni che ne sono rimasti fuori

giovedì 7 maggio 2015

Se non è amatoriale non è. Con tutto il mio cardio

Ci devi mettere cuore. Così mi diceva uno che voleva che provassi gusto nello sforzo e nella difficoltà. Mi diceva che non c'era modo di decidere di non mollare quando si è troppo stanchi per trovare la voglia di andare fino in fondo. Il cuore.
Pure se non c'è lo metti i risultati possono arrivare, ma non è la stessa cosa....
Io non credo nella retorica dell'averci provato. Per me i risultati contano e se faccio una fatica io pretendo un ritorno del mio investimento in fatica che sia più che proporzionale. Però se quello che fai ti è soltanto utile e non anche interessante...eh beh...quanta desolante malinconia...
Quando ho cominciato a fare sport, lo facevo solo perché garantiva una bella forma fisica e questo me lo rendeva una pratica ostile e terribilmente faticosa. E così un giorno ho provato a non considerarlo un mero bruciatore di calorie, ma piuttosto nella sua accezione "filosofica". Lo sport come progressivo superamento dei propri limiti, come spinta verso un altrove"mistico". Lo sport come "motivatore" per affrontare il quotidiano con uno spirito diverso. Mi chiedo come farei oggi, senza tutta quella dopamina che mi mette in circolo e che mi rende tollerabile praticamente tutta la mia vita da sveglia. Ci vuole cuore. Un cuore sano che regga la fatica e un cuore appassionato che riesca a benedirla tutti i santi giorni

martedì 5 maggio 2015

Se ci metti la faccia, poi perché te la togli?

In linea di massima bisognerebbe fare così: impedirsi il giudizio almeno su faccende che in alcun modo incidono nella nostra vita, nella storia, sulle generazioni future, o sono lesive della dignità. Si come no. Ma se da stamattina non riesco a sapere altro sui social se non che Gabriel Garko, la cui unica qualità era quella di essere esteticamente perfetto, si è talmente dato al Botox che il suo codice genetico sta ispirando l'ultimo romanzo di Dan Brown... questo sì che si può definire dolore collettivo. In realtà un po' di tempo fa ci sono cascata anche io: assistere alla metamorfosi "indotta" di quella strepitosa attrice che all 'inizio del duemila animava Bridjet Jones e che mi dipingeva in modo così preciso, mi ha procurato una fortissima crisi di identità. Era un po' come se non riconoscessi più me stessa. Credo che sia stato allora che ho smesso di essere certa che presto sarebbe arrivato anche per me il mio Colin Firth.

Ecco, io credo che esistano dei cambiamenti che solo apparentemente non ci riguardano, e invece capitano per ricordarci che la nostra identità si forma attraverso una miriade di innesti con cui moltiplicare la possibilità di essere sempre più noi stessi. Sempre più noi stessi ma solo attraverso gli altri. Ma se smetto di riconoscerli come parte di me io mi sento tradita e tradisco me stessa.

A me il cambiamento in realtà piace assai. Ma ci vuole metodo e onestà. Ci vuole che capisci prima cosa sei e come ci vuoi arrivare. Bridjet Jones non era solo un film dove una donna buffa faceva i conti con i suoi fallimenti grazie ai quali trovare chi ne facesse motivo d'amore. Quel film era il lamento malinconico di una generazione intera di donne che a quella goffa e tenerissima donna avevano affidato il compito di farle luccicare.

Tutto questo per dire cosa? Tutto questo per dire...ah sì...che se Gabriel Garko vuole diventare il sosia di Eva Grimaldi per me va bene. Io sono troppo occupata a sostituire la mia Bridjet Jones

lunedì 4 maggio 2015

Del fare spazio in quello che ho già

È la seconda volta in cinque anni. Vivo in un bilocale piccolo piccolo alla periferia sud di Milano da poco più di cinque anni e una delle mie ossessioni più adrenaliniche è immaginare modalità sempre nuove di gestione del mio piccolo spazio: sistemi di isolamento moderni, soppalco, armadio a muro, posizionamento strategico dei mobili, adesivi coreografici alle pareti....essi perché so' buoni tutti a fare gli estrosi nelle case grandi. La vera sfida è tentare di impreziosire uno spazio limitato cercando di valorizzare al massimo lo spazio e la possibilità di viverlo comodamente.
E io di fare questa cosa qua non smetterei mai. Pure se per almeno una settimana vivrò in un casino totale, fianco a fianco con i miei operai egiziani ormai di fiducia, e pure se quando tutto sarà finito il secchio e lo straccio saranno la sola coppia riuscita con cui mi confronterò per scoprire il segreto di un rapporto che funziona.

La verità è che pur potendo pensare ad una casa più grande io sento invece il bisogno di una casa che sia sempre più mia. E quando rifletto sul fatto che il piccolo spazio che ho mi è in fondo sufficiente, mi rendo conto che è addirittura troppo quando comincio a liberarmi di tutta quella inutile paccottiglia accumulata negli anni.

Negli ultimi tempi sta spopolando un libro che si chiama "il magico potere del riordino" che aiuta a liberarsi delle cose con un metodo assolutamente strepitoso: sostanzialmente bisognerebbe tenere solo le cose che ci restituiscono una reale emozione. Tutto il resto è perfettamente inutile e quindi da buttare.
Mi sono resa conto che dalla mia piccola casa sta per uscire un sacco di roba. Dunque sta per entrare un sacco di spazio

venerdì 1 maggio 2015

C'era una volta il primo ed il primo era maggio

Piove da stamattina qui a Milano. A quest'ora tutto quello che c'era da sapere di quanto è accaduto è ormai cosa nota. Cominciano finalmente i sei mesi nei quali indovinare la svolta epocale a cui l'umanità assisterà a colpi di ricette di Bottura. E così, mentre le alte cariche inaugurano, soltanto in italiano (!!!!) l'esposizione universale, nel centro della città 500 deficienti tentano con un certo successo di devastare le strade meglio messe di Milano.

Io non ero lì dove tutto questo accadeva. Ho passato due ore magnifiche della tarda mattinata qui in casa con due ragazze molto simpatiche. Poi loro sono andate via e io ho cucinato cose per una settimana intera, interrogandomi senza abbastanza curiosità  su cosa stesse bollendo nelle pentole del padiglione tailandese. Poi ho ascoltato un pezzo del concertone e mi sono chiesta come sia possibile che non ci si sia ancora stancati di questi primi di "maggio-fotocopia" che parlano una lingua vecchia, impoverita e fasulla che tratta vecchi temi con metodi arcaici.

Non c'è niente di quello che è accaduto oggi che evochi un'aria nuova, che giustifichi il mettere il naso fuori di casa anche oggi che piove, che la disoccupazione ricomincia ad aumentare, che l'Expo ridendo e scherzando alla fine eccola qua e con una certa presunzione cerca di farti scordare come ci è arrivata.
Mi pare una bella cosa non avere voglia di spaccare tutto, di non voler buttare trenta euro e passa per vedere come coesistono nello stesso spazio Eatly e il McDonald, di non sognare più di essere al"concertone" perché tanto Bertoli non c'è più da un pezzo e "Lo Stato Sociale" vengono pure al Carroponte tra pochi giorni.

Ci vuole un bello stomaco a pensare che il primo maggio sia ancora un giorno di festa. Ma ce ne vuole ancora di più ad accettare che sia diventato un giorno come tutti gli altri senza che sia stato fatto abbastanza per impedirlo

Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...